Miti e leggende: Συμπάθεια – L’arte di abitare la vita degli altri

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Le parole greche spesso riescono a svelarsi da sole: basta scomporle e tutto trova un senso. Συμπάθεια (sumpàtheia) ne è un esempio perfetto: è formata da σύν, “insieme”, e πάθος, termine che deriva dal verbo πάσχω, “provare”, “subire”, “essere attraversati da un’esperienza”. Il πάθος (pàthos) non è soltanto il dolore: è tutto ciò che ci accade, ci ferisce o ci entusiasma. Da questa stessa radice derivano ancora oggi parole che usiamo quotidianamente, come passione, patologia, apatia, patetico…

La συμπάθεια, dunque, è letteralmente il “patire insieme”, condividere l’esperienza dell’altro, lasciarsi raggiungere dalle sue emozioni, permettere che il suo dolore, la sua gioia, la sua speranza trovino spazio anche dentro di noi. Nessuno quindi è davvero isolato, perché ogni vita entra continuamente in contatto con quella degli altri.

È interessante osservare come questa parola abbia cambiato significato nel corso dei secoli: l’italiano simpatia deriva infatti direttamente dal greco συμπάθεια, ma oggi indica qualcosa di molto diverso. Diciamo che una persona è simpatica quando ci appare piacevole, brillante, spontanea, quando suscita insomma il nostro favore. Il termine si è progressivamente spostato dall’interiorità alla socialità. 

Per i Greci, la συμπάθεια riguardava una capacità molto profonda, quella di uscire da se stessi per entrare, almeno per un momento, nell’esperienza dell’altro.

Nella filosofia stoica compare l’espressione συμπάθεια τοῦ κόσμου, la “simpatia del cosmo”: Zenone, Crisippo e gli altri filosofi della Stoà immaginano l’universo come un unico organismo vivente, nel quale ogni parte comunica continuamente con tutte le altre. Nulla esiste in maniera completamente autonoma, perché ogni gesto, ogni evento produce conseguenze che si propagano ben oltre il luogo in cui sono nati.  Gli Stoici, dunque, più di duemila anni fa avevano già intuito che l’esistenza è una trama di relazioni nella quale ciascuno influisce inevitabilmente sulla vita degli altri.

Anche la grande letteratura greca sembra costruita attorno a questa convinzione. Penso all’ultimo libro dell’Iliade, ad esempio: Priamo entra nella tenda di Achille per chiedere il corpo del figlio Ettore. Il vecchio re non cerca di convincere il suo nemico con ragionamenti politici né con minacce, ma ricorda al grande eroe suo padre Peleo. In quel momento, Achille non vede più soltanto il re di Troia, ma riconosce davanti a sé un padre destinato a soffrire come soffrirà un giorno Peleo. Il dolore dell’altro diventa improvvisamente comprensibile perché trova una corrispondenza dentro la propria esperienza. È συμπάθεια. 

La tragedia greca porta questa intuizione ancora più lontano: Aristotele osserva che la tragedia suscita nello spettatore ἔλεος e φόβος, pietà e paura. Ma quella pietà non coincide con la commiserazione, è piuttosto il riconoscimento che la sofferenza dell’eroe potrebbe appartenere anche a noi. Guardando Edipo, Antigone, Ecuba o Filottete, non rimaniamo spettatori esterni:  la loro fragilità ci riguarda. Durante uno spettacolo teatrale, impariamo ad abitare una vita che non è la nostra.

Lo stesso accade in molti racconti mitici. Pensiamo ad Alcesti, che sceglie di morire al posto del marito Admeto, oppure a Prometeo, che accetta un supplizio eterno pur di donare agli uomini il fuoco e con esso la possibilità di costruire una civiltà:  sono figure diversissime, ma accomunate dalla capacità di assumere su di sé il destino degli altri. Il loro eroismo non consiste nella forza fisica o nella gloria personale, bensì nella disponibilità a condividere il peso della sofferenza altrui.

Anche il mondo romano percorre una strada molto vicina. Le parole cambiano, ma il nucleo rimane sorprendentemente simile: compassio, costruita sul verbo patior, significa ancora una volta “soffrire insieme”; misericordia è il cuore che si lascia toccare dalla miseria dell’altro; humanitas, nella riflessione di Cicerone, diventa quella disposizione che permette agli uomini di riconoscersi membri della stessa comunità morale. 

La riflessione contemporanea ha dato a questa esperienza un nome diverso: empatia. All’inizio del Novecento Edith Stein la definisce come la capacità di cogliere l’esperienza vissuta dell’altro senza confonderla con la propria. L’empatia, dunque, non consiste nel sostituirsi all’altro, bensì nel riconoscere che davanti a noi esiste un universo interiore irripetibile, che non potremo mai possedere completamente ma che possiamo cercare di comprendere con rispetto. Martha Nussbaum ha mostrato come proprio la letteratura, il teatro e le arti costituiscano una delle più grandi scuole di educazione morale, perché ci insegnano a guardare il mondo da prospettive diverse dalla nostra.

Anche le neuroscienze sembrano oggi confermare questa intuizione antichissima. La scoperta dei cosiddetti “neuroni specchio” suggerisce che il cervello umano sia naturalmente predisposto a risuonare con ciò che osserva negli altri: quando vediamo qualcuno soffrire, gioire o provare paura, alcune delle aree cerebrali coinvolte in quelle stesse emozioni si attivano anche in noi. 

L’arte contemporanea ha provato a trasformare questa intuizione in un’esperienza concreta: nel 2010, al Museum of Modern Art, Marina Abramović realizzò una delle performance più celebri del nostro tempo, The Artist Is Present. Per quasi tre mesi rimase seduta in silenzio, immobile, permettendo ai visitatori di sedersi davanti a lei e semplicemente guardarla negli occhi. Nessuna parola, nessuna spiegazione,  solo due persone che si concedevano reciprocamente tempo e presenza. Molti di coloro che si sedettero davanti all’artista finirono per piangere, perché era accaduto qualcosa di molto raro: qualcuno si era sentito visto davvero. In fondo, anche questa performance sembra riprendere un’intuizione già presente nel mondo greco. La comprensione dell’altro non nasce sempre dalle parole, talvolta nasce dalla semplice disponibilità a sostare davanti a una persona senza volerla immediatamente giudicare o classificare.

Viviamo in un’epoca nella quale siamo continuamente esposti alle vite degli altri. Le immagini scorrono senza sosta, le notizie si susseguono, i drammi del mondo arrivano ogni giorno sugli schermi che portiamo in tasca. Eppure questa vicinanza apparente rischia spesso di produrre l’effetto opposto: vediamo moltissimo, ma ci abituiamo a vedere. La velocità rende difficile la partecipazione, e la partecipazione richiede invece lentezza, ascolto, disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro.

Forse è proprio questo che la συμπάθεια continua a insegnarci dopo oltre duemila anni: comprendere una persona non significa pensare come lei, né rinunciare alle proprie convinzioni; significa riconoscere che ogni essere umano custodisce un mondo invisibile che merita di essere ascoltato prima ancora che giudicato. Ogni volta che riusciamo a condividere il peso o la gioia di un’altra vita, allarghiamo i confini della nostra umanità. È un esercizio che richiede pazienza, umiltà e coraggio, ma è forse uno dei pochi capaci di rendere il mondo un luogo meno estraneo e di ricordarci che nessuno si salva davvero da solo.

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà di Dplay Srl)
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