Via Chisini negli anni ’60 nei ricordi di Piero Gerlin a partire dalla frasca di Toni Bisolo fino al toro dei Martelet

La parte destra di via Chisini Piero Gerlin la ricorda bene: partiva da dietro le scuole, oggi municipio, e proprio lì i pievigini degli anni ’60 avranno in mente l’osteria di Bepi Mostacio, che poi si è trasferito davanti al distributore della Esso.

Poi, dopo la ristrutturazione, è subentrata la beccaria di Massimo Fedato. Piero Gerlin ricorda anche tutte le altre attività che animavano la via in quel periodo e quindi anche il fruttivendolo di Sisto Fregolent, che si trovava tra i due portoni ad arco e poi l’officina meccanica di bici e moto di Nino Spina.

Poco più avanti, sulla semicurva, ci si andava a sistemare i capelli dal parrucchiere Fioriello mentre arrivati alla stradina dei Mura, all’angolo successivo abitava Toni Bisolo, “Che tutti conoscevano perché nel periodo di agosto -settembre metteva fuori la “frasca”, un ramo di pino sopra la porta o la finestra. Tutti sapevano cosa voleva dire: significava che era stato in Comune a chiedere il permesso di vendere vino, quello rimasto nelle botti della vecchia vendemmia, per liberarle e sostituirlo con quello nuovo – spiega Gerlin – questo voleva dire che veniva venduto a buon prezzo, anche con un contratto di bevuta a ore!”.

Superata l’osteria c’era Lucchetta con la sua officina idraulica e poi, dopo l’incrocio, (che una volta non c’era!) l’albergo ristorante dalla Giovannina Signoretti, sempre munito di campo di bocce ma soprattutto della prima televisione pubblica del paese: “La sera ci si affrettava ad andare a prendere posto per vedere “Lascia o raddoppia” – ricorda Piero – bisognava arrivare presto altrimenti finivano i posti a sedere e bisognava stare in piedi”.

Il ristorante della Signoretti venne poi dato in nuova gestione e venne chiamato Al Fogher da Ivano; Ivano era un uomo appassionatissimo di biciclette, tanto che ha organizzato anche delle gare con i più famosi ciclisti professionisti che facevano “il giro del Veneto” e partivano proprio da Pieve. Nello stesso cortile c’erano anche gli autotreni del marito della Giovannina, Bortolin – Bofot, di colore giallo con la classica scritta Zoppas.

Arrivati all’incrocio con via Casoni c’era un’altra rotonda, oggi rimasta solo sul lato destro, e poi, all’angolo a sud dell’incrocio i tesserati andavano alla “Casa del Popolo”, ovvero la sede del partito comunista, che aveva una grande scritta sulla facciata.

Cento metri oltre si potevano incontrare i gemelli Dall’Anese, che si chiamavano Primo e Secondo. Erano marmisti che avevano imparato l’arte dal maestro Possamai di Solighetto. Poi ecco fischi, valigie e viavai: siamo arrivati alla stazione del treno.

La stazione del treno di Pieve di Soligo

Il treno percorreva la tratta da Pieve a Susegana ed è stato attivo dal 1913 all’ottobre del 1917, poi è rimasto vittima delle conseguenze della Grande Guerra. Superata la stazione ci si poteva fermare nel nuovo mobilificio Alma, che prevedeva quello dei Benincà, già operante dopo la Seconda Guerra mondiale.

Prima dell’incrocio con via Cima da Conegliano c’era la falegnameria di Mario Masutti, che non ha mai smesso di lavorare nonostante la pensione e l’età avanzata e che è mancato appena qualche anno fa. “Più avanti si trovava il cantiere della società Agribeton, che si era nel frattempo trasferita dalla sua sede iniziale in Borgo Stolfi – commenta Piero Gerlin – In quegli anni Agribeton fabbricava canalette per l’irrigazione, pali per la luce e per i vigneti, rigorosamente in cemento”.

I contadini degli anni ’60 si portavano spesso duecento metri più a sud, nella grande casa colonica dei Martelet: lì infatti c’era il prezioso toro da monta di cui tutti prima o poi avevano bisogno per ingravidare le proprie mucche, tant’è che l’area veniva proprio identificata come quella “dal toro dei Martelet”.

Un chilometro dopo poi si arrivava al confine del comune con l’osteria da Soldan, oggi sostituita dal veterinario. Ripartendo dall’inizio, il lato sinistro di via Chisini partiva invece dal portone del Leon d’Oro seguito dal nuovo negozio di Rodolfo e Aldo Fanti che vendevano vernici e colori.

Le ville Chisini e Busolli

Più avanti c’erano il distributore dell’Agip Supercortemaggiore, con il classico cane a sei zampe e l’officina meccanica di Luigi e Toni Benedetti. “Passate le due ville di Busolli e Chisini c’era la stradina in discesa che conduceva alla passerella in legno sul Soligo, l’unica via per poter raggiungere l’ospedale oltre alla strada dal lato di Barbisano. Quella che oggi vediamo partire dall’ex municipio era una strada chiusa a quel tempo” racconta Piero. (Nella foto di copertina: a sinistra le scale che scendono alla passerella oggi, a destra una foto del 16 giugno 1932 ai piedi della scalinata).

All’angolo poi si trovava la fontana pubblica e subito dopo la casa dove abitava e lavorava l’artista artigiano del legno, il marengon Munchera.

La fontana pubblica a destra delle scale che portano alla passerella: oggi non c’è più

Più avanti, a livello del Soligo, si potevano trovare, e gli edifici si vedono tuttora, le attività del mulino di Olivotto e la filiale della latteria di Soligo, fondata nel 1887, quattro anni dopo della sede principale a Soligo. Cominciava proprio in quegli anni anche l’attività della cantina Col Sandago degli Orlandi e dopo averla superata si arrivava alla grande stazione della Esso Meneghin- Chiavegato, con officina e lavaggio e anche la pesa pubblica.

Passerella in legno sul Soligo del 5 giugno 1932

“Cento metri oltre ecco il mobilificio De Prà, uno dei più vecchi in zona, poi una stradina conduceva ai marmisti Zago, di Solighetto” continua Gerlin. Si passa poi davanti alla casa-laboratorio di Baggioli con le sue “lustrine”: qui infatti lavoravano una decina di donne che facevano un mestiere particolare, ormai perduto, che consisteva nel lucidare i mobili nuovi, recapitati dalle varie fabbriche della zona, con la gommalacca.

Per finire, la via terminava con altre due attività: la zincherai di Bruno Bisol, dove il lavoro principale era zincare gabbie di ferro portabottiglie, e il mobilificio di Bottegal e Dorigo.  

(Foto: per concessione di Piero Gerlin).
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