I “Luoghi d’incontro” che nei nostri comuni stimolano momenti di aggregazione e favoriscono la crescita culturale e il senso di appartenenza alla comunità.
Possono essere un teatro, un auditorium, un patronato, ma anche un luogo aperto come una piazza o un parco.
Santuario di Santa Libera a Fontigo (di Martino Mazzon)
Esistono santi il cui culto si è diffuso a seguito della spontanea devozione del popolo cristiano, senza interventi significativi della gerarchia ecclesiastica, o talvolta anche in presenza di un atteggiamento non favorevole da parte di quest’ultima.
Un esempio è la venerazione di Santa Libera, a cui erano dedicati due capitelli molto antichi, a Fontigo e a Pedeguarda.
Secondo la tradizione il suo culto è legato agli zattieri, trasportatori del legname da costruzione legato in zattere lungo il Piave fino a Venezia, i quali, arrivati ai porti di Falzè o Nervesa, risalivano a piedi lungo la Cal Zattera, passando per Pedeguarda, verso i passi di San Boldo e Praderadego, per rientrare in Valbelluna.
Il popolo non sapeva molto di Santa Libera, ma era diffusa la convinzione che si trattasse di una santa potentissima, in grado di far uscire chiunque da ogni situazione di pericolo, anche se disperata.
Il suo stesso nome era un’invocazione per essere liberati dalle tribolazioni.
Il capitello di Fontigo era situato preso un mulino sull’argine del Piave, e, illuminato, serviva agli zattieri come faro. Era frequentato non solo dagli abitanti del villaggio, ma anche da persone provenienti da paesi lontani. Più che un luogo di culto nel senso più “tecnico” della parola, Santa Libera era un luogo di aggregazione su base religiosa e devozionale, che è sempre appartenuto alla comunità fontighese prima che alla parrocchia come ente ecclesiastico.
Il capitello era gestito totalmente dai laici, e questo, assieme all’assenza di riconoscimento della santa da parte della Chiesa, provocò, alla fine dell’800, l’avversione di più di un parroco per questa devozione. Il clero cercò ripetutamente di sostituire Santa Libera con la Madonna venerata come “Santa Maria liberatrice”, come a Santa Libera di Malo, di cui parla Luigi Meneghello in Libera Nos a Malo.
La Madonna è al centro di entrambi i dipinti di Andrea Zanzotto senior (nonno del poeta) che sostituirono le antiche raffigurazioni sia a Fontigo sia a Pedeguarda. I Fontighesi, però, non vollero rinunciare all’idea di una patrona speciale e caratteristica del paese, e quindi di una figura diversa da Maria, e risposero trasformando l’edicola in un piccolo santuario. Nel 1917/18 Santa Libera rimase quasi illesa (mentre il paese veniva quasi completamente distrutto), e in seguito ospitò le funzioni parrocchiali fino alla ricostruzione della chiesa (1922).
Ettore Benvegnù-Pasini, parroco dal 1921 al 1935, riuscì ad appianare il contrasto tra clero e popolo con le sue ricerche agiografiche.
Don Ettore individuò una santa di nome Libera venerata a Padova (che dovrebbe essere la stessa della santa Reparata di Firenze), ne promosse l’identificazione con la santa Libera di Fontigo e commissionò anche una statua allo scultore Mansueto Stuffer di Ortisei, in cui la Santa ha come attributo la spada con cui Libera – Reparata fu martirizzata. Santa Libera restò sempre la santa più “sentita” dai Fontighesi (basti pensare all’importanza della festa patronale!) e, nel secondo dopoguerra, a lei furono addirittura consacrati in modo speciale i compaesani emigrati in tanti paesi del mondo e impegnati in lavori spesso non meno pericolosi di quello degli antichi zattieri.
(Autore: Alessandro Lanza)
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