Se c’è una parola che attraversa tutta la cultura occidentale come una corrente sotterranea, è Eros. Non perché parli solo d’amore, ma perché parla di movimento. I Greci lo sapevano bene: senza Eros il mondo non si mette in moto, le cose restano ferme, incompiute. Forse è per questo che, ancora oggi, continuiamo a tornare lì, a quella parola antica, ogni volta che cerchiamo di capire perché desideriamo, perché scegliamo.
Per entrare davvero in questo tema basta un’immagine, una delle più celebri della storia dell’arte: La Primavera di Sandro Botticelli.
È un dipinto che si legge come una storia, curiosamente da destra verso sinistra: per primo vediamo Zefiro, il soffio bluastro e impetuoso della primavera. Non è un venticello gentile, ma un dio che afferra: sta inseguendo una ninfa, Clori, e la scena ha qualcosa di inquieto, perché il desiderio viene visto come forza che travolge, che fa irruzione. Eppure da quell’urto nasce una metamorfosi: Clori diventa Flora, la donna che sparge fiori con un gesto calmo e pieno, come se il caos si fosse trasformato in generazione. È un passaggio fondamentale: Botticelli ci mette davanti al fatto che Eros non è solo carezza, ma anche scossa. Si tratta di un motore che può ferire e che però, nella mitologia, spesso genera un mondo nuovo.
Spostandoci ancora verso sinistra entriamo nella parte “centrale” del quadro, dove tutto sembra più ordinato, quasi armonico. Sotto lo sguardo di Venere, al centro, le tre Grazie danzano in cerchio più a sinistra: eleganza, rapporto, reciprocità. È l’amore come equilibrio sociale, come forma del legame. Subito dopo, quasi a fare da controcanto, c’è Mercurio, che con il suo caduceo sembra spostare le nuvole: un gesto di controllo, di chiarezza. È come se il dipinto mettesse in scena una domanda: il desiderio si governa? Si addomestica? E poi, sopra, a dominare la scena, c’è lui: Eros, piccolo, alato, bendato, con l’arco teso.
La benda è un dettaglio fondamentale: il desiderio colpisce senza vedere, oppure colpisce proprio perché non guarda le convenzioni, non obbedisce alle regole della prudenza. E infatti la freccia è puntata verso le Grazie, verso quel cerchio di armonia: quasi a dire che Eros entra anche dove c’è equilibrio e lo mette in movimento.
Botticelli, in questo, è molto greco: l’amore come qualcosa che non lascia le cose come sono. Chi è, allora, Eros nel mito? Dipende…In Esiodo, ad esempio, Eros non è un ragazzino birichino, ma una potenza cosmica.
Nella Teogonia, dopo il Caos e la Terra, compare infatti Eros come forza primordiale: ciò che permette alle cose di unirsi, generarsi, moltiplicarsi. Non ha ancora un volto preciso: è quasi una legge dell’universo. Più tardi, nelle tradizioni più “narrative”, Eros diventa figlio di Afrodite: il dio che scaglia frecce, che accende passioni, che crea disordine. Ma il nucleo non cambia: Eros è una forza che spinge, che muove, che non permette immobilità. L’etimologia stessa di Ἔρως aiuta: viene dall’area del verbo ἐράω (erào), “desiderare intensamente”, “essere preso da amore”, “tendere verso”. Eros non è possesso: è tensione. È slancio verso ciò che manca.
Nel Simposio, Platone racconta un mito straordinario: Eros non è né bello né perfetto, non è un dio beato che “ha già tutto”, anzi nasce dall’incontro tra Penía (Povertà) e Póros (Ingegno, Risorsa). Penía è il bisogno, la mancanza; Póros è la capacità di trovare una via d’uscita, una soluzione. Eros, figlio di entrambi, è quindi una creatura paradossale: vive perché gli manca qualcosa, ma non si arrende mai, perché sa inventare, è affamato e creativo. È ciò che ci fa cercare.
Platone dice chiaramente che Eros non è né dio né mortale, ma è una forza intermedia, sempre in cammino. E questo spiega perché il desiderio non è mai definitivo: desiderare significa cercare, non arrivare.
A questo punto, non possiamo non citare poi uno dei racconti più belli e più influenti dell’immaginario occidentale: Amore e Psiche. La storia ce la racconta Apuleio, scrittore latino del II secolo d.C., originario del Nord Africa romano, uomo colto e affascinato dalla filosofia platonica e dai misteri religiosi. Il suo romanzo, le Metamorfosi (conosciuto anche come L’asino d’oro), è un viaggio tra magia, trasformazioni e identità e, nel cuore di quel romanzo, inserisce, come un gioiello narrativo, la favola di Amore e Psiche.
