All’Asolo Prosecco spunta l’idea del Rosé Docg e il Consorzio si divide. Dalla Rosa: “Perché speculare? La scommessa è l’identità dei nostri vini”

Il 30 giugno il Consorzio Asolo Montello si riunirà per affrontare un tema spinoso, che vedrà gli associati divisi su due schieramenti: da una parte c’è chi vede il rosé come un’opportunità imperdibile dal punto di vista economico, dall’altra chi la vede insalubre e svilente per l’identità del territorio e del vino stesso, tanto celebrato per la sua autenticità.

Un argomento già affrontato sulla Sinistra Piave, dove la denominazione Conegliano Valdobbiadene alla fine non l’aveva voluto: la distribuzione del Prosecco rosé, invece, era iniziata nell’autunno del 2020 quando Coldiretti aveva dichiarato “14 milioni di bottiglie già pronte per raggiungere i consumatori”.

È presumibile sia anche per questo motivo, ovvero che l’Asolo Prosecco potrebbe rivelarsi l’unica variante rosé con la denominazione Docg, che l’inclusione nel catalogo dell’etichetta fa gola alla parte “meno conservazionista” del Consorzio di tutela dell’Asolo Montello, che dalle testimonianze interne per ora sembra prevalere per peso.

All’interno del nucleo decisionale del consorzio, c’è da specificare, il voto non procede per numero di teste, ma per quantità di prodotto.

Il primo a esporsi su questo tema è stato Franco Dalla Rosa, enologo e vicesindaco di Asolo, uno dei veterani del Consorzio, che ha spiegato: “Le motivazioni dei proponenti sono strettamente economiche, forse persino innovative dal punto di vista delle vendite, non mi permetterei mai di criticare questo aspetto, ma risultano estremamente dannose per gli aspetti storici e culturali. La nostra sfida è vendere il territorio e la sua storia, la sua eccezionale biodiversità, che tra l’altro è la più importante del mondo. Se il prosecco ha avuto quel che ha avuto è stato perché qualcuno l’ha mantenuto gelosamente: anche nei loro confronti continuiamo a essere in debito”.

“E loro (i favorevoli al rosé) diranno: abbiamo così tanti vini autoctoni minori che non riusciamo a venderne nemmeno una bottiglia – continua l’enologo – Ma non si tratta soltanto di vendere bottiglie: dobbiamo pensare a lungo raggio, riflettere sul futuro del territorio e promuovere il patrimonio storico culturale italiano, la sua diversità e la sua tenacia nel mantenere le eccellenze. In tutto il mondo si farà il rosé, ma nessuno avrà mai ciò che avremo custodito su queste colline”.

Più che due soli pareri contrapposti, ammettendo un proseguo di questa divisione, sembra che siano gli obiettivi a essere discordanti, cosa preoccupante secondo alcuni consorziati: da una parte lo sviluppo economico e la valorizzazione commerciale di un’etichetta che sta avendo grande successo in tutto il mondo, dall’altra la conservazione e la valorizzazione a lungo raggio del territorio e specialmente dove tutto è nato e dove, si spera, tutto rimarrà speciale.

(Foto: archivio Qdpnews.it).
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