Miti e Leggende: Ὄναρ / Ὄνειρος – Quando dormire è capire

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Voglio proporvi un’immagine che, a mio parere, riesce a dare al sogno una forma quasi concreta: mi riferisco al “Sogno di Costantino” di Piero della Francesca, nel ciclo della “Leggenda della Vera Croce”, custodito nella Cappella Bacci della Basilica di San Francesco ad Arezzo. Vi descrivo la scena: l’imperatore Costantino dorme nell’oscurità quieta dell’accampamento, mentre una luce attraversa il cielo. Si tratta di un angelo che discende dall’alto, portando un annuncio. È una scena cristiana, ma racconta una convinzione molto più antica del Cristianesimo: che il sonno non sia soltanto una sospensione della coscienza, ma una soglia; e che il sogno, proprio perché nasce quando le difese della veglia si allentano, possa diventare uno spazio di rivelazione, di avvertimento, talvolta perfino di conoscenza.

I Greci avevano parole diverse per nominare questa esperienza: le due parole principali sono ὄναρ (onar) e ὄνειρος (oneiros). Noi, in italiano, le traduciamo entrambe con “sogno”, ma non sono perfettamente sovrapponibili: ὄναρ indica il sogno come esperienza onirica, la visione che si manifesta durante il sonno; ὄνειρος, invece, è spesso il sogno come messaggio,figura che si presenta al dormiente. In altre parole: ὄναρ è il sogno che si vive, ὄνειρος è il sogno che arriva.

Anche sul piano etimologico siamo in un territorio sfuggente ed è difficile ricostruirne l’origine…In fondo è quasi bello che sia così: il sogno, che per sua natura sfugge, si lascia nominare da parole che non si lasciano afferrare del tutto.

Proprio perché sfuggente, il sogno è stato preso terribilmente sul serio dal mondo antico. Nell’IliadeZeus invia ad Agamennone un ὄνειρος: è importante che Omero scelga proprio questo termine, per indicarequasi un emissario notturno. Il sogno scende, raggiunge il capo del dormiente, assume la voce di un consigliere fidato e parla. È una forma di comunicazione, un intervento dall’esterno, anche se nel caso specifico si tratta di un messaggio ingannevole, destinato a spingere il re verso una decisione sbagliata. Già qui emerge un dato essenziale: il sogno, per i Greci, non coincide automaticamente con la verità. Può essere rivelazione, ma può anche essere trappola.

Questo doppio volto appare in modo ancora più chiaro nell’Odissea, quando Penelope parla delle celebri due porte dei sogni. Ci sono sogni che passano attraverso la porta d’avorio e ingannano; altri che escono dalla porta di corno e portano un messaggio vero. È un’immagine meravigliosa, perché restituisce tutta l’ambiguità dell’esperienza onirica. Il sogno può illuminare, ma può anche confondere. Può rivelare qualcosa che la veglia non sa vedere, ma può anche costruire un’illusione. In fondo, è proprio questa ambivalenza a renderlo così potente: il sogno è un luogo di verità possibile, mai garantita.

Accanto a questa dimensione epica e narrativa, il mondo mitico arriva perfino a personificare il sogno. Esistono in molte tradizioni gli Oneiroi, i Sogni, figli della Notte, creature che abitano la soglia tra il sonno, la morte e il mondo divino. Questa genealogia colloca il sogno in una famiglia potentissima: la Notte genera il Sonno, la Morte e i Sogni. Come se ogni notte, nel momento in cui ci addormentiamo, entrassimo in una regione che confina contemporaneamente con l’oblio, con l’assenza di coscienza e con una forma minima di morte. 

Più tardi, soprattutto nel mondo latino e nella grande fantasia di Ovidio, questo universo si arricchisce di figure ancora più precise. Appaiono Morpheus, che dà ai sogni forma umana, Phobetor o Icelos, che presiede alle apparizioni spaventose, e Phantasos, che costruisce sogni di cose e paesaggi. Anche se siamo già in un’elaborazione successiva, il punto resta lo stesso: i sogni non sono tutti uguali. 

