Sessant’anni fa l’enoturismo, almeno nel significato che gli attribuiamo oggi, quasi non esisteva. Le cantine non erano abituate ad aprire le proprie porte ai visitatori, l’accoglienza non era ancora parte integrante dell’esperienza del vino e parlare di promozione coordinata del territorio significava anticipare di decenni un modello che sarebbe poi diventato centrale. È in questo contesto che, il 10 settembre 1966, nasceva la Strada del Vino Conegliano Valdobbiadene, indicata come la prima Strada del Vino d’Italia.
A sessant’anni da quella data, la sua storia e le iniziative organizzate per il 1966-2026 sono state presentate alla Scuola Enologica Cerletti di Conegliano, alla presenza di amministratori, rappresentanti delle istituzioni e del mondo economico, associazioni e realtà impegnate nella valorizzazione delle colline.
Una ricorrenza che cade in un anno particolarmente significativo per il territorio: ai 60 anni della Strada del Vino si affiancano infatti i 150 anni della Scuola Enologica di Conegliano e gli 80 anni della Confraternita di Valdobbiadene.


Ad aprire l’incontro è stato il sindaco di Conegliano Fabio Chies, che ha ricondotto il traguardo raggiunto oggi a un lavoro iniziato molto prima del riconoscimento UNESCO. Chies ha ricordato: “Quando si parla del nostro territorio Patrimonio dell’Umanità dobbiamo ricordarci che si parte da lontano. Niente avviene per caso”. Un cammino costruito, secondo il primo cittadino, anche grazie alla capacità di superare progressivamente i confini amministrativi e i campanilismi. Chies ha sottolineato: “I sindaci del nostro territorio hanno imparato a fare rete. I limiti del territorio comunale non hanno più senso, oggi bisogna parlare di territorio vasto”.
Un concetto legato anche al riconoscimento di Città Italiana del Vino 2026-2027 e al ruolo che le nuove generazioni saranno chiamate ad assumere. I giovani formati al Cerletti, ha ricordato il sindaco, sono diventati negli anni testimoni dell’identità vitivinicola del Conegliano Valdobbiadene anche fuori dai confini nazionali.


Stefano Soldan, sindaco di Pieve di Soligo e presidente IPA e Luciano Fregonese, sindaco di Valdobbiadene hanno invece posto l’attenzione sulla “preziosa eredità lasciata dai fondatori, autentici e generosi innovatori, che hanno saputo guardare oltre il limite del loro presente, immaginando le sfide alle quali sarebbero state chiamate le future generazioni”.




Proprio il legame tra formazione e territorio è stato al centro dell’intervento della dirigente scolastica Maria Grazia Morgan. Il sessantesimo della Strada, ospitato nell’anno dei 150 anni del Cerletti, riunisce due storie profondamente intrecciate. Morgan ha osservato: “In questi 150 anni sono passate da qui persone lungimiranti e lungimirante è stato anche chi, sessant’anni fa, ha pensato a una Strada del Vino e ha colto l’importanza che avrebbe avuto per il territorio”.
Da questa scuola sono usciti nel tempo numerosi tecnici che hanno portato le proprie competenze nel mondo, mentre internazionalizzazione e rapporto con il tessuto produttivo continuano a rappresentare due elementi centrali della formazione.
La nascita della Strada viene ricondotta soprattutto a tre figure: Italo Cosmo, Giuseppe Mazzotti e Giuseppe Schiratti. Tre uomini che seppero intuire come la promozione del vino non potesse essere separata dal paesaggio, dalla gastronomia, dalle osterie, dalla cultura e dalle persone che abitavano quelle colline.


A raccontare l’evoluzione di quell’idea è stato il presidente della Strada del Vino Conegliano Valdobbiadene Isidoro Rebuli, oggi alla guida di una realtà che conta circa 250 soci. Rebuli ha evidenziato: “Oggi è di moda parlare di enoturismo, ma noi ce ne occupiamo dal 1966. È stato uno dei primi esempi di marketing territoriale, mettendo in rete cantine, ristoranti, enoteche, bar e tutte le realtà legate all’ospitalità”.
Negli anni Sessanta la sfida era innanzitutto quella di costruire e garantire una qualità diffusa. Le botteghe aderenti alla Strada venivano sottoposte a controlli che non riguardavano esclusivamente il vino, ma anche l’igiene, l’accoglienza e la capacità degli operatori di conoscere e raccontare il territorio. Rebuli ha ricordato: “Stiamo parlando del 1966: si andava a vedere se c’erano i servizi igienici puliti, se i vini erano buoni o se erano aceto. Per l’epoca erano cose incredibili”.
Le prime botteghe erano 14 e, nel giro di circa vent’anni, divennero 33. Il marchio non rappresentava quindi una semplice insegna, ma il riconoscimento di determinati standard qualitativi, verificati nel tempo. Da allora il rapporto tra cantine e turismo è cambiato radicalmente. Se fino a pochi anni fa una delle difficoltà era trovare aziende disponibili ad accogliere visitatori nel fine settimana, oggi il turista cerca esperienze durante tutta la settimana e vuole poter programmare degustazioni, visite e soggiorni con maggiore facilità.
Tra le iniziative che negli anni hanno contribuito a rafforzare il legame tra Strada e visitatori c’è anche la 100 Miglia sulle Strade del Prosecco, manifestazione che richiama equipaggi provenienti da diversi territori.
Ma proprio la crescita dell’attrattività pone oggi una questione nuova: evitare che il successo turistico finisca per indebolire ciò che rende queste colline riconoscibili. Rebuli ha ribadito: “Il vero lusso del nostro territorio è l’autenticità delle persone che ci vivono. Più rimaniamo autentici e più saremo ambiti da chi arriva da fuori”. Il visitatore, secondo il presidente, non cerca soltanto un bel panorama o una degustazione, ma il contatto con le persone, le aziende e le storie locali. Anche tecnologia e intelligenza artificiale possono aiutare, purché rimangano strumenti al servizio di questa relazione. Rebuli ha spiegato: “Possiamo utilizzare la tecnologia e l’intelligenza artificiale, ma come strumenti per arrivare alle persone”.


Nel suo intervento il presidente ha inoltre richiamato l’attenzione sul confronto nazionale relativo agli strumenti dedicati all’enoturismo, esprimendo preoccupazione per il rischio che le Strade del Vino possano essere escluse da alcune misure e chiedendo attenzione anche alle istituzioni presenti. A ricostruire in maniera più approfondita la storia del progetto è stato il professor Pierantonio Val, docente allo IUAV di Venezia, che ha anticipato i contenuti della mostra dedicata al sessantesimo.
Il lavoro di ricerca ha riportato alla luce lettere, fotografie, insegne, materiali promozionali e oggetti provenienti in particolare dagli archivi Mazzotti e Schiratti, oltre che da storiche realtà del territorio. Materiali che mostrano come la Strada non sia mai stata pensata come un semplice itinerario tra produttori di vino.
Fin dalle prime comunicazioni trovavano infatti spazio gastronomia, monumenti, paesaggio, borghi e accoglienza. Anche il tracciato venne studiato attentamente: doveva essere panoramico e attrattivo, ma anche incontrare le botteghe e i luoghi nei quali il visitatore potesse fermarsi. Val ha sintetizzato: “La Strada era un progetto integrato di qualificazione del territorio e del paesaggio”.
Particolare attenzione veniva riservata anche all’immagine coordinata: insegne, caraffe, bicchieri, vassoi e altri oggetti diventavano strumenti di comunicazione. Agli operatori venivano inoltre forniti materiali utili a migliorare il servizio e l’accoglienza. Un sistema che non si limitava quindi a dichiarare la qualità, ma cercava di verificarla e renderla riconoscibile.
La mostra storica sarà inaugurata il 18 settembre alle ore 18 e offrirà l’occasione di osservare una parte del materiale recuperato durante il lavoro di ricerca.
Sul rapporto tra memoria e futuro è intervenuto anche Federico Della Puppa, direttore dell’Associazione per il Patrimonio delle Colline del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene. Il modo di raccontare un luogo è cambiato: un tempo c’erano le cartoline, oggi ci sono smartphone e social network. Ma, alla base, resta la stessa esigenza di condividere ciò che si è visto e vissuto.


