La caserma “Cadorin” ha aperto le porte in occasione della commemorazione dell’80°anniversario del campo di concentramento di “Monigo”

Oggi, sabato 2 luglio, la caserma Cadorin di Treviso, Esercito Italiano 33° Reggimento EW Battaglione Falzarego, ha aperto le porte in occasione della commemorazione dell’80° anniversario del campo di concentramento di “Monigo”.

Durante la mattinata, è avvenuta la conferenza all’interno del campo in cui il Comandante del 33° reggimento EW, Colonnello Ettore Pontiroli e la professoressa, dottore di ricerca in storia Francesca Meneghetti hanno raccontato la storia della caserma.

Il 1° luglio del 1942 venne aperto il campo, istituendolo all’interno della struttura militare, per richiudere civili sloveni e croati, reprimendo così la resistenza sviluppatasi dopo l’occupazione italiana di territori ex jugoslavi avvenuta nell’aprile dello stesso anno. Si trattava di un campo di Internamento Civile Parallelo poiché, rispetto ai lager nazisti, gli internati potevano godere di minime libertà. Nel 1944 divenne un campo per prigionieri di guerra e, con la conclusione dello scontro, la caserma si trasformò in campo per rifugiati (circa 20 mila da maggio ad agosto 1945) gestito dal Governo Militare alleato.

Le condizioni dei prigionieri erano terribili: camerate fredde, senza riscaldamento e una dieta carente di grassi, proteine e vitamine. Oltretutto i finanziamenti per provvedere ai prigionieri, con l’alta inflazione, avevano perso valore e, così facendo, non si riusciva più ad acquistare abbastanza alimenti per tutti. Pertanto, chi aveva un aiuto esterno riusciva a sopravvivere, mentre gli altri (soprattutto donne e bambini) morivano frequentemente di denutrizione, malattie e freddo sia nel campo che in ospedale.

Non bisogna tralasciare, inoltre, la condizione psicologica dei detenuti. Depressione, inedia, nostalgia, solitudine che, però, non li scoraggia. Organizzano infatti un canto coro, tornei di scacchi e la redazione di un giornale del campo. Le vittime furono circa 200 fra cui 53 erano bambini sotto i 10 anni mentre il tasso di mortalità infantile fu quasi del 300 per mille.

Molte le storie presenti di quel periodo tra cui quella di Romana Ban, la prima bambina, di 45, nata in prigionia a Treviso. Il 12 luglio 1942 a Podhum avvenne un eccidio con 120 morti, 320 case distrutte e 889 deportati tra cui una mamma e vedova, Stefania di 27 anni. Lei, arrivata a Treviso partorì e così nacque la prima bambina del campo. Purtroppo, quest’ultima, morì poco dopo, il 23 aprile 1943.

Una storia a lieto fine, invece, quella di Tone e Devana. Due ragazzi che si incontrarono nel campo nel luglio del 1942 e si innamorarono. Quando Tone viene deportato a Monigo, iniziarono le lettere e le foto. Tutto questo materiale contribuì a chiarire il grande mistero di quel campo di concentramento attivo a Treviso e i due, il 9 novembre 2019, si rincontrarono proprio alle porte della caserma.

Conclusa la conferenza, è iniziata la visita guidata e, infine, sono state commemorate le due targhe, poste sul muro esterno della caserma il 9 novembre 2019, in ricordo del periodo tra luglio 1942 e settembre 1943.

“Il campo di concentramento, che ha aperto 80 anni fa, parla della condizione del deportato – afferma il presidente dell’ Istresco Amerigo Manesso – e va sottolineato il fatto che, quelli che sono stati internati erano i più fragili: donne e bambini. Episodi che pensavamo rimanessero legati alla memoria dell’900 e invece sono ritornati con grande dolore in questi mesi. Auspico che l’anniversario odierno non sia solo una commemorazione, ma che rappresenti un’occasione per rafforzare convinzioni e pratiche autenticamente democratiche alle quali l’Europa odierna non può assolutamente abdicare”.  

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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