L’edizione speciale dei “Martedì in Villa” ha portato a Trevignano il giovane magistrato palermitano Eliseo Davì, oggi in servizio al Tribunale di Trapani. Un incontro dedicato al ricordo delle stragi del 1992 e all’analisi delle trasformazioni della criminalità organizzata, che negli ultimi decenni ha progressivamente abbandonato la violenza plateale per infiltrarsi in modo camaleontico e pervasivo nei gangli dell’economia. La serata ha così messo in dialogo due territori lontani come Sicilia e Veneto, offrendo al pubblico una riflessione sulle nuove forme attraverso cui le mafie operano oggi.
L’incontro si è aperto con le parole del sindaco Franco Bonesso, che ha ripercorso la genesi simbolica dell’evento: l’intitolazione della scuola secondaria di Trevignano a Falcone e Borsellino. “Consideriamo questi magistrati degli eroi moderni – ha dichiarato il primo cittadino – figure capaci di trasmettere ai ragazzi il valore della legalità. Ma la legalità non è un concetto astratto: è la capacità di denunciare, di non aver paura ‘de intrigarse’ – come ben esprime l’idioma locale – di fronte alle ingiustizie”.
Il testimone è poi passato a Eliseo Davì, nato nel 1994 a Isola delle Femmine, due anni dopo le stragi ma cresciuto nel loro riverbero. Proprio nel suo comune si trova il tristemente famoso svincolo autostradale dove avvenne l’attentato a Giovanni Falcone. Nel corso della serata, Davì ha intrecciato memoria personale ed esperienza professionale. Ha ricordato i pomeriggi trascorsi da ragazzo in quell’area allora abbandonata, utilizzata come parcheggio, oggi trasformata nel “Giardino della Memoria”, dove a ogni arbusto è stato assegnato il nome di una vittima della lotta alla mafia. “Siamo passati da una narrazione epica, quasi medievale, di eroi contro mostri – ha spiegato il magistrato – alla scoperta delle gradazioni di grigio. La mafia oggi non ha più solo il volto rude delle fiction, ma le fattezze concrete di aziende che ottengono appalti, concessioni e piani di lottizzazione”.
Il dibattito si è quindi spostato sul legame viscerale tra mafia ed economia. Davì ha smontato lo stereotipo del mafioso ignorante e rozzo, confinato in un contesto di marginalità sociale, citando ricerche storiche che dimostrano come, già nell’Ottocento, la mafia gestisse i lucrosi traffici verso gli Stati Uniti e si collocasse strategicamente nelle aree più ricche della città.
Il vero salto di qualità, tuttavia, resta quello impresso da Giovanni Falcone. “La sua intuizione non nacque nelle procure d’assalto, ma tra le scartoffie della sezione fallimentare – ha spiegato il magistrato –. Fu lì che capì che il vero tallone d’Achille dell’organizzazione erano i flussi finanziari. Il celebre ‘follow the money’, inteso non come slogan, ma come la capacità di trasformare un’indagine patrimoniale in una mappa dei rapporti di potere”.
Questa strategia, concretizzata a livello normativo con la legge Rognoni-La Torre del 1982, che introdusse il reato di associazione mafiosa e rese possibile il sequestro e la confisca dei beni dei mafiosi, è stata poi rafforzata dalla legislazione successiva, che ha consentito di colpire i patrimoni anche sulla base della sproporzione tra reddito dichiarato e tenore di vita. Ma Davì non ha nascosto le criticità odierne: “Lo Stato deve essere un gestore migliore della mafia. Se il sequestro di un’azienda porta al fallimento e ai licenziamenti, il messaggio che arriva al territorio è devastante: la mafia dà lavoro, lo Stato lo toglie. La prevenzione deve essere chirurgica, capace di isolare il contagio criminale senza uccidere l’impresa sana”.
La prospettiva si è infine allargata allo scenario internazionale: dalla Germania, indicata come uno dei principali hub europei per il riciclaggio della ’Ndrangheta, fino al Giappone. Proprio da lì, nei primi anni Novanta, arrivò una delegazione di professionisti impegnati nella lotta alla Yakuza per incontrare Giovanni Falcone e studiare i metodi investigativi italiani. Un segno di quanto la lotta alle mafie non sia una questione locale, ma una sfida globale di civiltà giuridica.
L’incontro di Villa Onigo si è chiuso senza appelli retorici, con un richiamo alla responsabilità: l’eredità di Falcone e Borsellino non risiede nelle commemorazioni, bensì nella vigilanza quotidiana contro le infiltrazioni silenziose nell’economia sana. Perché è attraverso i bilanci, prima ancora che attraverso il tritolo, che le mafie contemporanee decidono il futuro dei territori.
(Autore: Francesco Bruni)
(Foto: Francesco Bruni)
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