“Balie da latte”: tra sfaccettature e risvolti

Un argomento poco conosciuto e di cui non si parla spesso, quello delle Balie da latte, una forma peculiare di emigrazione femminile, è stato il tema centrale della serata di ieri, sabato 8 maggio alla sala consiliare di Sernaglia della Battaglia, che ha toccato nel vivo i sentimenti del pubblico presente.

L’evento, organizzato dal Comune di Sernaglia, con l’associazione I Luoghi di Zanzotto, in collaborazione con i Parchi Letterari, il Centro Educazione Ambientale Museo Media Piave, il Museo Etnografico Dolomiti, il MIM Museo Interattivo delle Migrazioni Belluno, il Museo Civico Storico Territoriale di Alano di Piave ed il Comune di Pieve di Soligo, rientra nell’ambito del progetto “Sernaglia è Cultura” ed è collegato alla mostra “Partir: Zanzotto, Pillonetto, Gobbato e l’emigrazione” in corso fino al 21 giugno al Centro CEA MEP di Fontigo.

Ad introdurre la manifestazione la vice sindaco del comune di Sernaglia Eleonora Antoniazzi, che ha lasciato poi la parola alla relatrice: l’antropologa Daniela Perco, già direttrice per tanti anni del Museo Etnografico della provincia di Belluno e del Parco Nazionale Dolomiti Bellunesi.

Partendo dalla storia in generale dell’emigrazione maschile e femminile, la relatrice si è soffermata sulle giovani madri che, specie a partire dai primi decenni del secolo XIX, lasciavano i figli appena nati per recarsi nelle città italiane o, a volte anche estere, ad allattare i neonati dell’aristocrazia e dell’alta borghesia, in cambio di adeguati compensi.

Per selezionare le balie, che dovevano avere un aspetto sano, latte copioso e nutriente, c’erano delle visite mediche.

Le donne aristocratiche e alto borghesi, infatti, affidavano la pratica dell’allattamento a delle nutrici per non interrompere la loro vita mondana o per non rovinare il proprio corpo e solo in pochi casi la richiesta era dovuta alla reale mancanza di latte. D’altro lato però tra la balia e il figlio di latte si instaurava un legame molto forte, che si consolidava quando la nutrice rimaneva oltre l’anno dell’allattamento: si trovano infatti molte lettere e documenti che testimoniano quanto i figli di latte siano rimasti legati per tutta la vita alle loro “seconde mamme”.

Altro problema che si creava per le balie al rientro nel proprio paese, era quello di recuperare i legami affettivi con i figli piccoli che non riconoscevano più la madre, ma non solo: lasciando il proprio bambino di pochi mesi a parenti o conoscenti, o ad altre donne che venivano pagate, dal cambio di alimentazione, il lattante poteva contrarre malattie intestinali oppure persino morire.

Vivendo in ambienti di ricchezza e benessere, e a volte accompagnando le famiglie aristocratiche in villeggiatura, questo ha comportato anche un cambio di mentalità nelle balie.

“La baliomania” delle contadine, spinte di sovente dai mariti o dai suoceri, era una fenomeno diffuso soprattutto nelle aree prealpine del territorio bellunese e in particolare nel Feltrino.

Il clou è stato raggiunto nel periodo fascista, quando la chiusura delle frontiere ha ridotto l’emigrazione maschile, gettando molte famiglie nella miseria e questa pratica è andata scomparendo attorno agli anni ’50 con la diffusione del latte in polvere e le trasformazioni sociali.

Per concludere la serata la relatrice ha rivolto un invito a tutti a visitare il Museo Etnografico Dolomiti con sede a Cesiomaggiore, dove una delle sezioni più significative che si possono vedere è proprio quella dedicata alle balie da latte, nella quale sono esposti i vestiti bianchi di pizzo che venivano indossati, oggetti ornamentali e tanto altro.

Per chi non lo avesse già fatto, l’amministrazione comunale di Sernaglia rivolge inoltre un invito a vedere la mostra “Partir: Zanzotto, Pillonetto, Gobbato e l’emigrazione” al CEA MEP di Fontigo.

(Autrice: Antonella Callegaro)

(Foto: Antonella Callegaro)

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