Il rischio, secondo Della Puppa, è però quello di considerare il territorio come qualcosa di concluso e immutabile. Il direttore ha avvertito: “C’è un rischio di museificazione. Non dobbiamo pensare a questo territorio come a qualcosa che ha raggiunto un obiettivo: è un territorio costantemente in trasformazione”. Il riconoscimento UNESCO, dunque, non rappresenta un punto d’arrivo, ma impone la responsabilità di accompagnare il cambiamento e aumentare la consapevolezza di chi vive le colline, soprattutto delle nuove generazioni.
Nel corso dell’incontro è stato ricordato anche il sostegno storico della Camera di Commercio, chiamata a favorire il collegamento tra le imprese e a contribuire a una promozione capace di andare oltre il solo comparto vitivinicolo. Turismo, ristorazione, artigianato, commercio e cultura sono infatti parte di un sistema economico più ampio, nel quale la capacità di fare rete continua a essere indicata come una delle condizioni fondamentali per lo sviluppo.


Tra i sostenitori delle celebrazioni c’è anche Banca Prealpi SanBiagio, rappresentata da Teresa Grava, che ha individuato tre valori condivisi tra l’identità dell’istituto e quella della Strada: inclusione, qualità e centralità della persona. L’inclusione è stata richiamata come capacità di superare divisioni territoriali e mettere insieme settori differenti: agricoltura, cantine, turismo, gastronomia, botteghe, artigianato, commercio e cultura.
Grava ha poi legato il concetto di qualità anche al titolo scelto per il docufilm del sessantesimo: “La qualità si fa con calma, senza scorciatoie e in modo autentico”. Un principio che, secondo la rappresentante della banca, deve essere trasmesso anche ai giovani, recuperando il valore della fatica e del tempo necessario per costruire risultati solidi.
In un contesto sempre più digitale resta però centrale la relazione umana. Grava ha sottolineato: “Viviamo in un mondo di innovazione tecnologica, ma noi crediamo ancora nel contatto umano. La tecnologia è utilissima ed è uno strumento per migliorare, ma al centro rimane la persona”. Un approccio coerente, ha spiegato, con la natura stessa di una banca di credito cooperativo, chiamata a svolgere un’attività finanziaria mantenendo allo stesso tempo un rapporto diretto con le comunità e con il tessuto economico locale.
Tra gli appuntamenti più significativi del sessantesimo figura anche il docufilm “Adagio adagio”, prodotto dalla Strada del Vino e anticipato durante la conferenza attraverso un trailer. Il progetto sceglie una narrazione emozionale delle colline, affidandosi alle immagini del paesaggio e alle testimonianze di diversi protagonisti per raccontare il rapporto tra uomo, territorio, artigianalità e trasformazione.
Il titolo stesso suggerisce la direzione: attraversare il Conegliano Valdobbiadene senza consumarlo velocemente, ma lasciandosi il tempo di conoscerne luoghi e persone. La prima proiezione è prevista nel mese di ottobre e successivamente il lavoro sarà diffuso anche attraverso i canali digitali della Strada. Il calendario delle celebrazioni comprende inoltre, il 26 settembre, una camminata lungo il Cammino delle Colline del Prosecco, accompagnata da Giovanni Carraro, ideatore del percorso.


Memoria, immagini e cammino diventano così tre modalità differenti attraverso cui raccontare lo stesso territorio. A richiamare l’importanza di non trasformare il sessantesimo in una semplice operazione nostalgica è stato anche il presidente della Fondazione Giuseppe Mazzotti, Andrea Simionato, che ha ricordato il patrimonio documentario lasciato da Mazzotti, comprendente circa 120 mila fotografie.
Simionato ha sottolineato: “Non dobbiamo guardare al passato con nostalgia. Dobbiamo guardarlo per capire la visione che questi uomini hanno avuto”. Una visione che seppe mettere insieme paesaggio, architettura, cultura, turismo e capacità di guardare oltre i confini locali, anticipando molti dei temi che oggi tornano al centro del dibattito.
Nel 1966, l’innovazione fu comprendere che un vino non poteva essere raccontato senza il luogo nel quale nasceva. Nel 2026, dopo sessant’anni di crescita e una notorietà internazionale allora difficilmente immaginabile, la sfida è evitare che proprio quel successo finisca per consumare il patrimonio che l’ha reso possibile.
Il filo conduttore resta il vino, ma attorno ci sono paesaggio, cultura, imprese, botteghe, formazione e persone. E proprio nella parola scelta per il docufilm, “Adagio adagio”, sembra concentrarsi il messaggio delle celebrazioni: continuare a crescere, ma con il tempo e l’attenzione necessari per non perdere l’autenticità delle colline.
(Autrice: Mihaela Condurache)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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