Miti e leggende: Σιγή – Quando tacere è un atto potente

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Nel 1952, in una sala da concerto, accadde qualcosa che lasciò il pubblico completamente disorientato: ilpianista entrò in scena, si sedette davanti allo strumento, aprì lo spartito e rimase immobile. Passò il primo movimento; poi il secondo; poi il terzo. Nessuna nota venne suonata. 

Alla fine dell’esecuzione, dopo quattro minuti e trentatré secondi, il musicista si alzò, salutò e uscì dal palco.

L’opera si intitolava 4’33″ ed era stata composta da John Cage.

Molti pensarono che fosse una provocazione…In realtà Cage stava cercando di dimostrare qualcosa di molto più profondo: il silenzio assoluto non esiste. Anche quando crediamo che non stia accadendo nulla, continuiamo a sentire il nostro respiro, il rumore delle sedie, il vento fuori dalla finestra, persino il battito del nostro cuore. 

Il silenzio, dunque, non è semplicemente assenza di suono. È un altro modo di ascoltare; credo che i Greci avrebbero compreso bene questa intuizione, perché anche loro possedevano una parola che dice molto più di quanto sembri: Σιγή (sighè).

Σιγή deriva dal verbo σιγάω, che significa “stare in silenzio”, “tacere”, “placarsi”, “far cessare un rumore”; non indica quindi tanto il vuoto sonoro, quanto un gesto consapevole, una scelta. È il silenzio di chi decide di non parlare, di chi sospende la parola per lasciare spazio all’ascolto o alla riflessione. Dalla stessa radice deriva ancora oggi il greco moderno σιγά, che significa “piano”, “lentamente”, “con calma”, quasi a suggerire un abbassamento del tono, un rallentamento, un invito a diminuire il rumore del mondo.

L’italiano, invece, percorre una strada diversa. La nostra parola “silenzio” deriva dal latino silentium, formato sul verbo silere, cioè “essere quieto”, “stare immobile”, “non produrre suono”. Mentre il latino insiste soprattutto su uno stato, su una condizione di quiete, il greco mette al centro un’azione, una decisione, un comportamento. 

Per i Greci, quindi, il silenzio non era quasi mai sinonimo di assenza, ma era disciplina, ascolto.

Pensiamo ai Misteri Eleusini, uno dei culti più importanti del mondo antico: chi vi partecipava era vincolato a un rigoroso silenzio e non poteva raccontare ciò che aveva visto o vissuto durante i riti. Quel silenzio non serviva semplicemente a custodire un segreto, esprimeva piuttosto la convinzione che alcune esperienze non potessero essere tradotte completamente in parole senza perdere la loro forza. Ci sono realtà che possono essere vissute, attraversate, custodite nella memoria, ma che sfuggono inevitabilmente a ogni tentativo di spiegazione.

Anche la scuola pitagorica attribuiva al silenzio un valore essenziale: i nuovi discepoli trascorrevano infatti anni senza poter intervenire nelle lezioni del maestro. Prima di imparare a parlare, dovevano imparare ad ascoltare. Per Pitagora la conoscenza nasceva anzitutto dalla capacità di fare spazio dentro di sé. Solo chi aveva imparato ad abitare il silenzio sarebbe stato capace, un giorno, di pronunciare parole davvero necessarie.

Persino la tragedia greca comprende perfettamente il valore di σιγή. Pensiamo a Cassandra: tutti ricordano le sue profezie, ma spesso dimenticano che la sua tragedia consiste soprattutto nell’essere circondata da un immenso silenzio. Le sue parole vengono pronunciate, eppure è come se nessuno le ascoltasse davvero: Apollo la aveva maledetta, in quanto non si era concessa a lui.Il silenzio, in questo caso, non è l’assenza della voce, ma l’incapacità della comunità di accoglierla. È un silenzio che nasce dall’indifferenza e rende inutile perfino la verità.

