“Valorizzare senza rovinare”: la sfida di Valmorel per il futuro della montagna

Valmorel è la frazione più alta del Comune di Limana, un piccolo borgo rurale immerso nelle Prealpi Bellunesi, tra boschi, pascoli e ambienti di particolare valore naturalistico. Come molte altre località di montagna, anche questo paese ha conosciuto l’abbandono del territorio e la progressiva diminuzione dei suoi abitanti. A fare la differenza, però, è stata una comunità che ha scelto di non arrendersi e di costruire il proprio futuro partendo dalle sue radici.

A raccontarlo, dalla piazza che rappresenta il cuore del paese, è Sergio Venturin, capofrazione di Valmorel. “Nonostante lo spopolamento, il borgo è riuscito a mantenere la propria identità rurale – spiega –. Da oltre trent’anni è attivo un comitato frazionale che ha preso a cuore la salvaguardia del paese, partendo dalla latteria storica e da un tessuto sociale che, nonostante le difficoltà, non è mai venuto meno”.

Il Comitato Frazionale di Valmorel-Navenze-Cros-Laste, oggi associazione di promozione sociale, è nato proprio dalla volontà degli abitanti di prendersi cura della frazione. Furono soprattutto i pochi giovani rimasti a impegnarsi per dare continuità al paese, valorizzandone le risorse senza alterarne l’identità. Poco distante si trovano, per esempio, le Torbiere della Valpiana, area di interesse comunitario inserita nella Rete Natura 2000 e testimonianza della ricchezza ambientale che caratterizza questa parte del territorio bellunese.

Da questa consapevolezza sono nati diversi progetti, tra i quali un percorso di sculture permanenti distribuite nel paese e lungo alcuni itinerari naturalistici. Una parte delle opere accompagna l’Anello delle Malghe, il tracciato che collega le quattro malghe storiche della zona: due sono ancora in attività, mentre le altre sono state trasformate in strutture ricettive.

Le prime sculture vennero realizzate direttamente sui tronchi, ma con il tempo le tecniche sono state perfezionate per proteggerle maggiormente dagli agenti atmosferici. Le opere sono state sollevate dal terreno e dotate di coperture, dando vita a un itinerario artistico ordinato e riconoscibile. Una mappa, realizzata anch’essa da scultori locali, permette oggi ai visitatori di individuare le installazioni e raggiungerle lungo i diversi percorsi.

L’origine del progetto risale al 1996, quando alcuni artisti del territorio, al termine di un corso di scultura, realizzarono dei bassorilievi ispirati a “I miracoli di Val Morel”, l’ultima opera di Dino Buzzati. Collocati sulla facciata della storica latteria, quei lavori rappresentarono il primo passo di un’iniziativa che negli anni si è estesa all’intera frazione.

Oggi le sculture si incontrano lungo l’Anello delle Malghe, nella piazza, agli incroci e sulle strade che conducono al paese. Anche alcuni privati hanno aderito spontaneamente al progetto e così, tra funghi, animali e folletti del bosco scolpiti nel legno, le opere sono diventate uno dei tratti distintivi di Valmorel. “L’iniziativa ha coinvolto sempre più persone – osserva Venturin – e le sculture sono diventate un piccolo biglietto da visita del nostro territorio”.

Al centro del borgo e della sua storia rimane la latteria, un laboratorio caseario che non ha mai interrotto la propria attività, nemmeno durante la guerra o nel periodo della pandemia. Il latte deve essere lavorato fresco ogni giorno e questa necessità ha contribuito a mantenere viva una realtà produttiva che oggi rappresenta un caso raro.

Quella di Valmorel è infatti l’ultima latteria turnaria ancora attiva nella provincia di Belluno e probabilmente una delle ultime del Veneto ad aver conservato questo modello. Il funzionamento prevede che ogni giorno, insieme al casaro dipendente della cooperativa, sia presente un socio di turno per collaborare alle diverse lavorazioni. Un’organizzazione che in passato era comune in molti paesi, ma che con il tempo è quasi completamente scomparsa.

Nello stesso edificio si trovava anche l’abitazione del casaro, che viveva al piano superiore insieme alla famiglia. Non si occupava soltanto della produzione del formaggio, ma anche della raccolta del latte e della consegna dei prodotti. Questa consuetudine proseguì fino agli anni Settanta, quando l’appartamento rimase inutilizzato e iniziò ad avere bisogno di importanti lavori di recupero.

