Il Centro di ascolto di Caritas Opitergina è una porta che si apre quando tutto il resto sembra chiuso. È il luogo in cui le fragilità trovano spazio, le storie smettono di essere invisibili e le persone tornano a sentirsi accolte. A raccontarlo è Mariano Pizzinat, presidente del Centro di ascolto Caritas Opitergina, alla guida di una realtà sostenuta da 28 volontari che operano ogni giorno nel territorio dell’Opitergino-Mottense, tra Oderzo, Fontanelle, Mansuè e Portobuffolè, per una comunità di circa 32 mila abitanti.
Nel 2025, il Centro di ascolto ha incontrato 123 nuclei familiari, circa 460 persone. Numeri che, più che statistiche, rappresentano vite segnate da difficoltà, precarietà e, spesso, solitudine. “Accogliamo, ascoltiamo e accompagniamo”, spiega Pizzinat, “perché chi arriva qui non porta solo un bisogno materiale, ma una storia che merita attenzione”. Il sostegno è concreto — indumenti, farmaci da banco — ma anche profondamente umano. La distribuzione alimentare è affidata alla collaborazione con la San Vincenzo de’ Paoli, in un lavoro di rete che coinvolge istituzioni, parrocchie e associazioni.
Il Centro di ascolto non si limita a rispondere alle emergenze, ma prova a prevenirle e a costruire consapevolezza. Per questo entra nelle scuole, incontra gli studenti, parla di solidarietà e responsabilità. Eppure, tra tutte le fragilità, quella che oggi pesa di più è l’emergenza abitativa. Sempre più persone, anche con un lavoro stabile, non riescono a trovare una casa. Una contraddizione che segna profondamente il territorio.
L’intervento allora si allarga: aiuto nella ricerca di lavoro, supporto nelle pratiche burocratiche, mediazione culturale, insegnamento della lingua italiana. Passaggi fondamentali per restituire autonomia e dignità. Tutto questo è possibile solo grazie alla dedizione dei volontari e alle donazioni private, che rappresentano l’unica fonte di sostegno economico.


Spesso, però, tutto comincia con una semplice telefonata. “Il centralino è la porta d’ingresso della nostra casa”, racconta Laura Capellazzo, centralinista del Centro di ascolto Caritas Opitergina. “Dall’altra parte ci sono richieste molto diverse: informazioni, aiuti materiali, ma anche storie difficili, situazioni familiari complesse. Negli ultimi tempi, l’emergenza abitativa è diventata la richiesta più frequente. Ci chiamano persone che lavorano, ma non riescono ad accedere a un affitto”. La sua voce è il primo contatto, il primo segnale che qualcuno è pronto ad ascoltare.
Entrare al Centro di ascolto non è mai un gesto semplice: “Arrivare qui è già uno sforzo”, racconta una volontaria. “Non è facile sedersi davanti a qualcuno e raccontare i propri problemi”. Per questo l’accoglienza è il momento più delicato: uno spazio senza giudizio, dove potersi raccontare liberamente, nella massima riservatezza. Solo dopo si cerca di comprendere davvero il bisogno, che spesso va oltre la richiesta iniziale. Dietro una domanda materiale, infatti, si nascondono spesso fragilità più profonde.
I volontari si confrontano periodicamente, cercando insieme le strade possibili. Non esistono soluzioni immediate, ma percorsi costruiti passo dopo passo. L’obiettivo è chiaro: non lasciare sola la persona. Offrire una presenza, un punto fermo in un momento che si spera sia solo temporaneo.


Tra i servizi più apprezzati c’è la distribuzione di farmaci da banco. Un aiuto concreto, soprattutto per chi fatica a sostenere anche le spese più semplici. Ma non è solo questo. “In quei momenti si crea un clima diverso”, racconta Anna Laura Pilla, volontaria del Centro di ascolto Caritas Opitergina. “Si parla, ci si sfoga, si condivide. È un ascolto più leggero, ma non meno importante”. Il servizio è gestito da volontari con competenze sanitarie e sostenuto dalle raccolte del Banco Farmaceutico.
Il sostegno alimentare, invece, è garantito dalla San Vincenzo de’ Paoli. “Cerchiamo di accompagnare le persone verso un percorso di autonomia”, spiega Vincenza Momi, presidente della Conferenza San Tiziano della San Vincenzo de’ Paoli. “Non è sempre facile, perché oggi le difficoltà sono tante: lavoro precario, affitti inaccessibili”. Le attività si reggono su donazioni, raccolte e iniziative solidali, come una lotteria annuale che consente di acquistare beni di prima necessità o sostenere spese urgenti.


Accanto all’aiuto immediato, ci sono i percorsi che guardano al futuro. I corsi di italiano rappresentano uno strumento fondamentale per l’integrazione. “Abbiamo iniziato con poche persone, oggi sono molte di più”, racconta Laura, socia della San Vincenzo de’ Paoli. La particolarità è il babysitting: mentre le madri partecipano alle lezioni, i bambini vengono accuditi dai volontari. È un dettaglio che fa la differenza, perché permette davvero a tutti di partecipare.
Non mancano momenti di socialità: laboratori di cucito, pranzi condivisi, incontri informali. Occasioni in cui persone provenienti da paesi diversi si incontrano, si conoscono, si scoprono simili. L’integrazione, qui, passa anche da gesti semplici.




E poi c’è la casa, il bisogno più urgente e, spesso, il più difficile da soddisfare. Per rispondere a questa emergenza sono nati diversi progetti. Una prima struttura, attiva dal 2021, accoglie persone in situazioni critiche, spesso senza alcun riparo. Casa San Floriano, avviata nel 2025, propone invece un’esperienza di co-housing per lavoratori che, pur avendo un reddito, restano esclusi dal mercato immobiliare. Infine, Casa San Magno, sempre del 2025, è destinata alle famiglie in difficoltà.
Tutti questi progetti rientrano in “Abitare Solidale”, un percorso che non si limita a offrire un posto letto, ma costruisce relazioni. I volontari accompagnano gli ospiti, li sostengono, condividono con loro i piccoli e grandi passi verso l’autonomia. Non si tratta solo di aiutare, ma di camminare insieme.
Le testimonianze di chi ha trovato aiuto restituiscono il senso più profondo di tutto questo. “Non avevo più nulla, non riuscivo a dormire, ero disperato”, racconta un ospite. “Qui ho trovato un tetto, ma soprattutto qualcuno che mi ha aiutato a rimettermi in piedi”. Un altro aggiunge: “Sono arrivato senza niente, senza famiglia. Qui ho trovato persone che mi hanno accolto come uno di loro. Adesso lavoro e sto costruendo il mio futuro”.
Il Centro di ascolto è tutto questo: un luogo in cui il bisogno incontra una risposta, ma soprattutto una relazione. Dove nessuno viene definito dai propri problemi, ma riconosciuto nella propria dignità. Dove, anche nei momenti più difficili, può nascere una nuova possibilità.
(Autrice: Mihaela Condurache)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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