Imprevisti della postmodernità

Il nuovo concetto di mutevolezza quotidiana ha posto in crisi un consolidato modello razionale di calcolo, portando all’ingresso dell’incertezza e dell’imprevisto nei pensieri razionali.

C’è una cosa che pare si stia verificando in questo periodo di passaggio: la produzione di una frattura storica che molti davano per scontata, altri prospettavano e altri ancora invece negavano, tra modernità e postmodernità. Ovvero, il passaggio dalla felice epoca della programmazione, della razionalità strumentale, del calcolo costi/benefici, dell’efficienza ed efficacia, dell’analisi dei punti di forza e di debolezza a sostegno delle decisioni, alla fragile epoca che costringe ad affrontare una mutevolezza quotidiana.

Ha ormai preso il sopravvento, in totale evidenza, quella che è stata da molti definita la “società liquida”, dove l’imprevisto entra prepotentemente a guidare l’azione delle persone e delle imprese. Questo processo è stato per molto tempo un movimento latente, sotterraneo, che molti ipotizzavano passeggero. La pandemia, invece, ha fatto emergere con forza il domino dell’instabilità e dell’imprevedibilità.

Siamo ormai certi che i vecchi strumenti della relazione tra cause ed effetti sono andati in disuso per lasciare spazio all’incertezza della probabilità.

Che il mondo avesse perduto la sua stabilità doveva essere già chiaro all’insorgere di forti crisi finanziarie, di fronte a certi effetti perversi della globalizzazione, al problema ambientale e alle nuove sensibilità che indirizzano i consumi. Ma la situazione attuale codifica un passaggio epocale, l’ingresso dell’incertezza e dell’imprevisto nei pensieri razionali. Che tutto sia ormai sottosopra mi appare chiaro anche da alcune notizie esemplari. L’indagine Excelsior rileva che nel 2020 un’impresa su 3 non riesce a trovare persone idonee a garantire 1,2 milioni di contratti di lavoro. A dispetto di indicatori di disoccupazione in forte ascesa. Un’indagine condotta da Umana e Fondazione Nord Est rileva come siano aumentate le richieste di “abilità trasversali, profili che sappiano gestire situazioni nuove e problemi nuovi e imprevisti”.

Ci sono settori che contano di licenziare, appena possibile, migliaia e migliaia di lavoratori e altri, favoriti dalla pandemia, che non trovano le professionalità specifiche.

In 6 curriculum su 10 sono richieste competenze digitali avanzate, oltre alla onnipresente conoscenza delle lingue. Molti lavoratori del turismo e della ristorazione stanno cercando di ricollocarsi nei settori farmaceutici, sanitari, della logistica, ossia nei settori in grande espansione che fanno fatica a trovare competenze “liquide”, ossia specializzate, ma flessibili, capaci di affrontare, quasi ogni giorno, il cambiamento. Tutto questo avviene con una rapidità tale che non risulta essere sostenibile da un sistema formativo già in grave deficit nel rapporto tra domanda e offerta di competenze.

Si aggrava una situazione di impotenza formativa a fronte di richieste di competenze, che ogni giorno presentano un’accelerazione sempre più spinta, aggravando l’incapacità di avere, contemporaneamente, uno sguardo lungo sui sistemi produttivi futuri e di garantire l’immediato bisogno di mobilità professionale.

Non credo che, terminata l’emergenza, si potrà ritornare ai ritmi di prima. I quali certamente scontavano una differenza tra uscita formativa e ingresso nel mercato del lavoro, ma era una situazione che, alla luce odierna, non è più sopportabile. Resterà, forse, il problema della formazione all’imprevisto e, per l’effetto, occorrerà affinare la capacità “olimpica” di cercare di dominare, o almeno di non soccombere di fronte all’incertezza.

Autore: Anselmo Castelli – Sistema Ratio Centro Studi Castelli Srl

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