Entro il 2025 in Ue sarà connesso il 70% delle auto

  • Quotidiano
  • - 14 Gennaio 2020

• Entro il 2025 circa il 70% del parco circolante di auto sulle strade europee sarà connesso, cioè costituito da vetture dotate di strumenti telematici che, grazie alle connessioni internet e ai dispositivi mobili, sono in grado di connettere l'auto con il mondo esterno:

o con le infrastrutture stradali;
o on altri veicoli;
o con altri dispositivi.

• Si tratta di una quota 5 volte più elevata di quella stimata a fine 2016 (13,9%) e in netta crescita anche rispetto alla quota stimata per il 2019 (41%). È la previsione dell'Osservatorio Autopromotec su dati Roland Berger. Secondo le stime, nei prossimi anni la penetrazione delle auto connesse sul mercato europeo sarà trainata dalla crescita della quota delle auto nativamente connesse, cioè da vetture immesse sul mercato già dotate di sistemi di connettività integrati a bordo.

• La quota di queste vetture, che nel 2016 era del 7,3% sul totale del parco circolante, salirà al 17,4% sul totale del parco a fine 2019 per poi arrivare al 28,9% nel 2022 e infine al 39,8% nel 2025. Un'importante crescita sarà fatta registrare anche dalle auto connesse tramite soluzioni di retrofit, ovvero da vetture che sono in grado di connettersi in rete grazie all'installazione di componenti avvenuta successivamente la vendita (aftermarket).

 

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Le reti di imprese in agricoltura

  • Quotidiano
  • - 06 Gennaio 2020

Uno strumento a disposizione sia per l’incremento della competitività e della performance economico-finanziaria, sia per gli aspetti normativi di favore che lo contraddistinguono.

Il D.L. 5/2009 ha introdotto le reti di imprese, una forma di aggregazione e cooperazione tra più realtà aziendali molte volte soggetta a modifiche e correzioni, non da ultimo il decreto 2014, con il quale veniva introdotto il contratto di rete agricolo.

La rete agricola, così come stabilito dall’Agenzia delle Entrate con la risoluzione 21.06.2017, n. 75/E, è formata unicamente da piccole e medie imprese agricole, singole o associate (requisito soggettivo), le quali si impegnano alla sottoscrizione e al rispetto del programma comune, che obbligatoriamente deve delineare le tipologie di attività agricole da esercitare in comune, definire i ruoli di ciascun partecipante e le modalità di ripartizione del prodotto agricolo comune.

La ratio a base della norma è quella di concludere contratti di rete stipulati esclusivamente tra imprenditori agricoli, attraverso una disciplina diretta a promuovere e a sostenere i processi di riorganizzazione e modernizzazione del settore, la capacità innovativa e la competitività dell’imprenditorialità agricola.

Nel contesto così delineato le imprese agricole condivideranno i fattori della produzione come terreni, attrezzature e capitale umano, dal momento che quest’ultimo, in forza della condivisione, non sarà soggetto ai limiti convenzionalmente previsti per il cosiddetto distacco dei lavoratori.

Nell’ambito del contratto di rete, infatti, l’imprenditore non deve necessariamente indicare l’interesse concreto del distacco, perché il lavoratore può liberamente circolare tra le varie imprese appartenenti alla rete, senza limiti né deroghe.
Dal punto di vista giuslavoristico, si prevede l’assunzione congiunta di lavoratori nell’ambito delle reti di imprese, a patto che almeno il 40% di esse abbia lo status di impresa agricola.

Altrettanto incisivo è l'impatto da ricondurre agli aspetti fiscali. Per quanto riguarda la disciplina Iva, come ribadito dall’Agenzia delle Entrate, la ripartizione della produzione agricola tra i retisti, in quanto divisione in natura dei prodotti a titolo originario, secondo le quote determinate nel contratto di rete, non produce effetti traslativi tra le imprese contraenti.

Questa non applicazione è però subordinata all'esistenza di tassativi requisiti tra i quali la prevalenza dell'esercizio di attività agricole di base rispetto alle attività agricole connesse, l'obbligatorietà e la significatività in merito alla condivisione dei terreni e l'equivalenza degli apporti tra le imprese contraenti, oltre alla proporzionalità dei mezzi umani e tecnici in base alle potenzialità del terreno condiviso.

Infine occorre considerare il divieto di monetizzazione delle spettanze e di cessione successiva tra i retisti dei prodotti realizzati in comune, nonché la ripartizione del prodotto tra gli imprenditori in misura proporzionale all'apporto fornito.

