“Non chiamateci eroi”. Se oggi Elena, la ragazza di 16 anni rimasta gravemente ferita dopo la caduta durante la gara ciclistica di domenica a Bavaria di Nervesa della Battaglia, ha riaperto gli occhi, si è svegliata ed è stata estubata, è anche grazie al tempestivo intervento di Silvia Orazio, anestesista rianimatrice che quel giorno non era in servizio, e del marito Emanuele, infermiere, che hanno prestato le prime cure alla giovane.
Ma loro stessi respingono qualsiasi etichetta di eroismo: il merito, sottolineano, è dell’intero sistema dell’emergenza-urgenza, dei volontari presenti sul posto, della centrale operativa del Suem 118 e di tutti i professionisti che hanno preso in carico la ragazza fino al suo arrivo in ospedale. Una catena di soccorso che ha funzionato alla perfezione e che oggi permette di guardare con maggiore fiducia al percorso di recupero della giovane atleta.
“Eravamo a casa, avevamo appena finito di lavare il nostro cane e avevamo le finestre aperte. Abbiamo sentito una sirena, ma pensavamo fosse uno dei tanti interventi legati alle gare ciclistiche. Poi ho sentito chiedere aiuto, qualcuno che mi conosce mi ha chiamata e mi sono avvicinata – racconta la dottoressa Orazio – Ho visto Elena a terra, incosciente, respirava male e ho capito subito che la situazione era molto più grave di quanto potessi immaginare”.
L’anestesista ha immediatamente chiesto che venisse chiamato il marito Emanuele, infermiere, mentre i volontari già presenti stavano facendo tutto il possibile. “Sono stati bravissimi a fare quello che doveva essere fatto compatibilmente con le loro competenze. Quando è arrivato mio marito ha posizionato un accesso venoso. Poco dopo sono arrivati i colleghi dell’elisoccorso, che mi hanno detto di continuare io visto che ero già sul posto. Abbiamo stabilizzato completamente Elena, somministrato i farmaci necessari e poi è stata trasferita in elicottero all’ospedale”.
Ma la specialista tiene a precisare un concetto. “Mi preme davvero che passi questo messaggio. Io non ho salvato nessuno. Se Elena oggi sta meglio è perché ha funzionato il sistema del 118 e perché qualcuno ha fatto una chiamata corretta alla centrale operativa. Dire le cose giuste permette agli operatori di capire immediatamente la gravità della situazione e inviare le risorse necessarie. Sono arrivati l’elicottero, l’automedica e l’ambulanza. Senza i volontari e senza il supporto dei colleghi arrivati successivamente, da sola non avrei fatto nulla. Se abbiamo vinto questa battaglia, l’abbiamo vinta tutti insieme”.
Dello stesso avviso il marito Emanuele. “Un vicino di casa è venuto a chiamarmi dicendomi che Silvia aveva bisogno di me. Quando sono arrivato e ho visto Elena incosciente a terra, si è attivata immediatamente la squadra. Silvia era il team leader e io ho eseguito quello che mi chiedeva: ho posizionato un accesso venoso e iniziato l’infusione di liquidi per sostenere la pressione. Non c’è stato alcun atto di eroismo. Abbiamo semplicemente fatto quello che sappiamo fare. Qualunque altro collega si sarebbe comportato nello stesso modo”.


Parole che trovano conferma anche nel ringraziamento del padre di Elena, che oggi, dopo il risveglio della figlia, ha voluto incontrare personalmente la dottoressa Orazio. “Quando ho saputo quello che era successo non ero sul posto. Tutto quello che conosco deriva dalle testimonianze di chi c’era. Tutti mi hanno detto che Silvia ha fatto il suo lavoro e sono sicuro che qualsiasi altro medico sarebbe intervenuto allo stesso modo. Ma lì c’era lei e sentivo il dovere di dirle grazie. Quel giorno è venuta anche in ambulanza da me per sostenermi. In quei momenti non ero lucido e non sono riuscito a ringraziarla come avrei voluto. Oggi ci tenevo a farlo”.
A sottolineare il valore del lavoro di squadra è anche il direttore generale dell’Ulss 2, Giancarlo Bizzarri. “In questa vicenda ci sono due famiglie: quella di Elena e quella del Suem 118, della quale Silvia fa parte. È un senso di appartenenza che rappresenta non solo la competenza tecnica, ma soprattutto la grande umanità dei nostri professionisti. Sono valori che portano medici e infermieri a intervenire anche quando sono fuori servizio, mettendo a disposizione le proprie competenze ogni volta che ce n’è bisogno”.
(Autore: Simone Masetto)
(Foto e video: Simone Masetto)
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