Possiamo dire che l’inizio della letteratura occidentale sia legata alla descrizione delle conseguenze di una forza oscura e devastante: l’ira.
L’Iliade di Omero si apre infatti con una parola che, da sola, contiene già tutto il dramma del poema:
“Cantami, o dea, l’ira…”
In greco, la prima parola del proemio è l’accusativo Μῆνιν (mènin).
I Greci possedevano molte parole per indicare la rabbia, la collera, l’impulso aggressivo, ma μῆνις (al nominativo) non è una rabbia comune, è piuttosto una collera assoluta, profonda, persistente, una forza che travolge non solo chi la prova, ma l’intero ordine del mondo circostante.
Achille ci viene presentato da Omero come un uomo ferito nell’orgoglio: quando Agamennone gli sottrae Briseide, il problema non è semplicemente la perdita di una donna, ma la perdita del riconoscimento pubblico del proprio valore, la propria τιμή.
È da questa ferita che nasce la μῆνις.
La cosa straordinaria è che Omero mostra con lucidità terribile come una rabbia personale possa trasformarsi in una catastrofe collettiva: Achille si ritira dalla battaglia e da quel momento l’intero esercito acheo inizia a crollare. Muoiono compagni, amici, guerrieri innocenti. La rabbia di un singolo uomo diventa una forza storica.
Pensiamo ad un altro esempio, tratto dalla tragedia:Medea. Anche qui la rabbia nasce da un tradimento, da una ferita insopportabile. Ma nel momento in cui la collera prende il sopravvento, Medea supera ogni limite umano e arriva a distruggere ciò che ha di più caro, i suoi figli.
La tragedia di Euripide mostra come l’ira non si limitimai a colpire l’oggetto del rancore, ma finisca per divorare anche chi la prova.
Lo stesso accade con Aiace Telamonio: umiliato pubblicamente (in quanto privato del riconoscimento delle armi di Achille), incapace di accettare la perdita dell’onore, precipita in una spirale di furia e follia che lo conduce alla distruzione di sé. Ancora una volta, la rabbia nasce da una ferita identitaria.
Per i Greci, infatti, la collera non è mai soltanto un’emozione, ma è una forza che emerge quando qualcosa dentro l’individuo si spezza.
Passiamo alla filosofia: gli stoici, ad esempio, consideravano l’ira una delle passioni più pericolose,proprio perché poteva alterare il giudizio e renderel’uomo schiavo di qualcosa che non controllava più. Seneca, nel De ira, descrive la rabbia come una forma di follia temporanea, capace di trasformare gli uomini in estranei a se stessi.
Anche adesso viviamo in un’epoca attraversata continuamente dall’ira: la vediamo nella politica, nei social network, nei dibattiti pubblici, nelle relazioni quotidiane. Viviamo immersi in una rabbia costante, pronta a esplodere per qualsiasi cosa.
Anche studiosi contemporanei come Martha Nussbaum hanno riflettuto sul ruolo della rabbia nelle società moderne: Nussbaum osserva che l’ira nasce spesso da una ferita reale, da un senso di ingiustizia, ma rischia facilmente di trasformarsi in desiderio di punizione più che in ricerca di soluzione.
I Greci avevano già capito che la rabbia non è mai soltanto privata, ma produce onde che si allargano ben oltre chi la prova.
Per questo l’Iliade non racconta semplicemente la collera di Achille, ma il momento in cui una passione individuale è divenuta storia collettiva.
Cosa accade dunque a una società quando l’ira smette di essere governata, controllata? Cosa possiamo fare per evitare che ciò accada?
Dobbiamo ricordarci, attraverso lo sguardo saggio degli antichi, che quando l’ira diventa identità permanente, quando occupa tutto lo spazio interiore, finisce inevitabilmente per distruggere tutto ciò che tocca, compreso chi la porta dentro di sé.
(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
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