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Da Farra di Soligo al Milan: intervista ad Axel Campeol, promessa della Primavera che sogna la serie A

A sentirlo parlare è difficile credere di avere a che fare con un 17enne. Eppure Axel Campeol (nella foto sopra),  terzino del Milan Primavera di Alessandro Lupi, aveva solo un paio di mesi quando il golden gol di Trezeguet ci tolse il sogno europeo. Originario di Farra di Soligo, di strada ne ha fatta dai campi di terra battuta del Quartier del Piave.

Nato centrocampista, Campeol a Milano è diventato uno dei terzini più quotati (destra o sinistra non conta) dell'intero campionato Primavera. Non a caso le sue prestazioni gli sono valse ben 23 convocazioni in Nazionale tra Under 16, 17 e 18.

Nella breve sosta lontano da Milanello, tornato a casa per festeggiare il Natale insieme alla famiglia, il giovane farrese che studia da nuovo Kurzawa (“E' un fuoriclasse… hai presente lo stereotipo del terzino ordinato? Ecco, tutto il contrario")  è passato a trovarci nella redazione di Qdpnews.it  per una lunga intervista.

Farra di Soligo Axel Campeol Milan piccolo

QDP. Allora Axel, com’è iniziata la tua avventura da calciatore?
AC. La passione per il calcio è di famiglia, mio padre ha allenato per diversi anni l’allora Quartier del Piave. Fu proprio con lui che cominciai a tirare i primi calci al pallone. Un giorno mi chiese se volevo iscrivermi ad una scuola calcio e mi portò con lui al Qdp, avevo circa sei anni. Lì mi hanno trattato benissimo, ho sempre giocato con i bambini che avevano uno o due anni più di me.

QDP. E poi…
AC. Avevo più o meno dieci anni. Partecipai al mio primo Milan Camp a Jesolo, dove vinsi il premio di capocannoniere nonostante giocassi da centrocampista. Da lì il Milan cominciò a monitorarmi e l’anno successivo mi invitò per rivedermi, cosa che solitamente non accade. Quell’anno vinsi il premio “ragazzo più preciso”, più prove su fondamentali e tecnica. A quel punto il Milan bussò alla porta dei miei quando io non c’ero. Gli dissero che mi stavano tenendo d’occhio e gli chiesero se potevano affidarmi al Montebelluna. Lì mi difesi abbastanza bene nonostante l’alto livello del campionato e delle aspettative e così decisero di portarmi a Milano.

QDP. Qual è stata la tua reazione?
AC. Sembrerà strano, ma non accettai subito: per un ragazzo così giovane non è facile lasciare la famiglia e gli amici per trasferirsi in una realtà simile. Poi, anche grazie ai miei genitori, capii che era un occasione da cogliere al volo e così dissi di sì. Ricordo in particolare un dato: mi dissero che solo un ragazzo che gioca a calcio su 26 mila finisce al Milan…

QDP. L’hai detto tu stesso: eri molto giovane e non dev’essere stato facile...
AC. No, assolutamente. Ho iniziato a giocare al Milan a 12 anni e il primo mese non vidi mai il campo. Finivo sempre in tribuna: dovevo abituarmi a ritmi, campi e giocatori diversi. Da lì in poi ho cominciato a trovare spazio e fino ad ora non ho mai fatto panchina. Mi ritengo abbastanza fortunato…

Pieve di Soligo Axel Campeol Milan Qdpnews

QDP. Come si vive lontano da casa?
AC. Non è facile, la mancanza della famiglia comunque si avverte. Fortunatamente ho trovato una ragazza presente e che mi vuole bene. Mi dà un aiuto in più, stare lontano da casa senza punti di riferimento è molto dura. Con mio papà, ad esempio, ho un bellissimo rapporto, ma è da sei anni che lo vedo solamente il fine settimana, sempre se gioco a Milano... purtroppo non abbiamo molto tempo per tornare a casa.

QDP. E il tuo rapporto con la scuola?
AC. La scuola finisce alle due del pomeriggio, ma noi giocatori usciamo a mezzogiorno, quindi perdiamo già due ore tutti i giorni. In più sono sfortunato - tra virgolette - perché andando in Nazionale perdo almeno una settimana al mese. Ho solo la sera a disposizione e la maggior parte delle volte mi trovo a rincorrere. Fortunatamente i professori sono dei pezzi di pane: pretendono come è giusto che sia, ma capiscono i nostri impegni e sono disponibili anche fuori dall’orario scolastico. In ogni caso sono felicissimo della scuola che ho scelto (liceo linguistico, ndr), quest’anno ho la maturità.

QDP. Sei un giocatore del Milan, spesso indossi la maglia numero 3 e la fascia di capitano. E’ difficile non fare paragoni...
AC. Mi fa molto piacere ricordare per certi versi Maldini, è un giocatore che ha fatto la storia del calcio italiano e soprattutto del Milan. Ma sono tranquillo perché comunque sia sono Campeol: un giocatore completamente diverso, con altre qualità e debolezze. Preferisco viverla serenamente, insomma, sapendo che comunque la maglia numero 3 non potrei indossarla in prima squadra (ride, ndr).

QDP. A marzo compirai 18 anni, ma già ti devi misurare con le cose "dei grandi", vedi le pressioni mediatiche, ad esempio. ..
AC. Alla base di tutto devi circondarti di persone di cui ti fidi e avere una famiglia con la testa sulle spalle. Devo ringraziare chi mi ha educato e soprattutto i miei genitori, che mi hanno insegnato ad essere razionale, a rapportarmi in maniera intelligente. Vedo molti ragazzi della mia età che si sentono già arrivati.

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QDP. In passato hai giocato anche con Locatelli, Donnarumma e Cutrone, giocatori che oggi militano in prima squadra...
AC. Donnarumma (classe 1999, ndr) lo ricordo all’epoca dei giovanissimi nazionali, quando giocavo sotto quota, e già a quei tempi era un mostro. Aveva qualcosa di unico, per non parlare del fisico che era già sproporzionato rispetto alla categoria. Con Locatelli (1998, ndr) giocai un paio di volte quando più piccolo venni convocato in Primavera e mi impressionò per classe e facilità di gioco. Cutrone (1998, ndr) lavora tantissimo e ha un sacco di fame, si intravedeva già il suo potenziale.

QDP. A proposito di Donnarumma. Non ha nemmeno vent’anni ed è già al centro di critiche per il suo discusso rinnovo contrattuale. Tu che lo conosci che idea ti sei fatto?
AC. Il mondo del calcio è spietato, puoi passare da eroe a colpevole da un giorno all’altro. Purtroppo devi essere sempre ad altissimi livelli per poterti permettere di essere qualcuno e di essere chiamato qualcuno perché se abbassi un attimo l’asticella è finita. Si sa poi che la tifoseria del Milan è abbastanza calda. In realtà non mi sono fatto alcuna idea, so solo che Gigio è innamorato del Milan: toccherà a lui e alle parti chiamate in causa mettersi d’accordo. La cosa importante è che continui a fare bene come sta facendo.

QDP. Nella prima parte di stagione hai avuto la fortuna di essere allenato da un campione del mondo come Gennaro Gattuso, ora sulla panchina della prima squadra…
AC. Lo ammetto: all’inizio ero molto scettico. Sinceramente non so perché, forse a pelle. In lui vedevo il giocatore di un tempo, che prediligeva la fisicità alla qualità, e pensavo non avrei giocato un minuto. Invece si è dimostrato innanzitutto una bellissima persona: un allenatore così non l’avevo mai avuto e penso non lo avrò mai più. E’ uno che ti dà il cuore e se glielo colpisci ti dice di continuare. Ogni allenamento o partita scendevo in campo con il bisogno di dimostrargli tutta la mia riconoscenza: in quattro mesi mi ha fatto crescere in maniera esponenziale, sia a livello di carattere che di mentalità. Per me è stato un mentore importantissimo.

QDP. Ci racconti un aneddoto?
AC. Il secondo giorno di ritiro me lo ricorderò sempre. Dopo una bella giocata, mio malgrado mi sono dimenticato di chiamare l’uomo al mio compagno. Gattuso ha interrotto l’allenamento, mi è venuto faccia a faccia e mi ha urlato cose che non si possono ripetere. Che non dovevo permettermi mai più. Non aveva ancora ripreso nessuno e se l’è presa proprio con me… non sapevo cosa fare, mi veniva quasi da piangere.

