“I’m jealous of the way you’re happy without me”: “Sono geloso del modo in cui riesci a essere felice senza di me.”
…C’è qualcosa di profondamente delicato e doloroso in questi versi della canzone di Labrinth. Non ci sonol’aggressività del possesso, la violenza del sospetto, il desiderio di controllare; piuttosto, si riscontra una mancanza data dal dolore di accorgersi che l’altro può continuare a vivere, può essere felice anche senza dinoi. È proprio da questa ferita che molto spesso la gelosia comincia a nascere: non come odio, ma comedifficoltà ad accettare che l’amore non ci garantisce mai il possesso dell’altro.
Forse è proprio qui che il mondo greco può aiutarci: la parola che più si avvicina a ciò che noi chiamiamo “gelosia” è ζῆλος (zelos) e non nasce come termine negativo, anzi, in origine portava con sé un’energia doppia, potentissima. Infatti Ζῆλος significa sì rivalità, competizione, gelosia, ma anche ardore, emulazione, passione intensa, slancio verso qualcosa o verso qualcuno… È la forza che ci spinge a desiderare, a muoverci; è il fervore di chi ammira, di chi ama e si accende.
Anche l’etimologia ci conduce in questa direzione: la parola è infatti collegata al verbo ζέω (zeo), “bollire”, “fervere”, “essere in ebollizione”. Dunque lo ζῆλος è, prima di tutto, un calore interiore, un ribollire dell’animo.
Ciò che nasce come slancio, tuttavia, può facilmente corrompersi e diventare rivalità, invidia, possesso.
Dalla stessa radice viene anche il nostro “zelo”, che conserva il lato positivo del termine: la dedizione appassionata, l’impegno fervente, la partecipazione intensa.
Il problema nasce nel momento in cui questa energia smette di essere apertura e diventa chiusura, smette di essere ammirazione e diventa controllo.
Il mito greco racconta tutto questo con precisione quasi crudele nella storia di Deianira. È una vicenda che conosciamo soprattutto attraverso le Trachinie di Sofocle: Deianira ama Eracle, e lo ama con quell’amore inquieto che nasce dalla consapevolezza di non poter trattenere davvero chi si ama. Eracle è l’eroe delle imprese, delle assenze, delle conquiste; quando nella loro storia compare Iole, giovane bellissima condotta da Eracle come preda di guerra, Deianira avverte con lucidità terribile il rischio di essere sostituita. Si tratta proprio del terrore di non essere più necessaria, di non essere più scelta: allora ricorre al sangue del centauro Nesso, convinta che possa funzionare come un filtro capace di riconquistare il marito. Purtroppo, però, nel tentativo di conservare l’amore di Eracle, Deianira lo avvelena: il filtro è veleno, Eracle viene divorato da un dolore atroce, e Deianira comprende troppo tardi che il desiderio di possedere ha distrutto ciò che voleva salvare.
Questa vicenda mostra che la gelosia rappresenta ilmomento in cui l’amore, spaventato dalla perdita, smette di fidarsi e comincia a manipolare.
Pensiamo anche ad Era: nella mitologia, è continuamente rappresentata come la dea gelosa per eccellenza. Tuttavia, ella non può colpire davvero la fonte del proprio dolore, perché il fedifrago Zeus è intoccabile; allora Era riversa la propria rabbia sulle donne amate dal marito e sui figli nati da quelle unioni. La gelosia, anche qui, cerca un bersaglio, colpisce dove può, deforma i rapporti. Ricordiamo inoltre Medea: quest’ultima è una donna tradita dal marito che, nella rabbia, arriva ad uccidere i suoi stessi figli.
Anche il mondo latino lavora a lungo su questa zona ambigua del sentimento: i Romani ereditano dal greco sia la parola zelus sia l’attenzione per i moti dell’animo che trasformano l’amore in sofferenza e rivalità. In Ovidio, ad esempio, la passione amorosa è spesso un luogo instabile, dove il desiderio non sa accettare la distanza e diventa tormento; in Seneca la riflessione sulle passioni mostra con chiarezza che ogni affetto, quando perde la misura, rischia di trasformarsi nel proprio contrario.
Il latino ha diverse parole per indicare concetti simili: invidia, livor, suspicio sfiorano tutti il territorio della gelosia: questo sentimento, in effetti, è un intreccio di paura, confronto, ferita, bisogno di conferme.
…Noi tendiamo spesso a vedere la gelosia in due modi opposti e forse ugualmente sbagliati: o la demonizziamo come qualcosa di vergognoso, oppure la consideriamo romanticamente come una prova d’amore. Tante volte sentiamo dire: “se è geloso, allora ci tiene”; “un po’ di gelosia è normale”. Il mondo anticoci dice che ζῆλος non è di per sé malvagio, ma lo diventa quando non accetta più il limite, quando non tollera che l’altro abbia una parte di sé non disponibile, una felicità non dipendente da noi, un margine di libertà che non possiamo controllare.
Oggi la gelosia sicuramente non assume la forma tragica di un filtro avvelenato, ma prende spesso forme più sottili: il telefono controllato, la password condivisa, la geolocalizzazione scambiata per prova d’amore, i messaggi interpretati, le visualizzazioni trasformate in sintomi di allontanamento. Si tratta diuna vera e propria sorveglianza affettiva che spesso non riconosciamo nemmeno come tale, eppure diviene un pericolo.
La lezione più forte che ci arriva dagli antichi è proprio questa doppiezza: non dobbiamo diffidare di ogni passione, perché lo ζῆλος, nel suo lato luminoso, è ciò che ci accende, e proprio per questo va custodito, tenuto sotto controllo, perché il confine tra intensità e possesso è sottilissimo.
La domanda che ci dobbiamo porre, quindi, è la seguente: quando lo slancio dell’amore smette di essere apertura e comincia a diventare controllo? Come riconosciamo il momento in cui il nostro ζῆλος si sta deformando in paura di perdere?
Gli antichi non ci offrono una risposta chiara ed immediata, ma ci fanno capire che il contrario della gelosia non è l’indifferenza, ma una forma più alta di amore, quella che sa restare intensa senza diventare prigione, quella che accetta che l’altro ci sia vicino non perché è costretto a restare, ma perché continua liberamente a sceglierci.
(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
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