L’impegno di Caritas Opitergina nell’emergenza abitativa: le testimonianze di Kin e Abdelkader

L’emergenza abitativa è oggi una delle ferite più profonde del territorio. Non riguarda più soltanto chi vive ai margini, ma sempre più spesso persone che lavorano, che cercano stabilità e che, nonostante gli sforzi, non riescono a trovare un posto da chiamare casa. È una realtà che ha il volto di chi resta sospeso, in bilico, senza punti di riferimento. A raccontarla è Camilla Bigliardi, volontaria Caritas, che ogni giorno incontra queste storie e ne condivide il peso.

“Tra tutte le situazioni che ci vengono sottoposte, quella della casa è sicuramente la più drammatica e anche quella a cui facciamo più fatica a dare una risposta completa”, spiega. “È un problema diffuso, ma qui lo sentiamo in modo molto forte. Ci sono tanti ragazzi stranieri che arrivano dall’estero senza una famiglia. Vengono accolti nei CAS, come quello della caserma Zanusso, ma una volta terminato quel percorso, anche se lavorano, spesso non trovano nessuno disposto ad affittare loro una casa”.

Una difficoltà che non è solo materiale, ma che rischia di bloccare ogni possibilità. Senza una casa non c’è una residenza, senza residenza diventa difficile avere documenti, e senza documenti anche il lavoro e il futuro si fermano. È un circolo che stringe, che toglie prospettiva, che fa sentire invisibili.

Per questo, nel 2021, Caritas Opitergina ha aperto una prima casa di accoglienza, grazie alla disponibilità della parrocchia di Oderzo. Otto posti letto, spazi semplici ma essenziali, pensati per chi non ha più nulla. “Accogliamo persone che spesso dormivano in strada, anche ragazzi che lavorano ma non riescono a trovare un alloggio”, racconta Bigliardi. Non è solo un tetto: è un luogo dove fermarsi, respirare, ricominciare.

Con il tempo, però, è emerso che l’emergenza è più ampia. “Ci siamo accorti che anche chi ha un lavoro stabile resta fuori dal mercato immobiliare”, continua. Da qui sono nati nuovi progetti: Casa San Floriano, nel 2025, per chi è già in cammino verso l’autonomia, e Casa San Magno, sempre nello stesso anno, per accogliere una famiglia in difficoltà. Tutto all’interno di “Abitare Solidale”, un percorso che mette al centro la persona. “Non si tratta semplicemente di dare un posto letto”, sottolinea. “Accogliamo, ascoltiamo, accompagniamo. Per noi è fondamentale la dignità della persona”.

Le parole trovano riscontro nelle storie di chi quella realtà l’ha vissuta. Kin Troh è arrivato in Italia il 6 gennaio 2023. Aveva fatto quello che ci si aspetta da chi vuole costruire una vita: aveva trovato un lavoro. Ma non bastava. “Quando ho avuto il permesso di soggiorno ho dovuto lasciare la struttura, ma non sapevo dove andare”, racconta. “Senza residenza e senza carta d’identità non potevo fare nulla. Non dormivo, piangevo sempre”.

Le sue parole raccontano la paura, lo smarrimento, quella sensazione di essere bloccati nonostante tutto. “Stavo lavorando, ma senza casa e senza documenti non puoi fare niente”. Poi l’incontro con Caritas. “Mi hanno dato un posto dove dormire, mi hanno aiutato a rifare i documenti, ad avere una residenza”. Da lì, qualcosa cambia. “Adesso ho un tetto, posso lavorare e pensare al futuro. Qui ho trovato una famiglia”.

Una storia che si riflette in quella di Abdelkader Aniba. Anche lui arrivato in Italia dopo un viaggio difficile, anche lui con un lavoro ma senza una casa. “Non avevo un tetto, non avevo un posto dove dormire e riposarmi per poter lavorare”, racconta. Una condizione che logora, che mette a rischio tutto.

La svolta arriva con una telefonata. “Ho chiamato Caritas e mi hanno accolto subito. Ho potuto fermarmi, riposarmi e rimettermi in piedi”. Non solo un aiuto pratico, ma qualcosa di più profondo. “In quel periodo ho trovato la tranquillità per cercare una casa e dopo circa un mese sono riuscito a trovarla”.

Ma ciò che resta non è solo il risultato. “Mi sono sentito parte di una famiglia. Qui non è solo un’associazione: tutto viene fatto con il cuore”. Un’esperienza che cambia lo sguardo e apre a qualcosa di nuovo. “Oggi collaboro come mediatore culturale. Voglio aiutare gli altri come è stato fatto con me”.

Le loro parole si intrecciano con quelle di Camilla Bigliardi e ne diventano la conferma più vera. Raccontano cosa significa non avere una casa, ma anche cosa può nascere quando qualcuno decide di esserci davvero.

Oggi entrambi guardano avanti. “Voglio lavorare, mettere da parte dei soldi e un giorno avere una casa mia”, dice Kin, pensando anche al figlio lontano. “Con una casa e un lavoro si può costruire una famiglia”, aggiunge Abdelkader.

In un tempo in cui anche chi lavora può ritrovarsi senza un tetto, l’esperienza di Caritas Opitergina non è solo una risposta, ma una presenza. Un punto fermo dentro l’incertezza. Un luogo dove fermarsi e, piano, tornare a credere che una strada sia ancora possibile.

(Autrice: Mihaela Condurache)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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