Intervista al Questore Simone. “Rimpatri, zona rossa, “modello Treviso”: così è cambiato il controllo del territorio”

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Due anni segnati da “un cambio di passo nei controlli sul territorio, dalle espulsioni con accompagnamento alla frontiera, dalla zona rossa e da una collaborazione sempre più stretta tra tutte le forze dell’ordine. Ma anche da un fenomeno che, soprattutto negli ultimi mesi, ha preoccupato Treviso: quello di una parte di giovanissimi protagonisti di episodi di violenza e illegalità e che ha visto il suo apice con l’omicidio di Francesco Favaretto”. Alessandra Simone lascia la Questura di Treviso e, con il pensionamento, chiude una lunga carriera nella Polizia di Stato.

Intervista al Questore di Treviso Alessandra Simone

Il risultato, in questi due anni nella Marca, di cui va più orgogliosa è aver “completamente stravolto il sistema di prevenzione e controllo del territorio”, rendendo i controlli più incisivi, pressanti e capillari e affiancando alla prevenzione una risposta immediata quando necessario, soprattutto in una città come Treviso, capitale di una Marca “gioiosa et amorosa” di certo non abituata a scene di violenza che stanno interessando tutte le città italiane. Un’impostazione che in questi due anni si è tradotta anche in numerosi provvedimenti di allontanamento ed espulsione, codici rossi, daspo urbani, denunce e provvedimenti di chiusure temporanee di attività commerciali. Senza dimenticare poi il maxi sequestro di 150 chili di droga eseguito dalla Squadra Mobile di Treviso nell’aprile del 2026.

Parte della droga sequestrata dalla Mobile trevigiana

I suoi due anni alla guida della Questura trevigiana sono stati anche segnati dalla zona rossa, che Simone considera uno strumento utile per intervenire rapidamente nei confronti di chi crea problemi e ha precedenti penali o di polizia. Prima di lasciare Treviso, Alessandra Simone ripercorre infine anche la sua lunga storia nella Polizia di Stato. E tra tanti anni di servizio individua senza esitazioni la notte che non dimenticherà mai: quella della liberazione di Alessandra Sgarella, e quella telefonata ricevuta alle tre del mattino.

Dottoressa Simone, lascia Treviso e conclude la sua carriera nella Polizia di Stato. Qual è il risultato sul fronte della sicurezza di cui va più orgogliosa?

“Sul fronte della sicurezza il risultato è stato quello di aver completamente stravolto il sistema di prevenzione e controllo del territorio, facendo in modo che i controlli fossero più incisivi e pressanti e che la loro capillarità ci consentisse di essere sempre presenti sul territorio. Quando non è stato possibile agire sul fronte della prevenzione, siamo intervenuti con una repressione immediata, proprio grazie a questo sistema capillare di prevenzione e controllo”.

Qual è invece il momento della sua lunga carriera in Polizia che ricorderà per sempre?

“Il sequestro Sgarella, (rapita dalla ‘Ndrangheta nel 1997 ndr) quando ero al Commissariato di Gioia Tauro. Ricordo il momento in cui, alle tre di notte, il direttore del Servizio centrale operativo, che si trovava in Calabria,  mi chiamò dicendomi: “Presto, vestiti perché bisogna andare nella provinciale ionica di Reggio Calabria: è stata liberata Alessandra Sgarella”. Quella fu una notte particolare”.

Un momento della festa della Polizia di quest’anno

Torniamo a Treviso, dove negli ultimi mesi il tema dei giovani è tornato più volte al centro della cronaca. Cosa possono fare concretamente famiglie, istituzioni e forze dell’ordine per evitare che una parte dei ragazzi imbocchi una strada sbagliata?

“Credo che le famiglie abbiano un ruolo fondamentale. I ragazzi, i giovani, hanno bisogno di punti di riferimento, hanno bisogno di essere ascoltati e considerati, perché a volte è proprio la mancanza di ascolto e di considerazione all’interno della famiglia che fa sì che escano e abbiano atteggiamenti sconsiderati per attirare l’attenzione”.

Un momento del saluto alla città del Questore avvenuto ieri

In questi due anni abbiamo visto numerosi allontanamenti ed espulsioni. Che cosa hanno rappresentato questi provvedimenti per Treviso?

“L’Ufficio Immigrazione, che ringrazio, ha fatto un grandissimo lavoro in questo senso, con espulsioni efficaci perché coordinate con gli accompagnamenti alla frontiera dei soggetti indesiderati sul nostro territorio perché delinquono e non si adeguano alle regole e alle leggi italiane. Treviso è una città con un alto numero di stranieri, anche regolari, che arrivano, offrono il proprio contributo lavorativo e si inseriscono perfettamente nella città e nella provincia rispettando le regole. Coloro che invece approfittano della presenza dei connazionali e arrivano con brutte intenzioni non devono rimanere sul territorio accumulando precedenti penali o di polizia, ma devono essere presi, accompagnati alla frontiera e rimpatriati. Questo è sicuramente il metodo più efficace ed è quello che abbiamo adottato in maniera massiccia in questi due anni”.

Durante il suo mandato, la zona rossa di Treviso è stata uno dei provvedimenti più incisivi sul fronte della sicurezza. A distanza di mesi dalla sua introduzione, quale bilancio fa?

“La zona rossa serve perché ci dà la possibilità di emettere provvedimenti di allontanamento nei confronti di chi crea problemi e ha precedenti penali o di polizia in maniera molto più snella e agevole rispetto agli altri provvedimenti di prevenzione, che già per loro natura hanno una certa celerità. Questi sono immediati e fanno sì che il soggetto venga allontanato e non possa più rientrare proprio nella zona dove crea maggiore disordine sociale e confusione. Dal mio punto di vista, per la snellezza del provvedimento di prevenzione che accompagna questi allontanamenti, sono uno strumento utile”.

Una volante della Polizia di Stato in centro a Treviso

Si è parlato spesso di un “modello Treviso”, fondato sulla collaborazione tra Prefettura, Questura e tutte le forze dell’ordine: è un modello che può essere esportato anche in altre città?

“Certamente, perché in questo momento storico la collaborazione e la sinergia tra le forze dell’ordine sono indispensabili. Senza quella non si va da nessuna parte. Oggi ci sono piazze in fermento, crisi internazionali e interne, problematiche legate anche all’intemperanza giovanile. Questi fenomeni devono essere affrontati con la coesione delle forze dell’ordine. In questa città abbiamo operato congiuntamente, in sinergia e con l’obiettivo di aiutarci gli uni con gli altri. E in questa sinergia anche la Polizia locale ha fatto la sua parte”.

Ha trascorso moltissimi anni nella Polizia di Stato fino a diventare questore, e ha più volte sottolineato come il ruolo del poliziotto sia cambiato nel tempo. Quale consiglio si sente di dare ai giovani funzionari e agli agenti che iniziano oggi la loro carriera?

“Auguro loro innanzitutto un grande in bocca al lupo, perché forse oggi è anche più difficile iniziare questa carriera. Quando l’ho iniziata io c’era un rispetto delle istituzioni e del poliziotto per strada. Oggi, avendo soprattutto i giovani perso alcuni punti di riferimento, a volte non hanno rispetto per nessuno: per gli insegnanti, per i poliziotti, per coloro che esercitano un’autorità. Abbiamo il dovere di recuperarli e quindi di far comprendere loro, con autorevolezza, che stanno sbagliando”.

(Autore: Simone Masetto)
(Foto e video: Simone Masetto)
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