Vittorio Veneto, il primario di terapia intensiva del Covid Hospital: “Tre quarti dei nostri pazienti non sono vaccinati. Alcuni hanno un approccio talebano”

Rifiutano le cure perché si ritengono più forti del Covid o perché pensano che l’epidemia sia inventata e vogliono le terapie domiciliari. Ma sono ancora tanti a ricorrere ai reparti di terapia intensiva in condizioni gravi, talvolta gravissime.

Nel reparto di rianimazione dell’ospedale di Vittorio Veneto, da quando è scoppiata la quarta ondata, i ricoveri sono stati 38: due pazienti hanno rifiutato di essere intubati e uno di loro è morto.

“Il nostro compito è curare tutti in tempo perché la situazione non diventi troppo complicata – spiega il primario Alberto Grassetto -. Facciamo tutti gli sforzi possibili per informare ma il problema, oggi, è che il 30% delle persone crede che i vaccini siano sperimentali e il 6% crede che il Covid non esiste. Questo dice il Censis. Quando giriamo nei reparti spieghiamo quello che sta succedendo e dopo alcuni giorni riusciamo a instaurare un rapporto di fiducia fra medico e paziente. Alcuni si convincono, si fidano di noi. Altri purtroppo no”.

La terapia intensiva Covid di Vittorio Veneto era stata chiusa nel maggio 2021 ed è stata riaperta a settembre. Ora i posti letto sono 12. Durante la seconda e terza ondata i pazienti erano stati complessivamente 120, con una mortalità del 40% (era un virus molto violento e non c’erano i vaccini). Con la quarta ondata i ricoveri sono stati fino ad ora 38, con una media d’età più bassa dell’ondata precedente ma anche con una mortalità inferiore, sotto il 20%.

Tre quarti dei pazienti non sono vaccinati, uno solo aveva fatto le tre dosi di vaccino – continua il primario -. Alcuni pazienti potevano essere salvati, non ci hanno permesso di intervenire con rapidità. Sono arroccati su teorie complottiste, hanno un approccio talebano. Questo mina il rapporto fra medico e paziente. Le energie che vengono impiegate per confutare le fake news sono superiori a quelle che servono per inventarle”.

Ma chi rifiuta le terapie non viene mai abbandonato: i medici sono lì per salvare vite, coinvolgendo altri professionisti e le famiglie.

C’è chi pensa che ce la può fare da solo, dà un giudizio soggettivo sulla malattia – racconta Grassetto -. Chi ha paura dell’intubazione. Chi ci spiega come dovremmo curare le persone. Chi rifiuta categoricamente. È vero che l’intubazione ha un impatto notevole sull’organismo, ma quando decidiamo che un paziente deve andare in terapia intensiva è perché riteniamo, alla luce delle evidenze e del suo stato fisico, che abbia delle chance di uscire”.

(Foto: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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