Quando il destino bussa alla porta non controlla il nome sul campanello. Entra e si porta via chi trova. È iniziata con questa consapevolezza, dolorosa ma lucida, la giornata di sabato 22 novembre al Palazzetto Legrenzi, diventato teatro del “Ciboday”, evento voluto da Montebelluna Volley e Sport 4 Society per trasformare una cicatrice aperta trent’anni fa – la scomparsa improvvisa di Silvano “Cibo” Mazzalovo – in un messaggio di vita e prevenzione.
Non una commemorazione tradizionale, ma un momento di “nuova consapevolezza”: un confronto per unire il valore del ricordo alla diffusione di un messaggio fondamentale per la salute degli sportivi.
Ad aprire il dialogo, moderato da Alberto Tessariol, è stato Luca Musumeci, presidente di Sport 4 Society: «Lo sport per stare bene deve essere approcciato anche in maniera scientifica. Questa giornata è un ricordo, ma anche un inno allo sport di base, al giocare e crescere insieme».
Il momento più toccante è arrivato con l’intervento di Adriano Mazzalovo, fratello di Silvano, che è tornato al 25 novembre 1995 per raccontare il dramma di una famiglia “normale e semplice”.
«Silvano era un tipo gioioso, festoso, aveva sviluppato i valori dell’amicizia nello scautismo e poi nella pallavolo», ha ricordato con voce ferma. «Poi quel sabato fatidico… Per capire quel dolore bisogna viverlo. Mia mamma non ha mai elaborato il lutto fino in fondo: se l’è portato nella tomba».
Ma nel buio c’è stata anche la luce della comunità, e del mondo del volley montebellunese che negli anni ha portato avanti numerose iniziative per onorare l’eredità spirituale di Silvano. Adriano ha chiuso con un monito diventato il leitmotiv del convegno: «Lo sport non è un gioco, è una cosa seria. Va affrontato con responsabilità e consapevolezza, affinché si evitino il più possibile tragedie come questa».
Se la storia di Silvano ricorda la fragilità della vita, quelle di Tatiana Benitez e Marco Mestriner ne celebrano la resilienza. Entrambi atleti trapiantati, hanno testimoniato come la medicina possa restituire un futuro.
Tatiana, paraguaiana trapiantata di cuore 18 anni fa e medaglia d’oro ai World Transplant Games nel golf, ha raccontato: «Volevo tornare a una vita normale. In ospedale guardavo il verde dei campi solo in TV. Oggi gioco per ringraziare del dono che ho ricevuto: il mio successo è il successo della mia donatrice».
Marco, cestista costretto allo stop a 17 anni per problemi renali e oggi pallavolista, ha descritto il trauma della diagnosi: «Sentirmi dire “non puoi più giocare” è stato come entrare in un tunnel buio. La dialisi è sopravvivenza, non vita. Il trapianto è stato la luce. Mi mancava lo spogliatoio, il gruppo, e l’ho ritrovato nella Nazionale trapiantati. Essere in campo è il mio ringraziamento a chi mi ha donato la vita».
È qui che il ricordo diventa prevenzione. La parte centrale del talk, “Ritmo ritrovato: il cuore torna a correre”, ha dato voce agli esperti dell’Ulss 2, smontando il pregiudizio sulla burocrazia medica.
Il dottor Bardaro, cardiologo e medico di base, è stato netto: «Il certificato medico non è un balzello o una tassa, ma un momento fondamentale di educazione alla salute. Intercettare una patologia prima che accada l’irreparabile è la nostra missione».
A illustrare l’eccellenza trevigiana è stata la dottoressa Barbara Barra, medico dello sport, presentando il programma “Il secondo tempo di Julian Ross”, omaggio al “campione di vetro” dell’anime Holly e Benji.
«Il fatto di non poter fare attività agonistica non vuol dire fermarsi», ha spiegato. «Il nostro Centro di riferimento regionale, diretto dal dottor Patrizio Sarto, offre un “secondo tempo”. Prescriviamo l’esercizio fisico come farmaco, monitorando i ragazzi con la telemetria anche mentre si allenano con i compagni, per dire loro: “Vedi? Puoi continuare a farlo, ma in sicurezza”».
Un approccio che cura anche la mente, come ha precisato la dottoressa Vanessa Cavasin, psicologa: «La reazione allo stop forzato è spesso rabbia o disperazione. Il ragazzo perde il gruppo, il suo punto di riferimento. Il nostro compito è vigilare affinché questo trauma non sfoci in depressione, aiutandoli a trovare una nuova dimensione».
A chiudere la mattinata è stato Lucio Loat, presidente del Montebelluna Volley, che ha ricordato l’atleta e l’amico: «In campo Cibo “giocava col topo”: faceva divertire l’avversario e poi vinceva sempre lui. Ma la sua vera eredità è l’amore per l’attività giovanile: oggi il 95% dei nostri atleti sono minorenni e questo spirito lo dobbiamo a lui».
Dopo il momento formativo, spazio al campo, fedele allo spirito di Silvano: nel pomeriggio il torneo di Minivolley S3, seguito alle 17 dalle testimonianze video degli amici storici. La lunga giornata si è conclusa alle 20.30 con la sfida di Serie B nazionale tra I Colori del Volley e Laguna Volley.
A Montebelluna, trent’anni dopo, il ricordo di “Cibo” non si è spento: è diventato prevenzione, cura, educazione alla salute. E continua a battere nel cuore di una comunità che non ha dimenticato una delle sue anime più belle.
(Autore: Francesco Bruni)
(Foto: Francesco Bruni)
(Articolo e foto di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata








