Farra di Soligo, ieri il 75° anniversario della strage nazifascista di Soligo e Monchera, furono otto le vittime

I sette prigionieri vennero legati dietro ad un camion e trascinati verso Farra per circa 300 metri, fino alla recinzione di villa Toffoli. Qui, esattamente dove oggi sorge il monumento ai caduti, vennero fucilati e poi finiti a colpi di pugnale. Uno dei sette avrebbe tentato di fuggire oltre la siepe, ma venne raggiunto e ucciso. Alla scarica dirompente dei fucili i prigionieri caddero insieme come fantocci. Le vittime erano talmente sfigurate e martoriate che ai parenti non fu nemmeno concesso di vederle. 

(tratto dal libro di Daniele Ceschin, “La lunga estate del 1944: civili e partigiani a Farra di Soligo e nel Quartier del Piave”, Istresco, 2006).

Ricordare è un dovere civico, un gesto di riconoscenza per chi non c’è più, sempre. È quanto ha fatto ieri mattina, domenica 1° settembre 2019, la comunità di Farra di Soligo nel 75° anniversario della strage nazifascista in cui furono barbaramente uccisi sei cittadini farresi e due pievigini.

Le vittime furono i solighesi Giuseppe Bonaventura (53 anni), Ruggero Camilotto (46 anni), Vigilio Nardi (47 anni), Paride Pecoretti (32 anni), Giuseppe Tomasi (44 anni), Pietro Simoni di Monchera e i fratelli Giovanni e Olivo Ricoldo (32 e 40 anni), residenti a Pieve di Soligo.

Bonaventura, Camilotto, Pecoretti e Tomasi erano dipendenti di villa Brandolini, i fratelli Ricoldo furono arrestati nei pressi del medesimo edificio, Nardi fu prelevato mentre tentava di salvare una mucca, Simoni fu ucciso a bruciapelo a Monchera, all’altezza delle case Girardi. Secondo alcuni testimoni dell’epoca l’evidente “accanimento” verso i dipendenti dei Brandolini non fu una casualità. Il conte, infatti, era uno dei principali intermediari tra la popolazione di Farra e il noto partigiano Toni Adami, fondatore della brigata Garibaldi “Mazzini” con il comandante “Amedeo”.

Contemporaneamente alla brutale esecuzione degli otto civili, avvenuta alle 11 del mattino, i nazifascisti diedero alle fiamme un centinaio di case e stalle in piazza Gregorio Nardi e nelle vie Cao de Villa, Furlan, Marconi, Muratori, Ospedale e Tempietto. Risultato? Nella sola Soligo furono danneggiate 92 abitazioni, 69 delle quali risultarono completamente distrutte.



Per la drammaticità degli eventi qui accaduti, nel 2008 il Comune di Farra di Soligo fu insignito della medaglia di bronzo al valor civile dal Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano. Un riconoscimento forse tardivo, avvenuto 62 anni dopo i fatti, ma comunque importante affinchè le giovani generazioni, e non solo, possano ricordare sempre gli orrori della seconda guerra mondiale.

Commosso l’intervento del sindaco Mattia Perencin, presente alla cerimonia di ieri insieme a tanti cittadini, al parroco don Brunone e ai rappresentanti delle associazioni del territorio: “Quel tragico giorno mio nonno, con un gruppo di ragazzi della sua età, vide i nazifascisti incendiare le case di Soligo da San Gallo. Un ricordo drammatico che mi ha spesso raccontato con grande tristezza. Un ricordo difficile da dimenticare che ha segnato la nostra comunità e che questa amministrazione continuerà a celebrare, come è sempre stato fatto in passato”.

Un aspetto è di fondamentale importanza per capire questi tragici fatti: questa violenta rappresaglia nazista, guidata e attuata anche da fascisti locali, deve essere analizzata sulla base di un progetto militare ben più ampio. Fu un’azione militare studiata nei dettagli che avvenne allo stesso modo in tutto il centro-nord Italia: basti pensare alle ancor più brutali stragi di Bassano del Grappa, Marzabotto e Sant’Anna di Stazzema; per citarne soltanto alcune.

Il rastrellamento di Pieve e poi di Soligo, infatti, miravano ad indebolire i partigiani della brigata “Mazzini” colpendo i civili del Quartier del Piave, della Vallata del Soligo e del Vittoriese. L’obiettivo era eliminare ogni legame tra i partigiani e la popolazione creando un clima di terrore, che, inevitabilmente, avrebbe portato i civili ad essere più diffidenti nei confronti dei resistenti, che durante la “bella estate” 1944 erano riusciti a creare delle zone libere da loro amministrate.

Un clima di violenza e di paura che fu necessario ai tedeschi per liberare dalla presenza partigiana un territorio fondamentale per un’eventuale loro ritirata verso Belluno e Tarvisio.

Una micro storia, quella di Soligo, che si inserisce perfettamente nella macro storia della guerra civile italiana in uno strategico territorio di confine tra la Repubblica di Salò e le due zone di occupazione militare tedesca (l’area alpina e il litorale adriatico). Una micro storia tragica che dopo 75 anni è più viva che mai.

(Fonte: Luca Nardi © Qdpnews.it).
(Foto e video: Qdpnews.it © Riproduzione riservata).
*Foto storiche per gentile concessione di Luigino Bottega e Daniele Ceschin

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