Miti e leggende: Φόβος – Il mostro più fedele

Provo a richiamare alla vostra mente la celebre opera di Johann Heinrich Füssli., L’incubo: una donna giace addormentata e sul suo petto siede una creatura scura, quasi un peso materiale dell’angoscia; sullo sfondo, un cavallo spalanca gli occhi nel buio, come se la paura stessa avesse trovato un volto. Questo dipinto del Settecento racconta la paura come presenza, non solo come emozione, ma proprio come corpo estraneo che si posa su di noi e ci schiaccia. 

Forse è proprio da qui che conviene partire: dal fatto che la paura non è semplicemente una reazione, ma è anche una compagnia: talvolta una sentinella utile, altre volte un tiranno. 

I Greci avevano una parola per definire questo concetto: φόβος (fòbos)

In Omero, il termine può indicare tanto l’emozione quanto l’effetto concreto di quella emozione: il momento in cui l’esercito si rompe, i corpi si disperdono, la battaglia si sfalda perché il timore ha vinto prima ancora delle armi, ad esempio. 

È interessante anche l’etimologia. Φόβος è collegato al verbo φέβομαι / φοβέομαι, “aver paura”, “fuggire spaventati”, e dietro a questa famiglia di parole c’è l’idea di un movimento di ritrazione, quasi di fuga davanti a qualcosa che ci sovrasta. Non a caso, nella nostra lingua, il termine sopravvive in modo chiarissimo in parole come “fobia”, che portano ancora impressa la matrice greca: non una semplice paura, ma una paura che prende possesso, che eccede la misura.

In Grecia Φόβος diventa anche un personaggio, o meglio una personificazione divina figlia di Ares e di Afrodite, fratello di Deimos, il terrore, e compagno inseparabile del padre in battaglia. Quindi il dio della guerra e la dea dell’amore generano il terrore e la paura. È come se i Greci ci dicessero che le forze più profonde dell’umano non nascono mai isolate, ma si intrecciano continuamente. L’amore può generare timore di perdere, la guerra può produrre panico, il desiderio può diventare vulnerabilità. Φόβος, dunque, non è un semplice “mostro” esterno: è la forma mitica di qualcosa che accade dentro l’uomo e insieme tra gli uomini, soprattutto quando l’ordine vacilla.

La paura, nel mito greco, non appartiene solo alla guerra, ma anche al rapporto stesso con il limite: pensiamo a Perseo davanti a Medusa, per esempio. In questo caso,  la paura non è semplicemente timore fisico, ma è il terrore di uno sguardo che pietrifica, di una realtà troppo potente per essere sostenuta direttamente. Perseo può vincere solo imparando a non guardare in faccia l’orrore, usando lo scudo come specchio. È un mito che ci fa capire che non sempre il coraggio consiste nell’affrontare frontalmente ciò che ci spaventa; a volte consiste nel trovare la giusta mediazione, il modo di non lasciarsi annientare dall’oggetto della paura.

Pensiamo poi a Teseo nel labirinto: anche qui la paura non tanto il Minotauro, quanto la perdita dell’orientamento, la possibilità di non trovare più l’uscita. Il mostro, in fondo, è inseparabile dallo spazio che lo contiene: la paura cresce quando non vediamo più una via, quando il disordine diventa totale, quando il mondo smette di avere una forma leggibile. E in questo senso il filo di Arianna è molto più di un espediente narrativo: è la figura concreta di ciò che ci permette di attraversare il timore senza esserne divorati. 

Anche la tragedia, naturalmente, conosce bene il φόβος. Aristotele, nella Poetica, dirà che la tragedia suscita ἔλεος καὶ φόβος, “pietà e paura”: paura non solo per ciò che vediamo accadere all’eroe, ma perché riconosciamo che quella caduta potrebbe riguardare anche noi. Il φόβος tragico è il tremore di fronte alla fragilità della condizione umana, che è senza difese rispetto alla potenza del destino e degli dei.

Gli antichi avevano paura della guerra, della peste, dell’ira degli dei, dell’esilio, del mare, dell’inversione improvvisa della sorte…Noi abbiamo paura di altre cose: del fallimento, della solitudine, della malattia, della perdita di controllo, del futuro, della crisi climatica, dell’instabilità economica, della guerra che torna a incombere, della possibilità di non essere all’altezza della vita che ci siamo immaginati. Cambiano gli scenari, ma la struttura profonda è sorprendentemente simile. La paura continua a essere ciò che ci fa arretrare e, insieme, ciò che ci costringe a prendere coscienza del nostro limite.

I Greci avevano colto un aspetto importantissimo: la paura non è soltanto una debolezza da superare, ma può anche essere strumento salvifico: chi non prova più alcun φόβος diventa pericoloso, perché smette di percepire il limite. La paura, in una certa misura, è ciò che ci ricorda che siamo vulnerabili. 

Il problema, dunque, non è dunque la paura in sé, quanto il rapporto che instauriamo con lei: se la neghiamo, ci illudiamo di essere invincibili; se le consegniamo tutto, smettiamo di vivere.

Torniamo, per concludere all’immagine di Füssli: quell’incubo seduto sul petto è la forma visibile di una verità interiore. E allora, la domanda che i Greci ci lasciano è: come si abita la paura senza lasciarle il governo della propria vita? Come si ascolta il suo avvertimento senza trasformarlo in prigione? 

Per noi, oggi, la sfida non è diventare impavidi, ma è imparare a distinguere la paura che ci custodisce dalla paura che ci comanda, perché è proprio tra queste due forme del φόβος che si gioca, ancora una volta, la qualità della nostra libertà.

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
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