Qui che diventa inevitabile evocare una delle frasi più belle e più vertiginose di tutta la letteratura greca, quella di Pindaro: σκιᾶς ὄναρ ἄνθρωπος, “l’uomo è il sogno di un’ombra”. È una formula che merita di essere ascoltata con lentezza, perché dice qualcosa di molto più radicale della semplice fragilità umana. Dice che l’uomo è il sogno di un’ombra: cioè una realtà ancora più lieve dell’ombra stessa, una presenza che appare e scompare, che non può essere trattenuta, che sfugge alla consistenza piena dell’essere. Colloca l’esistenza umana in una dimensione di radicale precarietà. E tuttavia non c’è in Pindaro soltanto pessimismo: il sogno, proprio perché fugace, è anche intensissimo; proprio perché non dura, lascia un’impressione che può essere più profonda di molte esperienze diurne. Dire che l’uomo è “il sogno di un’ombra” significa allora ricordargli insieme la sua debolezza e la sua misteriosa grandezza: siamo fragili, sì, ma siamo anche attraversati da immagini, desideri, intuizioni, slanci che non si lasciano ridurre alla pura materia.

Per i Greci, del resto, il sogno non è mai soltanto una fantasia privata. In certi contesti è perfino uno strumento di cura: nei santuari di Asclepio, ad esempio, i malati praticavano l’incubatio, quindidormivano nel luogo sacro in attesa che il dio inviasse un sogno capace di indicare una guarigione, una direzione. È un fatto impressionante: il sonno non è una parentesi inutile, ma una forma di ascolto. 

Con la modernità, tutto questo cambia profondamente. Il sogno non viene più letto come messaggio divino, ma come linguaggio dell’interiorità. E qui il nome imprescindibile è quello di Sigmund Freud: nella sua opera L’interpretazione dei sogni, egli definisce il sogno la “via regia” che conduce all’inconscio. Ciò che di giorno reprimiamo, censuriamo, non comprendiamo o non vogliamo ammettere, di notte ritorna in forma mascherata: simboli, condensazioni, spostamenti, immagini assurde solo in apparenza. Il sogno, insomma, continua a essere una rivelazione, ma non perché parli a nome degli dèi; perché parla a nome di quella parte di noi che non governiamo del tutto.

Ed è interessante notare quanto questa lettura, pur lontanissima dal mondo omerico, resti in fondo vicina a una convinzione antica: mentre dormiamo, qualcosa parla. Per Omero poteva essere Zeus, o un ὄνειρος inviato dal mondo divino. Per Freud è l’inconscio. 

Il sogno continua a rappresentare uno spunto interessanti per gli artisti: penso al Surrealismo, conSalvador Dalí o René Magritte; penso anche al cinema, che del sogno ha fatto uno dei suoi laboratori più fertili, con Federico Fellini oppure con il film Inception, in cui il sogno diventa lo spazio in cui identità, memoria, desiderio e colpa smettono di obbedire alle regole del giorno.

Allora che cosa succede alla conoscenza quando smettiamo di controllarla del tutto? Che cosa possiamo capire quando non imponiamo più alla mente la logica della veglia, ma lasciamo che parlino immagini, simboli, paure, desideri?

Dobbiamo tener sempre a mente che il sogno, da Omero a Pindaro, da Asclepio a Freud, continua a ricordarci una verità essenziale: non tutto ciò che comprendiamo passa per la luce netta della ragione. Ci sono verità che arrivano in forma notturna, obliqua, frammentaria…E forse il sogno continua ad affascinarci proprio per questo: perché ci ricorda che, anche mentre dormiamo, qualcosa dentro di noi — o oltre noi — continua ostinatamente a cercare un linguaggio per dirci chi siamo.

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà di Dplay Srl)
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