La vita del nunzio apostolico monsignor Alberto Bottari de Castello: “40 anni di servizio mi hanno cambiato”

Ambasciata Filippine

 

Il 5 luglio prossimo compirà 78 anni, il montebellunese monsignor Alberto Bottari de Castello ha dedicato la sua vita al servizio della Chiesa. Ha visto sette papi, da Pio XII a Papa Francesco, oltre all’italiano, parla francese, inglese, spagnolo e arabo, ma conosce diverse altre lingue per aver girato il mondo grazie ai suoi incarichi diplomatici di rappresentante della Santa Sede.

Monsignor Bottari, nel suo altissimo ruolo, ha potuto conoscere da vicino le genti che popolano il nostro questo Pianeta, la povertà e la fame, le guerre, le catastrofi naturali e il potere.

L’ 11 settembre 1966 è stato ordinato presbitero per la diocesi di Treviso da monsignor Antonio Mistrorigo. Nel 1973 ha conseguito il dottorato per il servizio nelle rappresentanze pontificie.

Viene così inviato in Ecuador dal 1973 al 1978, in Siria dal 1979 al 1982, in Zaire dal 1982 al 1983 e negli Stati Uniti d’America dal 1983 al 1987 (dove ha incontrato Madre Teresa di Calcutta).

Nel 1976 è stato nominato cappellano di Sua Santità. Nel 1999 Giovanni Paolo II lo nomina Arcivescovo titolare di Foraziana (Tunisia) l’antica sede episcopale di Bizacena e nunzio apostolico in Gambia, Guinea, Liberia e Sierra Leone il 18 dicembre 1999. Papa Benedetto XVI lo nominerà poi nunzio apostolico del Giappone (nel 2005) e d’Ungheria (nel 2007). Nel dicembre 2017 papa Francesco ha accettato la sua rinuncia all’incarico per raggiunti limiti di età e monsignor Bottari è tornato a vivere nella sua città natale, Montebelluna.

Ambasciata Filippine

“La mia esperienza – spiega monsignor Bottari ai nostri microfoni – è stato un cammino di Chiesa che mi è stato richiesto, che non avevo scelto, tanto che i primi tre anni di sacerdote li ho fatti a Nervesa. Poi gli studi diplomatici a Roma, quindi in America Latina, Medio Oriente e Africa. Ho fatto 40 anni di servizio alla Santa Sede, però anche 12 anni da missionario in Camerun. A dir la verità ho rivissuto, in questi mesi di lock-down, esperienze che avevo già fatto soprattutto in Africa e in America Latina. Vivere come missionario, in particolare, e anche come diplomatico della Santa Sede ti porta a essere vicino alla gente. In Nuova Guinea ero in una umile casa in affitto, non ero in un’ambasciata. Essere costretti oggi a lasciare tante cose a cui siamo abituati, mi ha fatto ripensare a quando mi trovavo in paesi in cui tocchi la povertà e vivi poveramente. Dove non ci sono gli ospedali, non ci sono vie di comunicazione. Quelle cose ti cambiano. Ricordo, quando ogni tanto tornavo a casa e osservavo quanti sprechi ci fossero qui in Italia e come non ci fosse bisogno di tutto questo. La pandemia ci ha fatto provato in parte questa esperienza e abbiamo imparato che tutto quello che avevamo non era proprio così necessario. Abbiamo riscoperto tanti valori, anche il rispetto degli altri, il vivere in famiglia, fare dei sacrifici pensando agli altri. Penso che questi due mesi ci abbiano dato una lezione. Abbiamo visto come anche la natura abbia ripreso i suoi spazi e dobbiamo imparare a rispettarla un po’ di più. Io penso che resterà qualcosa, anche se ho un po’ paura, perché siamo tutti deboli e peccatori. Certi spettacoli di movida dicono che siamo un po’ facili a dimenticare, ma fortunatamente non è da tutti”.

Conakry 1

Il Vaticano è stata sottoposto a qualche critica per non aver avuto un ruolo più attivo nel corso di questa pandemia: “Una delle cose che ho imparato, girando il mondo non per visitare ma per vivere, è che non è facile giudicare. Bisogna osservare e mettersi nei panni degli altri. La Chiesa italiana non è formata solo dai cardinali o vescovi, ma anche da sacerdoti, suore, diaconi e laici. Cominciamo a pensare quanto la Chiesa ha fatto in questo periodo, perché ci sono tanti buonissimi esempi. Il Vaticano ha relazioni diplomatiche con 190 paesi nel mondo, quindi lo sguardo del Vaticano non è solo l’Italia, è il mondo. Il bene che il Vaticano sta facendo nel mondo è grande, io ne sono testimone perché ero anche strumento di questo. È grande l’aiuto che il Papa, attraverso le congregazioni dà all’Africa, all’America Latina, anche all’Asia. Ho trovato missionari in tutti i paesi, anche molti veneti. È una domanda che impone anche un esame di coscienza: l’impegno è grande, siamo uomini, siamo deboli, e riuscire a rispondere a tutte le esigenze non è facile. Proprio stamattina ho letto che è morto un vescovo giuseppino, in Ecuador, in piena Foresta Amazzonica. Un’altra telefonata mi ha avvertito della morte di due missionari in Congo. Tutti lontani da casa, lontani dalla famiglia. Questa è la dimostrazione del sacrificio della Chiesa. Pur ammettendo che abbiamo ancora tanto da fare, penso che la Chiesa abbia la capacità di essere un esempio, un messaggio, un invito ad avere sentimenti positivi, di aver voglia di fare e non tirarsi indietro”.

 

(Fonte: Flavio Giuliano © Qdopnews.it).
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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