Nel frattempo, il numero dei soci conferitori era sceso dagli oltre cento degli anni Cinquanta a poche unità. La comunità scelse allora di intervenire attraverso un accordo con l’amministrazione comunale: l’edificio della latteria divenne pubblico, mentre le vecchie scuole, chiuse ormai da tempo, furono vendute. Le risorse ottenute permisero di riqualificare lo stabile e di ricavare, al piano superiore, il centro Natura e Cultura “Al Vejò”.

Oggi questo spazio ospita la sede della latteria, la vita associativa e numerose iniziative dedicate al rapporto tra uomo e ambiente. “Non abbiamo voluto realizzare un museo, anche se sono conservati alcuni attrezzi storici – precisa Venturin –. Abbiamo creato un laboratorio nel quale sviluppare attività culturali e progetti legati alla convivenza tra le persone e il territorio che le accoglie”.

Questa visione è stata condivisa anche dalla Fondazione Elserino Piol, che ha scelto di investire a Valmorel sostenendo iniziative rivolte in particolare alle nuove generazioni. L’obiettivo è offrire ai giovani occasioni per tornare a vivere e lavorare in montagna, rileggendo anche le attività tradizionali, a cominciare da quella agricola, attraverso strumenti e approcci innovativi.

“Vogliamo unire tradizione e innovazione – prosegue Venturin –. La nostra missione è salvare il paese e tutelare il vivere sano in montagna, ma anche creare attività capaci di produrre reddito e offrire alle persone una possibilità concreta di rimanere sul territorio”.

Un lavoro che comincia a dare i suoi risultati. Da alcuni anni Valmorel registra un piccolo incremento demografico, in controtendenza rispetto allo spopolamento che interessa gran parte della provincia di Belluno. Anche alcune persone giovani hanno scelto di stabilirsi nella frazione, attratte dalla qualità della vita e dalle prospettive che si stanno costruendo.

La stessa attenzione guida l’organizzazione della Magnalonga, il percorso enogastronomico nato più di vent’anni fa e organizzato ogni anno nella zona delle malghe, con partenza e arrivo nella piazza di Valmorel. Le risorse ricavate dall’iniziativa vengono reinvestite nel paese per realizzare interventi, migliorare i servizi e sostenere nuovi progetti.

Un esempio è la tabella panoramica installata in piazza, dalla quale si può osservare l’intera Valbelluna e riconoscere le montagne che la circondano, dall’Altopiano di Asiago alle prime Dolomiti, fino al monte Schiara. “Cerchiamo di promuovere iniziative che restituiscano valore al luogo nel quale vengono realizzate – sottolinea il capofrazione –. Il motto che utilizzo da sempre è ‘valorizzare senza rovinare’: è questo il senso del nostro impegno”.

Nell’identità di Valmorel occupa un posto speciale anche Dino Buzzati. Lo scrittore bellunese dedicò a questi luoghi la sua ultima opera, “I miracoli di Val Morel”, costruita attorno a una serie di immaginari ex voto rivolti a Santa Rita.

A ricordare questo legame è il capitello realizzato nel 1972 vicino a un piccolo ruscello. Il luogo non si trova lungo l’antica strada che Buzzati percorreva salendo dalla villa di San Pellegrino, ma è diventato nel tempo uno dei simboli del rapporto tra lo scrittore e la frazione.

Un itinerario parte oggi da Limana e raggiunge Valmorel seguendo il percorso compiuto da Buzzati lungo la vecchia carrareccia. Il progetto prevede di prolungarlo fino al centro del paese e, successivamente, verso la località Sambuga, identificata attraverso alcune ricostruzioni come il luogo nel quale lo scrittore avrebbe immaginato il vecchio tabernacolo attorno al quale prende forma la sua opera.

La latteria, le sculture, le malghe, il paesaggio e la memoria letteraria diventano così parti di uno stesso racconto. Valmorel non vuole trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che è, ma continuare a vivere facendo della propria identità una risorsa. Un piccolo laboratorio della montagna bellunese nel quale la tutela delle radici incontra l’innovazione e la comunità prova, giorno dopo giorno, a costruire nuove opportunità.

Fine prima parte

(Autrice: Mihaela Condurache)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà di Dplay Srl)
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