Modi di dire: vincere sul filo di lana

La storia della lana veneta si perde nella notte dei tempi: duemila anni fa il poeta Marziale celebrava la qualità del vello delle pecore di Altino. Un manto che l’abilità di lavandai, sgrassatori, cardatori, filatori, sarti e tintori trasformava in raffinatissimi scialli e mantelli, contesi dalle matrone romane più abbienti.

L’arte laniera veneta, nonostante l’alternarsi di trionfi e drammatiche crisi, è fortunatamente giunta sino ai nostri giorni salvaguardando la propria reputazione di manifattura di grande pregio. Fra i luoghi simbolo di quest’arte millenaria vi è la Valsana, spicchio dell’Alta Marca nel quale la ricchezza di corsi d’acqua, l’ampia disponibilità di materie prime, di manodopera e il vivace dinamismo imprenditoriale si sono rivelati fattori decisivi per il successo delle manifatture tessili

A Follina, toponimo collegato con la follatura ovvero il lavaggio e l’infeltrimento dei tessuti, i monaci cistercensi furono precursori dell’arte laniera. Una tradizione perpetuata nei secoli successivi da imprese come il follinese Lanificio Paoletti, fondato nel 1795 e ancora oggi guidato dalla decima generazione di famiglia o il vittoriese Lanificio Bottoli, nato nel 1861 sulle sponde del Meschio e la cui prima mission fu proprio la realizzazione di panni e coperte di lana.  

Entrambe le manifatture dimostrano i livelli di autentica eccellenza raggiunti dai protagonisti di un’arte nella quale tradizione e innovazione, cura per il dettaglio e vision imprenditoriale, si intrecciano come la trama e l’ordito dei loro preziosi tessuti.

Fatte queste premesse, veniamo al modo di dire di oggi: vincere (o perdere) sul filo di lana. In entrambi i casi si tratta di un evento occorso all’ultimo momento, in extremis, per un soffio. Chi trionfa sul filo di lana ha dovuto affrontare un avversario che (ulteriore riferimento al mondo della tessitura) gli ha dato del filo da torcere; viceversa, chi viene sconfitto sul medesimo filo, sperimenta la magra consolazione di aver accarezzato, almeno per un istante, la vittoria.

La locuzione nasce dalla consuetudine, nei primi del ‘900, di stendere un filo di lana al traguardo delle gare podistiche: chi lo spezzava per primo era il vincitore della corsa. Un ausilio essenziale per i giudici che, non potendo avvalersi del fotofinish o di sofisticati rilevatori elettronici, si affidavano a questo semplice stratagemma per evitare errori di valutazione.

In un interessante articolo a firma di Paolo Rondinelli pubblicato dall’Accademia della Crusca, l’autore esamina la differenza fra il “filo di lana” e il “filo di lama”, quest’ultimo inteso sia come parte più sottile e affilata di un rasoio o di un coltello, sia come metafora di precarietà e insicurezza. Chi “cammina sul filo del rasoio” è in equilibrio provvisorio, instabile e, da un momento all’altro, rischia di precipitare nell’abisso. Ogni mossa avventata, ogni scossone può provocarne l’improvvisa caduta seguita da spiacevoli conseguenze. 

Fra le locuzioni che hanno a che fare con il filo di lana e quello di lama esistono dunque delle differenze, sebbene in qualche caso impercettibili, come una fibra sottilissima o un’affilatura eseguita a regola d’arte. Chi non ne fosse convinto può certo dissentire, ma polemizzare sarebbe inutile. Come sosteneva Orazio, non vale la pena perdere tempo in questioni di lana caprina!    

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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