Insieme al Piave è il luogo che più ha legato il suo nome alla Grande Guerra. Il nostro viaggio nell’anno del centenario ci porta a Vittorio Veneto, la città, dove l’orgoglio di una nazione in ginocchio dopo Caporetto, si trasformò in trionfo.

Questa meravigliosa città si trova alle pendici delle Prealpi Trevigiane, a metà strada tra Cortina e Venezia. Autentico gioiello di arte, storia e cultura, Vittorio Veneto nacque dall’unione di Serravalle e Ceneda avvenuta nel 1866, l’anno in cui il Veneto entrò a far parte del Regno d’Italia. Le fu imposto il nome di Vittorio, in onore di Vittorio Emanuele II. Nel 1923, con il rango di città diventò Vittorio Veneto. Ma cosa lega così indissolubilmente Vittorio Veneto alla Grande Guerra? Vittorio divenne il luogo naturale e ideale da tramandare alla storia per ricordare la battaglia finale, grazie alla posizione geografica e al suo nome dal suono trionfale, che contiene in sé il concetto di vittoria.

Veniamo ai fatti. Vittorio Veneto si gloria di aver imposto il nome alla grande battaglia combattuta, dal 24 ottobre al 3 novembre 1918, contro l’esercito austro-ungarico, che si concluse con la più fulgida vittoria dell’Esercito italiano. L’ultimo anno del conflitto, per i comuni del Quartier del Piave (circa 20.000 abitanti) fu terribile. Furono i più danneggiati dall'artiglieria (anche italiana) e la popolazione, composta prevalentemente da donne, bambini e anziani, subì gli effetti più duri dell'occupazione: la violenza del nemico, la fame, l'esodo verso l'interno. Non è esagerato affermare che i suoi abitanti vissero l'esperienza più tragica della Grande Guerra: qui si registrò il maggior numero di morti tra la popolazione civile, superiore persino a quello delle truppe in combattimento, sia per effetto dei bombardamenti, sia per la fame, sia per gli incidenti provocati nel dopoguerra da ordigni inesplosi.

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L'esercito nemico entrò in Vittorio giovedì 8 novembre 1917. La città con le sue strutture sanitarie, le attività produttive, le centrali idroelettriche e un gran numero di edifici eleganti e confortevoli, divenne il loro quartier generale per un anno. Vittorio Veneto subì una dura occupazione militare da parte dell'esercito asburgico, con i cittadini costretti a una convivenza difficile con le truppe di diverse nazionalità. Il territorio fu sconvolto sotto il punto di vista demografico, economico e amministrativo.

L’indiscusso protagonista degli accadimenti che portarono alla vittoria fu Armando Diaz. L’8 novembre 1917 venne chiamato con Regio Decreto, a sostituire Luigi Cadorna nella carica di capo di Stato Maggiore dell'esercito italiano. Armando Vittorio Antonio Giovanni Nicola Diaz nacque a Napoli nel 1861 e morì a Roma nel 1928. Fu capo di stato maggiore del Regio Esercito durante la prima guerra mondiale. Nominato Duca della Vittoria alla fine del conflitto, sarà ministro della guerra e maresciallo d'Italia. Il suo, dal punto di vista della strategia militare, fu un vero capolavoro. Recuperato quello che rimaneva dell'esercito italiano dopo la disfatta di Caporetto, organizzò la resistenza sul fiume Piave e sul monte Grappa. Guidò le truppe italiane alla vittoria, nelle sue battaglie più importanti; la Prima battaglia del Piave, la Battaglia del Solstizio e la Battaglia Finale di Vittorio Veneto. Il tutto nonostante potesse schierare solo trentatré divisioni intatte, circa metà di quelle disponibili a Cadorna prima di Caporetto.

