Pieve Incontra Daria Bignardi: “Osservando i salici sulle rive del Soligo ho sentito l’eco di Zanzotto”

Nella serata di ieri, venerdì, il Teatro Careni ha ospitato un nuovo appuntamento della rassegna Pieve Incontra, che ha visto protagonista Daria Bignardi in dialogo con Adriana Rasera. Al centro dell’incontro il suo decimo libro, Nostra solitudine, attraversato e discusso in un confronto intenso e partecipato con il pubblico.

L’autrice ha inizialmente ripercorso le tappe del proprio itinerario letterario, soffermandosi in particolare sulla svolta stilistica che caratterizza i suoi lavori più recenti. Il nuovo libro, ha spiegato, si inserisce infatti in continuità con gli ultimi tre, distinguendosi però per una forma espressiva ormai consolidata: una scrittura personale che, muovendo dall’esperienza individuale, si apre progressivamente a una riflessione più ampia.

Un percorso iniziato diciotto anni fa con Non vi lascerò orfani, memoir dedicato alla sua storia familiare e, in particolare, alla figura della madre, presenza centrale e per certi aspetti ossessiva, capace di incidere profondamente sulla sua formazione umana e intellettuale. Dopo una fase segnata dalla narrativa, il punto di svolta arriva con Libri che mi hanno rovinato la vita e altri amori malinconici, dove inaugura una modalità ibrida, a metà tra saggio e racconto autobiografico. Al centro di quell’opera vi sono i libri che contribuiscono a definire l’identità, soprattutto negli anni della formazione, tra adolescenza e prima giovinezza: letture che, come incontri decisivi, restano impresse e diventano strumenti di conoscenza di sé. Un’indagine che porta l’autrice a riconoscere, retrospettivamente, una ricorrenza significativa: la presenza di opere segnate da tonalità oscure, indice di una personale attrazione per dimensioni più cupe e introspettive.

Una tensione che troverà piena espressione nel volume successivo, Ogni prigione è un’isola, dedicato all’esperienza del carcere, realtà che Bignardi frequenta dal 1997. In quel libro confluiscono quasi trent’anni di incontri e osservazioni: detenuti, agenti penitenziari, direttori ed educatori compongono un mosaico umano complesso, restituito attraverso uno sguardo al tempo stesso partecipe e analitico. Proprio da questa esperienza emerge una consapevolezza ulteriore, quasi una chiave interpretativa trasversale: quella che l’autrice definisce una forma di “claustrofilia”, ovvero un’attrazione per i luoghi chiusi, isolati, estremi.

Davanti a una platea attenta, Bignardi ha ripercorso la genesi della riflessione che ha portato al suo ultimo lavoro, nata in gran parte dal mutamento collettivo post-pandemico. «È come se dalla pandemia in avanti fosse iniziato un periodo di continue aggressioni esterne: l’invasione russa dell’Ucraina, il 7 ottobre, la guerra a Gaza. Mi sono chiesta: come faccio io, con i miei piccoli grandi problemi e i miei traumi, a occuparmi di me stessa quando c’è un mondo là fuori che ne ha di così grossi?».

Da questa domanda sono nati una serie di viaggi che l’hanno portata in Vietnam con il figlio – «voleva visitare l’unico Paese che avesse mai sconfitto gli Stati Uniti» – e poi in Cisgiordania, tra le strade di Hebron e Tuani, per dare voce a chi la voce l’ha persa o non l’ha mai avuta.

Proprio parlando della guerra e della prigionia, Bignardi ha citato Svetlana Aleksievič per descrivere la verità nuda dell’essere umano nelle crisi: «In guerra l’uomo è come illuminato a giorno. Così è in carcere: nelle situazioni estreme le persone escono immediatamente per quello che sono, cadono le sovrastrutture e si vede meglio cosa conta davvero». Una verità che l’autrice ha riconosciuto negli occhi di Vael, un ex prigioniero politico finalmente libero dopo venticinque anni di carcere, ma anche nel silenzio di Fatima, conosciuta a Hebron, una donna la cui solitudine era murata dal trauma di uno stupro. Bignardi ha sottolineato come, in un contesto culturale in cui il valore della verginità conserva ancora un peso sociale profondo, quella violenza si trasformi spesso in una ferita doppia: non solo subita, ma vissuta come «un’onta di cui vergognarsi, una cosa che non racconterebbero mai».

Il tono si è fatto più intimo quando la scrittrice ha ricordato la propria infanzia, segnata dall’ansia ossessiva di una madre che la teneva sotto una campana di vetro: «al Lido degli Estensi ero l’unica a farsi il bagno con la cuffia per non bagnarsi i capelli». Un isolamento che ha radicato in lei un senso di diversità, esploso poi a vent’anni durante un Natale a Londra: «mi sono vergognata per la prima volta della mia solitudine di fronte a una coppia perfetta, con una bella tovaglia e una casa in ordine. È stata la prima volta in cui ho avvertito la sensazione di non essere omologata».

Passando dalla memoria personale alla carriera pubblica, Bignardi ha ripercorso con ironia gli anni della grande popolarità televisiva. Ha ricordato il debutto di Tempi Moderni nel 1995, quando invitò nove coppie gay nella prima puntata, e l’approdo quasi casuale al primo Grande Fratello: «non avevo ben capito cosa fosse, nessuno lo sapeva. Mi sono ritrovata addosso una popolarità a cui non ero assolutamente preparata. Forse mi facevo notare perché ero un po’ un pesce fuor d’acqua, rigida, legnosa». Eppure, proprio quella parentesi televisiva le ha consegnato una notorietà inattesa, trasformandosi nel passaggio decisivo verso la conduzione de Le Invasioni Barbariche su LA7, il format che per undici anni ne ha definito cifra stilistica e riconoscibilità.

In merito alle numerose interviste proposte al grande pubblico, ha ammesso di aver sempre cercato quell’autenticità che raramente trovava nei politici: «vanno in TV per motivi elettorali, è difficile che diano qualcosa. Le interviste più belle restano quelle alle scoperte, a persone come Michela Murgia, che aveva un’intelligenza luminosa e se ne fregava di tutto quello che poteva succedere».

Verso la chiusura della serata, il tono si è fatto più profondo toccando i temi del patriarcato e della violenza di genere, ricordando il coraggio di Gisèle Pelicot e il dolore silenzioso di sua figlia Carolina. Nonostante la durezza di certe storie, la scrittrice ha voluto lasciare una porta aperta alla speranza, condividendo l’ottimismo di Luisa Muraro sulla fine del patriarcato entro questo secolo: «spero sia vero, spero in una grande onda rivoluzionaria che arrivi ovunque».

A chi, dal pubblico, ha chiesto il significato della tigre sulla copertina del suo libro, Daria ha risposto citando Aristotele: «Chi è felice nella solitudine o è una bestia selvaggia o è un dio». L’immagine di una donna aggrappata a quella fiera rappresenta bene il senso dell’incontro: la solitudine può spaventare, può essere una bestia che ruggisce, ma se impariamo a cavalcarla e a raccontarla, smette di essere un’onta per diventare una forma, pur dolorosa, di libertà.

(Autore: Francesco Bruni)
(Foto e video: Francesco Bruni)
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