Per quanto invece concerne la tassazione diretta, qualora risulti soddisfatto il requisito della “prevalenza”, da intendere nella provenienza dei prodotti agricoli destinati a manipolazione, conservazione, trasformazione e commercializzazione prevalentemente dalla coltivazione del proprio fondo, sarà possibile beneficiare della tassazione agraria anziché di quella avente a oggetto la categoria del reddito di impresa.

Dispone l'art. 33, c. 2 TUIR che, nell'ipotesi di conduzione associata e salvo quanto statuito dall'art. 5, il reddito agrario concorre a formare il reddito complessivo di ciascun associato per la quota di sua spettanza. In tal caso la quota sarà determinata applicando la percentuale corrispondente alla quota di prodotto stabilita nel contratto di rete.

Da ciò consegue che, in sede di dichiarazione dei redditi, ciascuna impresa aderente all’aggregazione dovrà dichiarare, per quanto concerne la quota di prodotto spettante, il reddito agrario di ciascuno dei terreni utilizzato per l’attività comune.

Autore: Fabiola Pietrella

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Il 47% degli italiani usa lo smartphone per shopping

  • Quotidiano
  • - 23 Dicembre 2019

• Ormai quasi la metà (il 47%) degli italiani usa lo smartphone per effettuare i propri acquisti, anche se il negozio tradizionale resta ancora il punto di riferimento privilegiato per lo shopping. Emerge da un'indagine di Gfk.

• Il settore del commercio è fortemente caratterizzato da nuovi strumenti di vendita e l'omnicanalità sta modificando le abitudini di consumo. Questo impone alle aziende una serie di cambiamenti, obbligandole spesso a rivedere il proprio modello di business, per accogliere le esigenze di un cliente sempre più connesso, alla ricerca di un rapporto diretto con i marchi attraverso esperienze personalizzate.


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Città intelligenti, opportunità per le imprese

  • Quotidiano
  • - 30 Dicembre 2019

Nel prossimo futuro gli agglomerati urbani sono destinati a espandersi e diventerà sempre più complesso abitarci, muoversi e lavorare. Vediamo come alcune tecnologie possono aiutare a vincere queste sfide.

Secondo le Nazioni Unite nel 2030 le città genereranno il 70% del PIL mondiale e saranno abitate dal 60% della popolazione. Questa crescita porta con sé molte difficoltà di convivenza dovute alla concentrazione di abitanti e necessità. Una risposta a queste difficoltà è l’adozione di alcune tecnologie nell’ambito della comunicazione, della mobilità e della sostenibilità ambientale. Il vero obiettivo è mantenere o migliorare la qualità della vita senza rinunciare ai privilegi della pluralità e delle opportunità che le città offrono.

Il primo passo da considerare è la pianificazione. Si parla infatti di progetti che coinvolgono un territorio esteso, un numero di utenti elevato e che devono risultare alla portata di tutti.

Una delle tecnologie primarie in questi progetti è costituita dai sensori, usati per rilevare le grandezze più disparate. Si va dal monitoraggio dell’inquinamento a quello dei cassonetti pieni che consentono all’ente pubblico di intervenire con ordinanze o con semplici interventi di svuotamento. Per il risparmio energetico si utilizzano sensori in grado di rilevare il movimento e di diffondere l’illuminazione pubblica solo in quelle occasioni, tenendo spenti i lampioni in assenza di passanti.

Sempre in tema di rilevazione di movimento sono stati realizzati semafori che prolungano il verde in base al traffico effettivo, ottimizzando i flussi e riducendo le attese. O ancora i rilevatori di parcheggi liberi, collegati a uno strumento di navigazione, che consentono all’automobilista di puntare con sicurezza al posto libero più vicino alla sua meta, risparmiando tempo, carburante, diminuendo il traffico e inquinando meno.

Ma oltre ai sensori si parla di condivisione di informazioni utili come le liste d’attesa al pronto soccorso o agli uffici pubblici, il tutto accessibile da una App che permette all’utente di scegliere luoghi e orari meno affollati. La facilità di accesso a informazioni pubbliche sempre aggiornate, per esempio in materia scolastica, decongestiona le segreterie e razionalizza gli spostamenti. Ci sono anche soluzioni concrete di mobilità dolce con la realizzazione di ciclabili, l’attivazione di servizi di bike sharing o semplicemente un’ottimizzazione del trasporto pubblico.

Altro grande tema è la salute. Uno dei progetti ha realizzato la possibilità di monitorare a distanza alcuni parametri vitali relativi a soggetti a rischio riducendo tempi di intervento e migliorando l’efficacia delle cure. Il numero delle applicazioni e quindi le opportunità per le imprese sono davvero molteplici e innegabili i benefici per cittadini e lavoratori.

