La guerra, ogni guerra, è spietata, non risparmia nessuno e c’è ben poca gloria da raccontare tra le macerie dei bombardamenti, le violenze sui civili e le innumerevoli perdite umane dei militari.
Eppure, a volte, una tragedia immane come un conflitto nasconde delle belle storie, spesso conservate in qualche prezioso archivio pubblico o privato, che lasciano di stucco per la loro straordinarietà. E’ il caso della cronistoria parrocchiale scritta da don Desiderio Calderer, curato di Farra di Soligo.


In paese è nota a molti la galleria, oltre a trincee e bunker, ancor oggi ben visibile che si trova sotto il colle della Crose. Una lunga cavità che si inoltra dritta per 5 metri, poi piega a sinistra per 7 e a destra per altri 7 e che, all’epoca, si trovava nelle proprietà delle famiglie Callegari. Un anfratto molto ampio in grado di contenere più di 100 persone e che durante i bombardamenti italiani del 1918 ha salvato la vita a molte persone.


La galleria è stata riscoperta qualche anno fa attraverso una rilettura attenta della cronistoria parrocchiale da parte di don Brunone e dell’appassionato ricercatore Diotisalvi Perin, presidente del Museo del Piave di Caorera. Un dettaglio, però, era sfuggito: quella cavità costruita dal nemico austro-ungarico ospitava spesso civili e soldati occupanti, legati da un comune, triste destino bellico, ma anche una coppia sui generis molto affiatata. Don Desiderio, infatti, nella relazione del 26 ottobre 1918 cita espressamente Carolina Feltre, 20enne farrese, e il comandante austriaco locale Edmondo Osmer.
Dal loro amore nel 1919 è nato un bambino, che ha assunto il cognome della madre, e che, purtroppo, è rimasto uno dei tanti orfani di guerra in quanto figli del nemico. Una storia d’amore vera che è stata interrotta dalla vittoria italiana e dalla necessità per Edmondo di scappare verso l’Austria per non essere fatto prigioniero dai nostri soldati vincitori.


Una bella storia d’amore lungo la seconda linea del Piave che rappresenta una rarità nel corso del terribile anno della fame 1917-1918, in cui i profughi spesso mal tolleravano gli occupanti “crucchi”, rei di aver sfruttato le loro terre e le loro bestie nel novembre 1917, per poi patire tutti la fame e la morte per fame per oltre 10 mesi.
In altri casi si capì che quei “poveri diavoli” erano brava gente che tutto desideravano tranne che quella guerra in cui erano stati catapultati forzatamente, ecco perché in alcune situazioni i paesani del Quartier del Piave e della Vallata compatirono quei soldati tristi, affamati e magrissimi che fuggirono dopo la battaglia finale, quella di Vittorio Veneto della fine di ottobre del 1918. Molti festeggiarono, altri non lo fecero e piansero, come Carolina Feltre, che perse il padre di un figlio che non conobbe mai il suo babbo.
(Foto: per concessione di Diotisalvi Perin).
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