Abbattimento del Platano di Comisso, l’agronomo: “I risultati non cambiano in base al colore politico”

A intervenire direttamente sulle polemiche nate attorno all’abbattimento del platano di Riviera Comisso a Treviso è Claudio Corazzin, noto agronomo che da anni si occupa di consulenze e verifiche sulla stabilità degli alberi e che ha effettuato personalmente, su incarico del comune di Treviso, l’analisi sulla pianta al centro del dibattito. Dopo la notizia dell’abbattimento – doveroso per motivi di sicurezza – di uno degli alberi simbolo del capoluogo della Marca non sono mancati gli attacchi alla giunta Conte per la decisione presa.

“Io sono come gli idraulici: se un rubinetto perde, perde allo stesso modo con una giunta di destra o di sinistra”, esordisce Corazzin, respingendo qualsiasi lettura politica della vicenda. “Ho fatto io l’analisi di stabilità del platano di Riviera Comisso e mi meraviglio che l’albero non sia già stato abbattuto. Chi mi conosce sa che generalmente sono un conservazionista e decreto l’abbattimento di un albero quando proprio non ci sono alternative”.

L’agronomo entra quindi nel merito delle condizioni del platano, spiegando in maniera semplice i problemi riscontrati. La pianta si trova in un’aiuola di dimensioni ridotte rispetto alle normali esigenze della specie e il suo apparato radicale è confinato tra l’edificio e il muro arginale. Una situazione che, secondo Corazzin, non permette alle radici di svilupparsi nella forma necessaria a garantire un’adeguata stabilità.

“L’albero ha una carie al colletto estesa che coinvolge anche le principali radici centrali e si estende lungo il fusto. La carie è molto datata, tanto che la cavità venne riempita di cemento almeno trent’anni fa. I funghi che stanno demolendo il legno sono attivi e per molto tempo si è mantenuto un equilibrio accettabile tra l’attività della carie e gli accrescimenti compensativi dell’albero”.

Un equilibrio che, però, negli ultimi tempi sarebbe venuto meno. Il platano, ricorda l’agronomo, è monitorato da almeno vent’anni e negli ultimi quindici proprio da Corazzin.

“L’equilibrio tra patogeno e ospite è saltato per qualche ragione e la carie sta progredendo più di quanto l’albero riesca a compensare. La pianta è inclinata e la carie è aperta nella zona del colletto in trazione. Gli spessori di legno strutturato nel tempo si stanno riducendo e ora sono insufficienti per definire l’albero stabile. La probabilità che i lembi di legno strutturato nella zona in trazione cedano è molto elevata”.

Secondo Corazzin, per arrivare alla diagnosi non sarebbero state necessarie ulteriori e più costose indagini. “La diagnosi può essere fatta anche solo visivamente o, più semplicemente, con il resistografo. Tomografia o prove di trazione non avrebbero aggiunto nulla, anche se avrebbero fatto scena e sarebbero state economicamente convenienti per me”.

Un eventuale cedimento, inoltre, non significa necessariamente che il platano finirebbe nel Cagnan. “Che nel caso di un cedimento la pianta cada nel fiume è probabile, ma non scontato. Dipende dalla struttura che cede prima, con la possibilità che vada in torsione verso zone frequentate. Siamo in una zona centrale e frequentata e il rischio è inaccettabile”.

L’albero, sottolinea Corazzin, negli ultimi quindici anni sarebbe stato gestito correttamente. Una soluzione per mantenerlo in piedi tecnicamente esisterebbe, ma avrebbe costi e difficoltà operative molto elevate.

“Per consolidarlo sarebbe necessario inserire due putrelle nel fiume a V rovesciata, con tutte le controventature necessarie. Considerati i luoghi, la necessità di lavorare con una gru e tutte le complicazioni del caso, il costo avrebbe superato serenamente gli 80 mila euro per tirare avanti l’albero una decina di anni. Obiettivamente, nella fattispecie, non è giustificabile. E vi assicuro che di strutture per fare stare in piedi gli alberi ho esperienza”.

Per l’agronomo, quindi, il platano ha raggiunto il limite oltre il quale conservarlo diventerebbe un vero e proprio “accanimento. Certamente, se uno ci investe un centone per i prossimi dieci anni e riduce la chioma, l’albero sta su. Ma si chiama accanimento e non è il mio mestiere”.

Corazzin interviene anche sulle contestazioni alla perizia: “Le perizie hanno solo due possibilità: essere eseguite o essere controperiziate. Le controperizie hanno valore solo se c’è assunzione di responsabilità civile e penale, con prescrizioni cantierabili e costi possibili. Diversamente sono chiacchiere da salotto o un pretesto sciocco di polemica”.

“La questione non è paesaggistica, non è ambientale, non è economica e non è politica: è legata alla sicurezza dei luoghi”, ribadisce l’agronomo, che esclude di aver mai ricevuto pressioni dall’amministrazione comunale. “Né il sindaco, né l’assessore, né nessuno mi ha mai chiesto di modificare una diagnosi. Anzi, per ogni abbattimento decretato c’è sempre bisogno di spiegare, rispiegare e rispiegare”.

Corazzin ricorda infine il lavoro portato avanti da Treviso sul patrimonio arboreo: la città è stata tra le prime ad avere un censimento degli alberi, già alla fine degli anni Novanta, e a introdurre un monitoraggio regolare con controlli biennali, annuali o quadriennali a seconda delle condizioni delle singole piante.

“A Treviso, da fornitore di servizio, vi assicuro che c’è contraddittorio e chi riceve le diagnosi controlla e controdeduce con cognizione di causa quando necessario, sia prima che ora. C’è la possibilità di errore, certo, come in qualsiasi diagnosi su esseri viventi: nella fattispecie non negli effetti, ma nel tempo dell’accadimento”.

(Autore: Simone Masetto)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts