“Nell’Ungheria di Orbán non c’è libertà di stampa”: al Giavera Festival la testimonianza della giornalista Kozar e di Klubrádió

È calato il sipario sulla 28esima edizione del “Giavera Festival. Crocevia di incontri e culture“, una delle manifestazioni più importanti in Veneto sui temi legati all’intercultura.

Dal 7 al 9 luglio scorsi, nella cornice di Villa Wassermann a Giavera del Montello sono stati affrontati vari temi: non solo il sociale ma anche l’attualità, la tecnologia e gli esteri, spaziando dall’intelligenza artificiale alla lotta delle donne in Iran e Afghanistan, con un interessante approfondimento sulla situazione attuale dell’informazione in Ungheria.

Oltre alle conferenze e alle mostre, il pubblico ha potuto fare un giro tra le bancarelle che esponevano prodotti di artigianato da varie nazioni del mondo, sorseggiare un tè sotto la tenda dei Tuareg del Niger, assistere a spettacoli di danza, musica e teatro, cercare gli ultimi titoli di libri che trattano tematiche interculturali o gustare specialità gastronomiche delle cucine delle terre cotte.

Quest’anno Qdpnews.it – Quotidiano del Piave ha scelto di partecipare all’incontro, andato in scena nel tardo pomeriggio di domenica 9 luglio, con la giornalista indipendente ungherese Alexandra Kozar e András Arató, direttore di Radio voce libera (Klubrádió).

L’evento, dal titolo “Ungheria, il Paese contraddittorio nel cuore dell’Europa…libertà di stampa, diritti e migrazione”, ha toccato temi di grande attualità.

In Ungheria non c’è libertà di stampa – hanno affermato gli ospiti ungheresi che si sono espressi in lingua italiana -. Il 90 % della stampa è sotto il governo del presidente Viktor Orbán. Il popolo ungherese per informarsi guarda i programmi del governo; può accedere all’informazione libera ma questa è a pagamento (articoli online dove si deve pagare per leggerli dall’inizio alla fine). La situazione dei giornalisti in Ungheria è molto difficile, perché i giornali e le televisioni che non sono schierate con Orbán non ricevono contributi pubblici o prendono molto poco”.

“L’informazione nella capitale Budapest è più diversificata – continuano -, mentre nelle campagne o in periferia, dove ci possono essere anche dei problemi con la connessione internet, le notizie che arrivano sono solo quelle filtrate dal governo nella televisione di Stato. Nel nostro Paese non abbiamo più migranti o ne abbiamo pochi perché, dopo la realizzazione della barriera di separazione tra l’Ungheria, la Serbia e la Croazia, nessuno cerca più di entrare. Il governo accetta solo migranti bianchi e cristiani‘, come nel caso degli ucraini che scappano dalla guerra”.

“Sono diminuite le sovvenzioni per i teatri indipendenti – concludono – e la ripartizione dei fondi per la cultura è sproporzionata a favore delle realtà legate al governo. Immaginiamo un futuro triste, perché le nuove generazioni sono educate a non pensare‘. L’autocritica e il confronto sarebbero forti in Ungheria, ma nei media nazionali si raccontano tante bugie o si omettono alcune notizie, come le proteste degli insegnanti davanti al Parlamento ungherese. Fate attenzione anche in Italia, una deriva autoritaria è sempre possibile”.

Il Giavera Festival ha ospitato tanti altri incontri interessanti: Livio Senigalliesi, fotoreporter internazionale, ha aperto la mostra fotografica “Kosovo terra senza pace“, mentre l’artista e attore Alessandro Bergonzoni ha tenuto un intervento dal titolo “Non trovo pace… chiamata alle arti”.

La giornalista Costanza Spocci, conduttrice di Radio 3 Mondo, e Silvia Maraone, coordinatrice dei progetti Ipsia in Bosnia, sono state protagoniste dell’incontro “Geopolitica di un mondo che non trova pace“, accompagnando il pubblico attraverso i principali scenari di crisi del mondo attuale.

Teresa Scantamburlo, ricercatrice in Etica Digitale all’Università Cà Foscari di Venezia, si è occupata di “Intelligenza artificiale e comunità umana” (opportunità e rischi per le relazioni umane generati da un’innovazione tecnologica la cui portata è ancora sconosciuta).

Sabato sera il Festival ha ospitato un panel di eccezione: Madina Hassani (attivista afghana fuggita in Italia dopo il ritorno al potere dei talebani nel 2021), Barbara Schiavulli (corrispondente di guerra e scrittrice), Parisa Nazari e Zahra Toufigh Asri (attiviste iraniane impegnate nelle proteste di Teheran dopo la morte di Mahsa Amini) hanno affrontato il tema “Afghanistan, Iran… donne in prima linea“.

Domenica, oltre agli ospiti ungheresi, sono intervenuti anche lo scrittore e insegnante Enrico Galiano (“Dall’arte di sbagliare all’arte dell’incontro”) e Susanna Piccin con “Italia che cambia”.

Tra gli interventi teatrali si segnalano il viaggio con Kanu nella tradizione del Burkina Faso, il duo svizzero Genealogie Caprine, le cadenze e le ballate dalla Campania dei Leggermente a Sud, il ritmo e l’allegria dall’America Latina nel Mestison Concert e i Balkan Bazar.

Oltre alla mostra fotografica “Kosovo, terra senza pace” del fotoreporter Senigalliesi, il pubblico ha potuto ammirare anche “Tunisia: Con il sorriso negli occhi, tra quartieri e villaggi di terre dimenticate“, a cura di Devid Sbeghen, sull’originale esperienza di incontro con bambini, ragazzi, insegnanti, giovani realizzata dal Giavera Festival insieme al Circo Patuf a febbraio in Tunisia.

Non vanno dimenticate l’originale installazione artistica in movimento, “Il Cicloteatro“, realizzata con materiali di riciclo a cura del collettivo teatrale Cantieri Meticci, e le otto realtà artigianali provenienti direttamente dall’Ucraina.

Negli spazi di Villa Wassermann c’erano inoltre 3 sartorie sociali che riutilizzano creativamente tessuti di scarto, valorizzando artigianalità e aggregazione nel ricucire territorialità: Sartoria sociale e artistica – GiaveraTemporary roots – Skaf di Castel Volturno e Sartoria Brisa – Treviso che coinvolge donne ucraine.

“Abbiamo avuto il piacere di collaborare ed essere presenti alla 28esima edizione del Festival – raccontano da Gim – Giovani Italo-Marocchini, associazione presieduta dal pievigino Mohammed Hammouch -. Una manifestazione che ormai è diventata un appuntamento fisso nella Regione Veneto e non solo. Un festival che racchiude le culture di moltissimi Paesi del mondo e crea un punto d’incontro e conoscenza“.

“Siamo molto soddisfatti di aver iniziato con quest’anno una prima collaborazione – concludono -, mettendo degli importanti ‘mattoncini’ per il futuro e per la comunità marocchina in Italia. Ci ha fatto inoltre un grandissimo piacere aver rilevato la necessità e la ricerca di nuove energie che le nuove generazioni possono portare. Ringraziamo gli organizzatori e chi è venuto a trovarci”.

(Foto: Qdpnews.it ©️ riproduzione riservata).
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