Pieve Axel Campeol Milan Intervista

QDP. Rimproveri che però sono serviti, ho letto in un’ intervista che eri uno dei suoi punti fermi. E se adesso arrivasse la chiamata in prima squadra?
AC. Eh se sarà ti saprò dire (ride, ndr). A parte gli scherzi, ora mi interessa fare bene con la Primavera. Voglio crescere sia a livello personale che di gruppo: nonostante alcuni limiti, in campionato stiamo andando bene. Dopo la sconfitta con l’Inter di settembre abbiamo raccolto undici risultati positivi di fila prima di perdere con la Juventus. Quel giorno c’era Pjaca (ora in prestito allo Shalke 04, ndr)… ci ha fatto gol lui su punizione altrimenti non avremmo perso neanche quella.

QDP. Con la prima squadra hai svolto il ritiro della scorsa estate, ma con i “grandi” ti sei allenato già più volte. Chi ti ha impressionato di più?
AC. Su tutti sicuramente Suso, per velocità e tiro, e André Silva: ha doti fisiche e tecniche impressionanti e credo non abbia dimostrato ancora tutto il suo potenziale. Una volta sono riuscito a rubare il pallone a Suso e mi sono messo a correre per il campo… quello è impossibile da fermare.

QDP. Ma tu dopotutto sei un difensore...
AC. Romagnoli, fisicamente è devastante. Forse è poco elegante, ma saltarlo è dura: ti mette davanti la gamba e non passi neanche se vuoi. Anche Conti è un bel giocatore, anche se è stato molto sfortunato.

Pieve Axel Campeol Milan Nazionale

QDP. Che effetto fa giocare in Nazionale?
AC. Per quanto si possa essere affezionati al proprio club, indossare la maglia azzurra è il massimo, anche se ne avverti la responsabilità. Una cosa meravigliosa: cantare l’inno, stringersi… è qualcosa che ti riempie di orgoglio. Da più piccoli la Nazionale è vista ancora come un premio, ma crescendo le cose cominciano a farsi serie. Lo scorso anno sono stato convocato per gli Europei in Croazia e abbiamo giocato contro i padroni di casa davanti a 7 mila persone, con tutto lo stadio contro.

QDP. Dopo il fallimento delle qualificazioni a Russia 2018, il riscatto della Nazionale passa anche (o soprattutto) attraverso la tua generazione…
AC. Sicuramente c’è la necessità che l’Italia torni competitiva come un tempo: è dal 2006 che non facciamo bene, Europeo del 2012 a parte. Mi sento responsabilizzato sì, ma vedendo come è andata ultimamente si può solo migliorare. Certo, il peso un po’ si avverte… non penso che gli italiani in generale vogliano rimanere ancora per molto fuori dalle competizioni che contano.

QDP. Dietro alla mancata qualificazione dell’Italia ai prossimi mondiali può esserci un fallimento del sistema "settore giovanile"?
AC. Già a livello di settore giovanile il numero di stranieri è esagerato. Ad esempio, in una delle ultime partite che ho giocato al Milan, l’Udinese ha schierato contro di noi solamente quattro o cinque italiani. Credo non sia normale, dopotutto il nostro è un campionato giovanile italiano, appunto. Non che sia sbagliata la presenza di stranieri, purché rimanga nelle giuste proporzioni.

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QDP. Per chiudere: come ti vedi da qui a cinque anni?
AC. Sicuramente l’obiettivo che mi sono posto è quello di crescere sia come calciatore che come persona: credo che dietro ad un buon giocatore ci debba sempre essere un uomo vero, con principi e valori… cosa che nel calcio forse si è un po’ persa negli ultimi anni. Avere una personalità forte può tornare utile anche a livello di gruppo, per trascinare la squadra.

E calcisticamente parlando?
Vorrei raggiungere traguardi relativamente importanti, poi non lo so dove mi porterà la vita e il calcio. La mia intenzione comunque sarebbe quella di andare a giocare all’estero, magari in Spagna o in Francia. La Ligue 1 in particolare è una rampa di lancio importante per noi giovani: se vali giochi a prescindere dalla carta d’identità. La mentalità è quella giusta, basta guardare la Nazionale che sono riusciti a costruire negli ultimi anni.

(Intervista a cura di Mattia Vettoretti © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it ® riproduzione riservata e Facebook).
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