Ἀνάστασις: rimettersi in piedi

Oggi propongo una riflessione a partire dalla parola ἀνάστασις (anastasis).

Si tratta di un termine particolare, che è composto da ἀνά (anà), ovvero “di nuovo, verso l’alto” e dal verbo ἵστημι (istemi), che nella sua accezione intransitiva vuol dire “stare, reggersi, rimanere in piedi”.

Questo sostantivo, quindi, indica il corpo che si rimette in equilibrio dopo una caduta, che “rinasce”, in qualche modo. Tale idea ritorna con una certa insistenza nei poemi omerici; in effetti, gli eroi cadono spesso: il verbo πίπτω (pipto), “cadere”, compare come un battito oscuro.  Ciò che conta, però, è il momento successivo, quando il corpo ferito prova a reagire; l’Iliade usa una formula semplice, che passa inosservata:

ἀλλ’ ὅ γ’ ἀναστάς
“Ma egli, rialzatosi…”

Quindi l’eroe non è colui che non cade mai, ma colui che decide di rialzarsi e di rimettersi in gioco. Achille stesso, dopo la morte di Patroclo, non si rialza subito, ma rimane a terra, coperto di polvere, immobile nel suo dolore; solo in seguito, decide di rialzarsi, di tornare a combattere accettando il suo destino.

Anche la tragedia ci mostra esempi di ἀνάστασις, ma da un punto di vista interiore, dell’anima. Le donne troiane descritte da Euripide nell’omonima tragedia, ad esempio, non possono rialzarsi e far tornare Troia all’antico splendore, ma possono decidere di resistere con le loro parole, riconquistando così la loro dignità.

Non solo le parole ci permettono di rialzarci, ma anche scrivere diventa una forma di “rinascita”. Tucidide, nella sua Guerra del Peloponneso, ci presenta ad esempio Atene dopo la peste, una città spezzata nel corpo e nei valori; eppure, egli scrive, e lo fa per impedire alla caduta di trasformarsi in oblio. Infatti, la sua opera vuole essere κτῆμα ἐς αἰεί, “possesso per sempre”.

Raccontare è quindi un atto di anástasis.

Nel mondo moderno, questa stessa logica ritorna nelle scritture della catastrofe. Primo Levi non ci racconta di una rinascita facile: ne La tregua, descrive ad esempio il ritorno alla vita come qualcosa di fragile, esitante, quasi colpevole. Rialzarsi non significa stare meglio. Significa continuare a testimoniare. Hannah Arendt lega la possibilità di ricominciare alla natalità: ogni nascita è una possibilità nuova, ma nessuna è garantita. Ogni anástasis è esposta al fallimento.

Tutti, prima o poi, conosciamo una caduta che non lascia alternative: in quei momenti, rialzarsi non è simbolo di forza, ma di ostinazione minima.

Il greco, con le sue parole lontane eppure così evocative e piene di significato, non ci promette la salvezza, però ci può restituire una verità più onesta: non ci rialziamo per vincere, ma per restare umani.

(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
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