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Per rimpinguare i ranghi ricorse alla mobilitazione dei diciottenni della classe 1899 (i cosiddetti "Ragazzi del '99"), così già a febbraio 1918 altre venticinque divisioni furono ricostituite. La cronaca militare dell’epoca, così riportava l’ordine del giorno firmato dal generale Armando Diaz a novembre 1917: "I giovani soldati della classe 1899 hanno avuto il battesimo del fuoco. Il loro contegno è stato magnifico”. E aggiungeva, immortalandoli per sempre nella storia d’Italia “Li ho visti i ragazzi del ’99. Andavano in prima linea cantando. Li ho visti tornare in esigua schiera. Cantavano ancora”. Al momento della sua nomina a capo dell'esercito Diaz aveva undici anni meno di Cadorna e un'esperienza diretta della guerra di trincea nel Carso (cosa che mancava al predecessore). Non è sorprendente quindi che avesse un'idea molto più realistica e moderna della condotta di guerra. Il nuovo comando supremo dell'esercito italiano sotto Diaz fu meglio organizzato dando fiducia ai collaboratori e ai sottoposti. Fu favorita la cooperazione e lo spirito di squadra essendo attribuite a ognuno responsabilità concrete e definite.Diaz e Badoglio cercarono di migliorare l'addestramento della fanteria italiana e di svilupparne l'armamento. Furono sperimentati i primi moschetti automatici, furono distribuite tre milioni delle migliori maschere antigas, fu avviata la progettazione dei primi carri armati e fu potenziata l'aviazione. Fu inoltre migliorata l'artiglieria, affinando l'addestramento e le tecniche d'impiego. Si riorganizzò e potenziò anche il corpo degli Arditi. Sopra ogni cosa Diaz dedicò molta cura a migliorare il trattamento dei soldati: la giustizia militare rimase severa ma furono abbandonate le pratiche più rigide, prima tra tutte la decimazione. Vi furono miglioramenti nel vitto e nell'allestimento delle postazioni, furono introdotti turni più brevi da passare in prima linea, fu migliorata la paga e le licenze furono aumentate per frequenza e durata. Fu creata una polizza gratuita d'assicurazione per i soldati. Fu poi disposto in termini tassativi che i feriti e i malati dimessi dagli ospedali militari dovessero rientrare ai reparti d'origine, anziché essere destinati dove capitava, aumentando così l'affiatamento tra i soldati. Alle unità che scendevano dal fronte furono assicurati un riposo effettivo, alloggiamenti confortevoli e possibilità di svago con lo sviluppo di centri ricreativi detti "case del soldato”.Si fece ricorso a intellettuali e artisti scelti fra i soldati che furono impegnati nella redazione dei giornali di trincea per curare il morale, intrattenere le armate impegnate nella difesa del Piave e i soldati nelle retrovie. Fondamentale era il coinvolgimento dei soldati stessi. Ne vennero fuori vignette divertenti, che celebravano i reparti e rappresentavano la vita in trincea con umorismo. Famosa è la Tradotta.

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Dopo la Battaglia cosiddetta del “Solstizio” (in cui il nemico, che aveva oltrepassato il Piave e occupato il Montello, fu prontamente ricacciato sulle posizioni di partenza dalla strenua e disperata controffensiva dell’esercito italiano), i belligeranti parevano esausti e rassegnati ad affrontare un altro inverno di guerra. Proprio allora avvenne un fatto nuovo e cioè il ritiro della Bulgaria dalla coalizione con gli Imperi centrali: tale fatto suggerì al Generale Diaz l’opportunità di scatenare una grande offensiva nel tardo autunno, per determinare il crollo dell’Austria, spossata ormai dallo sforzo compiuto e per concludere rapidamente la lunga guerra. Sugli altipiani, e in particolar modo sul Grappa, la IV Armata attaccò con molto vigore allo scopo impegnare le forze avversarie e le riserve nemiche per liberare il fronte sul Piave. L’idea si rivelò vincente. Il sacrificio di tanti soldati sul Grappa portò nell’ottobre del 1918 alla vittoria sul Piave. Il 28 ottobre la XII, l’VIII e la X Armata occupavano saldamente la riva sinistra del Piave, mentre le punte offensive si dirigevano decisamente su Vittorio Veneto. La grandiosa battaglia poteva già dirsi praticamente decisa. Il 30 ottobre le truppe liberatrici entrarono in Vittorio Veneto, spezzando definitivamente in due tronconi l’esercito austro-ungarico e determinandone l’irreparabile collasso. Il 3 toccò a Trento essere liberata, poi fu la volta di Udine e di Trieste. Lo stesso giorno a Villa Giusti di Mandria vicino a Padova venne firmato l'armistizio tra Regno d'Italia e Impero austroungarico. Quindi si pubblicò e diramò in tutta Italia il bollettino "della Vittoria" che imponeva il "cessate il fuoco" tra i due eserciti dalle ore 15 del giorno successivo.