Solo vantaggi? Nell’affrontare la pianificazione occorre anche tener conto di alcune criticità.
Le applicazioni in materia di sicurezza e l’uso di telecamere diffuso pone seri problemi di privacy, inoltre la posizione dominante di alcune multinazionali, che forniscono queste tecnologie, nasconde possibili insidie nell’uso improprio delle informazioni. Non va sottovalutato il fatto che avere dati così dettagliati su un alto numero di soggetti, sui loro spostamenti, ecc. costituisce un autentico tesoro per il marketing.

Emerge pertanto una realtà ricca di stimoli e di innovazioni utili alla qualità della vita, da coniugare necessariamente con una sorveglianza accurata, una ricerca di trasparenza e indipendenza. Un equilibrio che probabilmente costituisce una sfida ancora più impegnativa della più avveniristica soluzione tecnologica.

Autore: Stefano Bottoglia


 

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L'insostenibile pesantezza dell'essere...logorroico

  • Quotidiano
  • - 19 Dicembre 2019

Interessandomi da anni di negoziazione, con la specifica applicazione alla negoziazione commerciale, il lavoro mi porta anche a condividere le esperienze con buyer, acquisitori, clienti, insomma con chi deve fare un acquisto. Chi acquista ha un desiderio, un bisogno, una necessità: lo deve soddisfare. Chi produce, ha prodotti e servizi studiati apposta per venire incontro alle esigenze dei clienti.

Sarebbe tutto facile se, tra chi deve comprare un prodotto e chi produce, non si interponesse un ostacolo: il venditore. Ma il venditore dovrebbe essere il facilitatore, l'informatore, colui che accompagna il cliente a vedere soddisfatte le sue esigenze. Dovrebbe, appunto. Tuttavia, non è così e nella maggior parte dei casi.

Molti commerciali sono ancora legati al vecchio cliché che vede il “bravo venditore” con eccezionali doti dialettiche, capacità di illustrare, di descrivere, di raccontare, quasi per imbambolare il cliente di parole e convincerlo ad accettare la loro proposta.

Bene, è ora di distruggere questa immagine/scheda fissata nella mente dei venditori e sostituirla con una un po' più aggiornata, partendo dalle effettive richieste e pensieri che hanno i compratori.
Ecco alcune considerazioni che mi vengono fatte, testuali.

“Perché i venditori mi fanno perdere tanto tempo con discorsi che non mi interessano?”

Le aziende sbagliano quando dicono ai venditori di andare dai clienti per presentare l'azienda, descrivere i prodotti, dettagliare i servizi, convincerli a farsi fare un preventivo.
Ci arriveranno, finalmente, imprenditori e dirigenti commerciali a dire alla forza vendita: “Vai e ascolta il cliente, fallo parlare, fatti dire che problematiche ha e cerca di capire che effettive esigenze ha”.

“Quando vedo che il venditore apre il suo “folder” o “brochure” di presentazione aziendale, mi prende lo sconforto...”

Migliaia di euro spesi in folder e brochure, bellissimi, patinati, illustrati… Soldi buttati negli anni 2020, ùldenaro che mantiene agenzie di pubblicità o dipendenti, anche bravi, ma che creano strumenti di vendita che, se va bene, vengono appoggiati sulla scrivania del cliente e lasciati come “ricordo” dell'incontro; se va male vengono descritti con enfasi sperando che la storia del “nonno che da solo 90 anni fa cominciò a produrre in un garage i primi, grezzi, prototipi, ecc.”.

Con tutto il rispetto per il nonno, se potesse vedere come oggi viene trattato il suo prodotto, credo che eviterebbe di mettere al mondo qualche figliolo.

“Perché quando faccio una domanda su un argomento non conosciuto dal venditore, lui inizia ad arrampicarsi sugli specchi, divagando senza rispondere? Se non sa la risposta, lo dica!”

Il cliente vuole la soluzione, non la vuole necessariamente dal venditore. Se non conoscete una risposta, ditelo subito, tranquillamente, garantendogli che gli farete avere le informazioni nel più breve tempo possibile. E fatelo.

“Perché i venditori, invece di parlare in continuazione di tutto e di più, non mi chiedono semplicemente cosa mi serve o che problema ho, e mi ascoltano attentamente?”

Non sono abituati, non ce la fanno, si sentono più sicuri a parlare, sperando che non interveniate per interrompere la loro “scaletta”, che ad ascoltare, con il timore di non riuscire a soddisfare le vostre esigenze.

Imparare ad ascoltare, a fare domande, a capire se e come possono essergli utili è l'unico segreto per vendere bene e far sì che il cliente ricompri e si fidelizzi.

Autore: Eros Tugnoli 

Ma è proprio vero che la capacità di parlare, descrivere, raccontare dei venditori sia un plus? Stando alle affermazioni di compratori, acquirenti e buyer, sembra proprio di no.

 

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