Quella del Maresciallo Cesare Barro è una storia che mescola eroismo con il dramma, lo stesso dramma vissuto da altri giovani come lui durante la Seconda Guerra Mondiale.
La figura di Barro è stata ricordata ieri sera nella sala parrocchiale di San Pio X a Conegliano, dalla sezione locale (che prende il nome dello stesso Barro) dell’Associazione Arma Aeronautica che celebra i suoi 50 anni di storia.
Di fronte a una platea giunta per l’occasione, che contava anche alcuni parenti di Barro, è stata ricordata la storia del Maresciallo 27enne, partito il 21 aprile 1941 per una missione, per poi non fare più ritorno a casa.


Nato a Conegliano il 16 maggio 1914, figlio di Francesco e di Osvalda Petris, Cesare Barro aveva anche due fratelli minori, ovvero Arrigo e Maria.
Dopo aver concluso la scuola di Arte e Mestieri di Conegliano e ottenuto il diploma di ebanista, si arruolò volontario in Aeronautica.
Nel 1939 visse il dolore della perdita della sorella Maria a soli 19 anni: Cesare, in accordo con il custode del cimitero coneglianese, ogni tanto faceva un passaggio a volo radente, per gettare un mazzo di fiori per la sorella da lui molto amata.
Appassionatissimo di volo, in città era noto per le sue gesta. Si narra che una volta passò così basso sopra la Caserma San Marco, che fece spaventare e scappare i muli lì presenti. Per questo, venne rimproverato.
A lui era molto legato anche il fratello minore, tanto che era sua abitudine salire sul tetto della casa di famiglia per salutarlo, quando passava con l’aereo a bassa quota.
Nel 1941, quando era istruttore pilota alla base di Aviano, Barro venne chiamato dal suo comandante, per partecipare al Secondo conflitto mondiale.
Fu così che il 21 aprile 1941 partì per l’ultima missione a bordo dello Sparviero (il Savoia Marchetti SM79), un bombardiere leggero e uno degli aerei da combattimento più impiegati dall’Aeronautica Militare Italiana.
Gli inglesi lo chiamavano “il gobbo maledetto”, per la forma che presentava una gobba sul dorso, dove era situata la postazione del mitragliere, ma anche per la capacità di incassare i colpi e la difficoltà dei caccia inglesi di attaccarlo da dietro.


Barro, veterano della guerra nell’Africa Orientale Italiana, era il più giovane dei marescialli piloti della Regia Aeronautica. A bordo dello Sparviero era il secondo pilota e con lui c’erano il Capitano pilota di complemento Oscar Cimolini (comandante di 33 anni), il Tenente di vascello Franco Franchi (osservatore della Regia Marina di 29 anni), il Sergente Maggiore Amorino De Luca (marconista 26enne), il primo Aviere Quintilio Bozzelli (motorista di 26 anni) e il primo Aviere Gianni Romanini (armiere di 25 anni, il più giovane dell’equipaggio al quale, nonostante una licenza già firmata, venne ordinata l’ultima missione).
La missione consisteva nel silurare una petroliera inglese, situata a sud di Creta. Lo Sparviero presentò dei problemi a uno dei motori già prima del decollo, motivo per cui la partenza venne ritardata.
Dopo aver portato a termine la missione, il bombardiere non fece più ritorno: dopo due giorni di ricerche in mare, lo Sparviero e il suo equipaggio vennero dichiarati dispersi.
All’epoca il Maresciallo Barro era sposato, con una figlia piccola e un’altra in arrivo che non conobbe mai il padre.
Soltanto il 5 ottobre 1960 alcuni tecnici della compagnia CORI (Compagnia Ricerche Idrocarburi) del Gruppo Eni, impegnati in alcune ricerche petrolifere nel deserto libico, si imbatterono in un relitto con vicino dei resti umani: era lo Sparviero con il suo equipaggio.
Secondo una prima ricostruzione, a causa del vento forte lo Sparviero che, nel frattempo, aveva anche terminato il carburante, fu costretto a un’atterraggio di emergenza nel deserto libico.
Se il resto dell’equipaggio rimase ferito dall’impatto, il primo Aviere Giovanni Romanini partì per una vera e propria marcia della speranza nel deserto, in cerca di aiuto: affrontò 90 chilometri a piedi per trovare dei soccorsi, ma morì di sete e fatica. Prima di accasciarsi sulla sabbia, sparò l’ultimo razzo che aveva a disposizione, ma nessuno lo vide.
Una storia commovente, che fa riflettere su quello che fu il sacrificio di tanti giovani durante quei tempi oscuri di guerra.
Una serata che ha voluto ricordare uno dei coneglianesi illustri, anche alla presenza del consigliere Matteo Zucol e del presidente del consiglio comunale Christian Dal Bo’, in rappresentanza dell’amministrazione.
Le celebrazioni per il 50esimo anniversario proseguiranno oggi pomeriggio alle 16.30, al Dina Orsi di Conegliano, con il concerto “Azzurro 2026. Alberto Grollo & friends”.
(Autore: Arianna Ceschin)
(Foto: Arianna Ceschin)
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