Psiche è una ragazza di bellezza straordinaria, tanto che la gente comincia a venerarla come una nuova Afrodite. Questo’ultima, allora, ferita nell’orgoglio, decide di punirla: ordina a suo figlio Eros di far innamorare Psiche dell’uomo più vile e mostruoso; tuttavia Eros, vedendola, si ferisce con la propria freccia e si innamora lui stesso. Psiche viene portata in un palazzo meraviglioso, ma con una condizione: potrà vivere nell’amore, ma non potrà mai vedere il volto del suo sposo. Lo incontra solo nel buio. È un amore pieno, totalizzante, ma anche fragile perché fondato su un patto difficile: fidarsisenza vedere.
E a un certo punto entra in gioco la voce che avvelena tutto, quella che conosciamo bene anche oggi: l’insinuazione. Le sorelle di Psiche la convincono che il marito sia un mostro. E allora Psiche accende una lampada—un piccolo fuoco, guarda caso—e decide di guardare.
Nella luce non trova un mostro: trova Eros, bellissimo. Ma proprio in quell’istante la goccia d’olio della lampada cade su di lui, che fugge. Il desiderio, toccato dalla diffidenza, si spezza. È un passaggio enorme: Apuleio ci mostra che l’amore non regge senza fiducia, ma neanche senzaconoscenza. La relazione è sempre un equilibrio tra buio e luce. Da qui comincia la parte più intensa: Psiche non resta vittima del proprio errore.
Decide di riconquistare Eros e, per farlo, deve affrontare Afrodite, che le impone prove impossibili: separare semi diversi in una notte, prendere lana d’oro, riempire un’ampolla con l’acqua di un fiume pericoloso, scendere nell’oltretomba e riportare una scatola con un “dono di bellezza” di Persefone. Psiche, nell’ultima prova, cede e, presa dalla curiosità, apre la scatola: il dono di bellezza è un sonno mortale. È come se Apuleio dicesse: la curiosità può essere rovina, ma anche passaggio. A questo punto, Eros torna, la salva, e chiede a Zeus di renderla immortale.
Alla fine, Psiche diventa dea. Eros e Psiche generano Voluttà, il piacere. L’amore non è un colpo di fortuna, è una trasformazione. Psiche significa “anima”: è l’anima chediventa adulta attraversando il desiderio. Non stupisce che Canova abbia scolpito questa storia in uno dei gruppi più famosi del Neoclassicismo: Amore e Psiche. Il marmo sembra pelle, respiro. Eros non domina Psiche: la sostiene. Psiche non è passiva: partecipa, si solleva, risponde. Canova non scolpisce una conquista:scolpisce un equilibrio.
È un Eros diverso da quello bendato e imprevedibile di Botticelli: qui il desiderio è diventato relazione. Serve a questo punto una precisazione importante: per i Greci “amore” non è una parola unica.
Ἔρως (éros) è desiderio, tensione, attrazione, è slancio verso ciò che manca, energia che mette in moto.
Φιλία (philia) è un’altra cosa: è l’amore che nasce dalla relazione, dal tempo condiviso, dalla fiducia; è amicizia, alleanza, legame. È ciò che regge una città, una comunità, una classe: la philia è l’idea che il legame sia una virtù sociale. Quando i Greci parlano della polis, parlano anche di questo: senza philia non c’è convivenza.
Στοργή (storgé) è l’affetto familiare, l’amore che non scegli ma che ti forma, la cura naturale, il legame tra genitori e figli, tra fratelli, tra chi appartiene alla stessa casa.
Infine c’è ἀγάπη (agápe), che nel greco classico può indicare un amore di predilezione, di stima. Nella tradizione cristiana, diventerà la parola centrale per indicare l’amore come dono. È un amore che non chiede immediatamente di essere ricambiato: è un gesto.
Per riassumere: Eros è la scintilla; Philia è il legame; Storgé è la radice; Agápe è la scelta.
Oggi Eros è dappertutto e allo stesso tempo è spesso frainteso: nei social, per esempio, desiderio e immagine si intrecciano continuamente; desideriamo ciò che vediamo, e vediamo ciò che desideriamo. Eros diventa algoritmo: mostra ciò che ci accende, ci spinge a restare. È un Eros bendato, come quello di Botticelli: colpisce,ma non sempre sa dove sta colpendo.
Allo stesso tempo, Eros è anche ciò che ci salva dall’apatia: la passione per un progetto, per una persona, per una causa, ildesiderio che ci fa imparare una lingua, partire, cambiare vita, ricominciare. È la forza che ci rende inquieti e quindi vivi.
Eros è la parola perfetta per chiudere questa prima parte del percorso sui miti fondativi: esso è l’energia che attraversa tutte le altre parole, è una forza cosmica.
Se il mito ci sta a cuore, è proprio per questo: non perché parla del passato, ma perché mette in scena ciò che ci muove ancora adesso. Eros chiude questa prima sezione perché è il punto in cui capiamo che i miti sono mappe interiori, che ci possono aiutare a capire meglio chi siamo e qual è il nostro scopo nel mondo.
(Autrice: Giulia Zandonadi)
(Foto e video: Mihaela Condurache)
(Articolo, foto e video di proprietà Dplay Srl)
#Qdpnews.it riproduzione riservata








