La filanda Gavazzi, la seta Amadio e i seme bachi della famiglia Trinca: l’operosità di Sernaglia della Battaglia negli anni ‘60

A fare da sfondo nella vita contadina del secolo scorso é l’acqua. L’acqua é quel filo rosso che ha permesso a molte realtà di sorgere ed espandersi e ad alcune ha dato appoggio fino al loro declino.

Solo chi é del settore sa quanto sia importante l’acqua nel mondo quasi esclusivamente femminile delle filande: in quegli edifici alti e lunghi, con stanzoni pieni di macchinari gestiti da mani scaltre, l’acqua era il vero motore della filatura.

Un esempio di questo mondo ormai perduto é la filanda Gavazzi, invisibile ma sotto gli occhi di tutti, proprio a Sernaglia della Battaglia in via Castello, di fronte guarda caso, a Corte della seta.
 
“Ho respirato i giorni frenetici e laboriosi di quei tempi, sento ancora i rumori e ricordo la precisione di donne e macchinari nello sforzo di ricavare quel filo pregiatissimo che non é altro che seta” racconta con emozione Marina Ostani, moglie di Feliciano Amadio, che dal padre e dallo zio aveva ereditato l’impegno di seguire l’andamento della filanda acquistando e rivendendo la seta.

La filanda sernagliese é un edificio di mattoni imponente, e seppur sfidato dal tempo, non si fatica a immaginarne l’austerità: superato l’ampio cancello ci si imbatte nella facciata principale, alle cui spalle spunta il camino di un forno, tipico di luoghi come questo.

Sulla sinistra, una costruzione più piccola, molto alta e stretta: “Quello era il punto più importante della filanda, detto Canora – rivela la signora Marina – lì c’era l’essiccatoio: strati e strati di bozzoli venivano essiccati prima che il bruco si trasformasse in farfalla e tentasse di uscire bucando il bozzolo”.

Dalla filanda Gavazzi usciva un prodotto di notevole qualità: a comprare la seta arrivavano da tutta la zona, persino da Asolo, e la seta Amadio impreziosiva personalità di spicco nello scenario italiano.

A sentire i racconti di Marina pare che l’orologio scorra al contrario, fino a fermarsi al 1960: nella gallettiera le stanze si riempiono di voci e persone, alle pareti riprendono vita macchinari e attrezzi e camminando tra i diversi piani della filanda pare di scorgere ancora fattorini e operai, intenti nelle loro mansioni. Innumerevoli gli aneddoti sulle giornate tipiche tra quelle mura, dagli scherzi alle donne al lavoro alle delusioni di bozzoli imperfetti.

La vita contadina, seppur dipinta con nostalgia, rimane scandita dal duro lavoro e quello della filanda aveva ritmi ben precisi: “L’unica cosa che non facevamo nei nostri spazi era la tintura: di tutto il resto ci occupavamo noi, dall’acquisto dei piccolissimi bachi fino alla torcitura, grazie al lavoro di un centinaio di operaie della zona”.

Per ottenere l’agognato filo di seta era necessario essiccare i bozzoli e gettarli poi nei tipici bacili di rame in acqua calda: da lì si sbobinava la matassa che poteva avere lunghezze sorprendenti e a seconda della torcitura veniva prodotto un tipo diverso di tessuto grezzo.

Il destino della filanda Gavazzi oggi é incerto: l’unica in Veneto tra le 17 sedi della famiglia Gavazzi, viene chiusa ufficialmente tra il 1969 e il 1970, e oggi il suo splendore rimane scolpito nei ricordi dei residenti anche se le idee innovative non mancano: “Spesso i mobilifici della zona ci chiedono i locali della filanda come deposito o magazzino, altre volte come location di book fotografici – racconta Nicoletta Amadio, figlia di Marina – tutta l’area ha bisogno di un grande progetto di recupero e ristrutturazione, é un peccato lasciare abbandonato un edificio con questo potenziale. Le idee ci sono, bisogna solo metterle su carta”.

Se la famiglia Amadio toccava con mano i fili di seta, ce n’erano altre che permettevano che tutto ciò avvenisse: a Sernaglia, proprio a un tiro di fionda dalla filanda Gavazzi c’erano infatti i Trinca.

Tutti li conoscevano allora, da Vittorio Veneto a Belluno, il giro di esperti venditori di semebachi era formato da poche famiglie che si conoscevano tra loro e si scambiavano e vendevano merce preziosa.

Quella dei Trinca era la principale famiglia fornitrice di seme bachi e bacolini di tutta la zona: i contadini facevano la fila fuori dal laboratorio sernagliese per portare a casa le cosiddette “cartine”: un’oncia, mezza oncia, un quarto di oncia di piccolissimi bachi, quelli appena nati, da far crescere a casa.

Eravamo tutti coinvolti in questo processo – racconta Antonio Trincaricordo che mio padre raccontava di essere andato al centro sperimentale bacologico di Padova e dopo aver preso il diploma ha potuto prendere parte all’attività di famiglia”.

“Noi facevamo nascere sulle mille once di bacolini nei locali appositi dette stufe: ne avevamo qui a Sernaglia, ma anche a Lentiai e in Friuli, e li rivendevamo ai piccoli allevatori” continua.

La chiusura dell’attività che per anni ha sfamato centinaia di famiglie è avvenuta ufficialmente nel 1978 ma già negli anni ‘60 la produzione era calata notevolmente per numerose ragioni: dal frazionamento delle famiglie, ora spinte verso le grandi città, a quello dei locali dove tradizionalmente si allevavano i bachi, alla concorrenza spietata dell’oriente, con una vera e propria invasione di seta cinese.

Il mondo del baco da seta si è sgretolato poco a poco, così come sono cambiate le necessità e le opportunità per molte famiglie contadine ma nonostante i ricordi contrastanti di chi ha vissuto quei tempi, oggi stiamo assistendo a un prudente ritorno alle origini.

Non è ancora troppo tardi per apprendere i segreti del mestiere dalle mani di chi è cresciuto amando e odiando la stagione dei bachi: forse, poco alla volta, come un’onda stanca, le tradizioni sono destinate a ripresentarsi travestite da innovazioni.

La nuova seta veneta infatti, così come le proprietà dei bachi sono in fase di ri-studio e chissà che in un futuro si possa riaprire un capitolo che si credeva superato per sempre.

(Video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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