Anche Antigone, a un certo punto, smette di difendersi: ha detto ciò che doveva dire; sa che nessuna argomentazione convincerà Creonte, ma da quel momento la sua forza non consiste più nelle parolebensì nella coerenza con cui accetta il proprio destino. Il suo silenzio diventa più eloquente di qualsiasi discorso.

Lo stesso accade ad Aiace nella tragedia di Sofocle. Dopo l’umiliazione subita, il suo lungo tacere inquieta più dei suoi scoppi d’ira. Il pubblico comprende che qualcosa si è definitivamente spezzato proprio perché le parole improvvisamente vengono meno. Come spesso accade nel teatro greco, è il silenzio a rendere percepibile la profondità del dolore.

I Greci avevano dunque intuito che esiste un linguaggio capace di parlare anche quando le parole finiscono.

Tacere, infatti, non è mai un gesto neutrale: può essere un atto di ascolto, di rispetto, perfino di amore; può offrire all’altro lo spazio necessario per esprimersi, impedire che parole pronunciate d’impulso provochino ferite irreparabili, permettere alla riflessione di maturare prima di trasformarsi in discorso. Il silenzio d’altro canto può assumere anche un volto completamente diverso, trasformandosi in omissione, paura, rassegnazione, complicità: può essere il silenzio di chi assiste a un’ingiustizia e sceglie di non intervenire, di chi rinuncia alla propria voce per timore delle conseguenze, o di chi preferisce voltarsi dall’altra parte. La stessa assenza di parole può dunque custodire la verità oppure nasconderla, difendere la dignità di una persona oppure contribuire alla sua umiliazione. Come spesso accade nel pensiero greco, non è il gesto in sé a essere giusto o sbagliato: è il significato che assume nella situazione concreta a determinarne il valore.

La modernità ha continuato a interrogarsi su questa forza misteriosa del silenzio. L’opera di John Cage da cui siamo partiti ci insegna che il silenzio modifica radicalmente il nostro modo di ascoltare. Ma ci sono anche altre opere che sembrano costruite attorno alla stessa intuizione: penso ai grandi dipinti di Edward Hopper. Le sue stanze, i suoi bar, le finestre illuminate nella notte sembrano immerse in un silenzio densissimo. Eppure, quel silenzio non è vuoto: è fatto di attese, di solitudini, di pensieri sospesi, di dialoghi che forse non avranno mai luogo.

Oppure penso alla Rothko Chapel, dove le grandi tele di Mark Rothko sembrano chiedere allo spettatore non tanto di guardare, quanto di sostare, di rallentare, lasciando che il silenzio diventi parte integrante dell’esperienza artistica. Anche la celebre performance The Artist Is Present di Marina Abramović è costruita quasi interamente sull’assenza di parole: per ore l’artista rimane seduta davanti a persone sconosciute senza pronunciare una sola frase. Eppure moltissimi visitatori finiscono per piangere: è come se, venuto meno l’obbligo di riempire ogni spazio con il linguaggio, emergesse finalmente qualcosa di più autentico e più profondo.

…Viviamo probabilmente nell’epoca più rumorosa della storia: ogni momento della giornata è occupato da notifiche, musica, video, messaggi, opinioni, immagini che si susseguono senza tregua. Abbiamo quasi paura del silenzio, come se coincidesse inevitabilmente con la solitudine o con il vuoto. Eppure il filosofo Byung-Chul Han osserva che la nostra società rischia di perdere proprio la capacità di sostare nel silenzio: ogni pausa deve essere immediatamente riempita, ogni attesa trasformata in consumo. Così facendo, però, perdiamo anche la possibilità di ascoltare davvero gli altri e, forse, persino noi stessi.

È proprio questo che σιγή continua a insegnarci: tacere non significa rinunciare alla parola, ma restituirle il suo peso. Una civiltà non si riconosce soltanto dalla ricchezza dei suoi discorsi o dalla quantità delle sue opinioni, ma anche dalla qualità dei suoi silenzi…Forse il silenzio non è il contrario della comunicazione. Forse è la sua forma più alta.

Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
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