Targa bollettino guerra

"I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo, risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano disceso con orgogliosa sicurezza. Firmato Diaz". Successivamente all'apposizione della targa in tutti i municipi d'Italia, la fama e il nome di Diaz divennero quelli di un eroe nazionale. In alcune versioni della targa, questa terminava con le parole "FIRMATO, DIAZ". Quello che Diaz non avrebbe mai pensato è che la sua firma sul Bollettino della Vittoria avrebbe dato il nome a migliaia di nuovi italiani. "Firmato" fu preso per il nome del generale e allo stato civile, nell'euforia di quei giorni, unita al proliferante dell’analfabetismo, migliaia di italiani chiamarono i loro figli proprio così. La Chiesa non si oppose perchè un san Firmato esiste e si festeggia il 5 ottobre. I piccoli Firmato, nati in tempo di pace, dopo la vittoria, da adulti divennero loro malgrado protagonisti di un’altra guerra, la seconda Guerra Mondiale. E così fu finalmente la vittoria.

La città, per il contegno nobile e fiero mantenuto durante l’invasione nemica, fu decorata con la Croce al Merito di Guerra (Decreto 29-10-1919). Nel cinquantenario dell’armistizio, venne istituto l’Ordine di Vittorio Veneto. La nostra visita nella gloriosa città non può prescindere dal Museo della Battaglia di Ceneda. Nato dall’iniziativa di un ragazzo del ’99, Luigi Marson, vittoriese, arruolato nel 2° Granatieri, che attraverso oggetti e documenti cerca di ricostruire, prima di tutto per se stesso, l’evento bellico, al quale ha partecipato con spirito patriottico. Nel dopoguerra, allestisce una piccola raccolta a casa propria. Nel 1936 ha luogo una prima esposizione pubblica, per intervento della Società Dante Alighieri. Marson decide successivamente di donare il frutto del suo impegno alla città di Vittorio Veneto e l’amministrazione comunale allestisce la nuova sede museale nella sede del consiglio della comunità a Ceneda. Il 2 novembre 1938 si svolse la grandiosa cerimonia di inaugurazione del nuovo Museo della Battaglia. Luigi Marson venne nominato direttore del Museo, carica che tenne fino alla morte nel 1952.

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La sfida di questo splendido Museo, che non ha nulla da invidiare a musei ben più famosi, non è tanto “spiegare” quanto “raccontare”. Le stanze espositive disposte sui tre livelli del palazzo propongono tre percorsi ideali; la trincea, l’invasione e il mito. Poco distate, nel borgo di Salsa si trova la “Fontana degli arditi”, dove, secondo la leggenda, i soldati italiani entrati in città dopo la vittoria si abbeverarono. Il nostro viaggio si conclude nella splendida Serravalle, una delle più belle cartoline del Veneto. Nel lasciare Vittorio Veneto proviamo una sensazione di gioia. Dal Piave, come fecero i nostri soldati, siamo risaliti fino a Vittorio Veneto. Il nostro pensiero corre veloce al sacrificio dei tanti soldati che riposano nei sacrari e dei tanti civili morti per le bombe, gli stenti e la fame. Qui tutto trova un senso compiuto.

(Fonte: Giancarlo De Luca - Qdpnews.it).
(Ricerche storiche a cura di Chiara Rainone)
(Operatore: Nicola Casagrande).
(Immagini: ÖNB, Comune di Vittorio Veneto, 14-18 documenti e immagini della grande guerra,  Come le Foglie - Kellerman Editore, Wikicommons. Si ringrazia per il supporto fornito il Museo della Battaglia di Vittorio Veneto)