La Festa della Repubblica Italiana richiama alla memoria il momento in cui l’Italia scelse la democrazia e l’autodeterminazione. Esiste tuttavia un angolo di Paese in cui il significato profondo del 2 giugno si intreccia in modo indissolubile con la storia del riscatto sociale ed economico della propria gente. È il Veneto, una terra che nel secondo dopoguerra si presentava ferita, povera e costretta a fare i conti con il dramma di un’emigrazione di massa, ma che ha saputo trasformare quella miseria in un modello di sviluppo globale. Il simbolo più nitido di questa rinascita non è fatto di cemento o fabbriche, ma di terra, fatica e bellezza: il paesaggio delle Colline di Conegliano e Valdobbiadene.
Quando il 2 giugno 1946 i cittadini italiani vennero chiamati alle urne, il tessuto rurale veneto affrontava una delle sue fasi più critiche. Per intere generazioni, la sopravvivenza in queste province ha significato strappare alla terra il minimo necessario per vivere. La Costituzione nata da quella svolta storica sancì un principio cardine nel suo primo articolo: una Repubblica fondata sul lavoro. Pochi territori hanno interpretato questa massima con la stessa radicale dedizione del popolo veneto. La ricostruzione post-bellica non è stata semplicemente una transizione istituzionale, bensì una rivoluzione antropologica guidata dalla cultura del sacrificio e dalla volontà di non abbandonare le proprie radici.
Il cammino dalla miseria rurale al benessere non è stato immediato, ma ha attraversato una profonda metamorfosi nei decenni centrali del Novecento. Tra gli anni Sessanta e Ottanta, la mezzadria ha ceduto il passo a un modello di piccola proprietà coltivatrice: i contadini sono diventati imprenditori di se stessi. Questo processo ha trovato la sua spinta decisiva nella specializzazione enologica, trasformando una produzione vinicola un tempo destinata al consumo locale in un fenomeno di successo prima nazionale e poi internazionale. La nascita della prima “Strada del Vino” in Italia proprio a Conegliano nel 1966 ha segnato l’inizio di questa transizione, capace di legare per sempre l’economia di un intero distretto alla valorizzazione del vitigno Glera.
Il compimento visibile di questo lungo percorso ha ottenuto il massimo riconoscimento internazionale il 7 luglio 2019, quando il Comitato del Patrimonio Mondiale riunito a Baku, in Azerbaijan, ha ufficialmente inserito le Colline del Prosecco nella Lista dell’UNESCO come paesaggio culturale. Il momento della proclamazione ufficiale e i festeggiamenti successivi della delegazione veneta sono documentati nel reportage storico presente sull’archivio video di Qdpnews. Questo mosaico di vigne e boschi rappresenta il risultato di quella che gli esperti definiscono a pieno titolo viticoltura eroica. I viticoltori trevigiani hanno lavorato per secoli pendenze scoscese che arrivano a sfiorare il 100% di inclinazione, dove l’uso di qualsiasi macchinario è impossibile e ogni singola operazione deve essere eseguita rigorosamente a mano.
Il capolavoro di questo ingegno contadino risiede nella creazione dei ciglioni inerbiti, i caratteristici terrazzamenti naturali modellati a colpi di zappa a partire dall’Ottocento. Questa tecnica ha permesso non solo di coltivare la vite su pareti verticali, ma ha anche protetto il suolo dall’erosione, creando un perfetto equilibrio tra l’uomo e l’ecosistema. Da quelle pendenze impervie, che un tempo chiedevano fino a 800 ore di lavoro manuale per ettaro all’anno, nasce oggi il Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, un’eccellenza che viaggia nei mercati di tutto il mondo.
Oggi, tuttavia, il riscatto storico della comunità locale affronta una nuova e decisiva fase di maturità: la sfida della sostenibilità ecologica. La tutela del riconoscimento UNESCO impone infatti il superamento delle logiche di sfruttamento intensivo e della frammentazione del paesaggio per abbracciare una gestione che metta al centro la biodiversità e la riduzione dell’impatto ambientale. Il futuro di questo territorio non si gioca più solo sui volumi di export, ma sulla capacità di proteggere le risorse idriche, eliminare gradualmente i fitofarmaci invasivi e preservare l’alternanza tra vigneto e bosco che costituisce l’identità profonda del luogo. Solo tutelando l’integrità del suolo, la comunità veneta potrà garantire alle prossime generazioni la continuità di quel “miracolo” nato dalla fatica dei padri.
Celebrare la Festa della Repubblica in Veneto significa dunque guardare a queste colline e riconoscervi il monumento vivente all’orgoglio di un popolo. Il filo rosso che unisce la nascita dello Stato democratico al paesaggio trevigiano è la dignità del lavoro della terra. Le Colline di Conegliano e Valdobbiadene dimostrano che la vera ricchezza di una nazione risiede nella capacità della sua gente di curare il proprio territorio, trasformando le fatiche della storia in un patrimonio universale di bellezza, civiltà e responsabilità ambientale.
(Autore: Alessandro Lanza)
(Foto e video: Archivio Qdpnews.it)
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