Miti e leggende: Ἐλευθερία – Il rischio di essere liberi

Per i Greci, la parola Ἐλευθερία (eleutherìa), cioè libertà, era qualcosa di complesso : non significava semplicemente fare ciò che si voleva o essere privi di vincoli, anzi, implicava vivere dentro una legge riconosciuta come propria.

Pensiamo ad esempio a ciò che ci racconta Erodoto, nelle sue Storie: il grande re dei Persiani Serse si rivolge al re spartano Demarato, un re che era stato allontanato dalla sua patria e costretto all’esilio in Persia, e ragiona sulla guerra contro i Greci.

Serse è sicuro di poter vincere, perché i suoi uomini temono le punizioni in cui potrebbero incorrere; Demarato afferma però che gli Spartani, pur essendo uomini liberi, sentono comunque di dover sottostare ad un potere più grande, quello della legge.

Quindi gli Spartani nascono liberi e, proprio perché lo sono, obbediscono alla legge e la temono molto di più di quanto i sudditi di Serse temano le sue punizioni severe.

Sembra un paradosso: come può l’obbedienza rendere liberi?

La risposta è semplice: quella legge non è esterna, calata dall’alto, ma è il νόμος della comunità, senza il quale esistono solo caos o dominio.

La parola ἐλευθερία deriva dall’aggettivo ἐλεύθερος, “libero”; questo termine, a sua volta è collegato ad una radice indoeuropea che sembra indicare il popolo, la comunità di appartenenza. È la stessa radice che in altre lingue ha dato origine a parole legate all’idea di “gente”. Essere ἐλεύθερος, quindi, significa appartenere a una comunità di pari, non essere subordinati, non essere schiavi.

La libertà, quindi, non è isolamento, ma appartenenza alla comunità; non è individualismo, ma condizione politica e civile.

Si può essere liberi solo insieme.

Pensiamo a cosa ci racconta il mito a riguardo: Ulisse, nell’Odissea, ci viene presentato nell’isola di Ogigia, insieme alla dea Calipso, la quale, invaghitasi dell’eroe, gli offre l’immortalità, una vita senza dolori, senza limiti.

Eppure, l’uomo dal multiforme ingegno rifiuta: perché? Perché quell’opportunità non sarebbe libertà, ma isolamento eterno. Ulisse vuole tornare al suo mondo, a Itaca, alle relazioni che ha intessuto; sceglie una libertà imperfetta, ma umana.

Questo tema entra anche nella riflessione filosofica: Aristotele definisce l’uomo un “animale politico”, cioè un animale della polis, che può realizzarsi solo all’interno della comunità. Vivere senza legge significherebbe essere una bestia, non un uomo.

Quando penso al concetto di libertà, mi sovviene l’immagine del dipinto di Eugène Delacroix, La libertà che guida il popolo: una giovane donna, personificazione della Marianna francese, della libertà, quindi, che, immersa nella folla, nel conflitto, nella storia guida un’azione collettiva.

La libertà è collettività e, in questo caso, diventa anche conquista.

E oggi?

Oggi pensiamo alla libertà soprattutto come scelta individuale: avere autonomia, e più possibilità; tuttavia, proprio su questo punto, alcuni pensatori contemporanei hanno riaperto la riflessione.

Il filosofo indiano Amartya Sen, ad esempio, ha proposto di pensare la libertà non solo come assenza di vincoli, ma come capacità reale di agire, di vivere una vita che abbia valore. Non basta essere formalmente liberi: bisogna avere le condizioni per esserlo davvero.

Allo stesso modo, l’americana Martha Nussbaum ha insistito sul fatto che la libertà dipenda da un insieme di possibilità concrete — educazione, salute, dignità — senza le quali  essa rimarrebbe solo teorica.

E ancora, il filosofo Byung-Chul Han ha messo in luce un paradosso: oggi ci sentiamo liberi perché non abbiamo padroni visibili, ma siamo spesso intrappolati in nuove forme di auto-sfruttamento, in cui la libertà si trasforma in pressione continua a performare, a produrre, a migliorarsi.

…I Greci avevano visto qualcosa che forse noi abbiamo dimenticato: la libertà non può prescindere la vita in una comunità; la nostra libertà non può ledere quella degli altri. 

Allora, la domanda che dobbiamo porci è: che tipo di libertà vogliamo?

Per gli antichi, essere liberi era difficile, perché significava essere cittadini, partecipare, lottare, sforzarsi. 

Anche oggi deve essere così e dobbiamo accettare i rischi e la sfida di questa grande conquista, la libertà.

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata

Related Posts