Novembre 1917, l’invasione austro-ungarica e tedesca della Sinistra Piave: “Sono stati accolti come la peste ed il terremoto”

24 ottobre 1917, Caporetto: una disfatta militare annunciata ma, soprattutto, una catastrofe umana per oltre 600 mila civili di Friuli e Veneto. Un terribile ricordo sul quale si è voluto voltare pagina per molte ragioni, prima tra tutte quelle politiche.

Quel 24 ottobre segnò la “condanna a morte” della Sinistra Piave perché, dopo il 10 novembre 1917, quando fu fatto saltare l’ultimo ponte a Vidor, l’Alta Marca Trevigiana divenne zona d’occupazione ed il Governo italiano chiamò i nostri antenati “gli abitanti delle terre invase dal nemico”, in altre parole “collaboratori del nemico”. Fu invece l’inizio della violenta occupazione austro-ungarica e tedesca, erano diventati un bottino di guerra dei vincitori, liberi di sfogarsi dopo anni di patimenti tra Carso ed Isonzo.

Il fronte dopo Caporetto

Il 10 novembre 1917 i nuovi occupanti invadono Valdobbiadene. A raccontare quei momenti è la trentenne Caterina Arrigoni, nobildonna locale: “Verso le 14 la truppa dilaga per il paese e per i borghi e si dà a scassinare i negozi e tutte le case abbandonate, senza eccezione. Delle diciotto galline rimangono mucchi di penne e mi porta i sei coniglietti che rimangono (di trentaquattro!). Intanto i bosniaci scendono allegramente dal granaio con grandi ceste di frutta e le lunghe file di uva dorata appese al collo e divorano l’una e l’altra in mezzo a grandi schiamazzi. La nostra provvista per l’inverno di grano, farine, patate e fagiuoli è già scomparsa. La cantina è svuotata, beve chi vuole e quanto vuole con quanto sperpero di vino! Per riempire senza imbuto una bottiglia, ne spargono tre sul pavimento. E quest’inverno?”.

Nei giorni seguenti la propaganda austro-tedesca diffonde notizie false a Berlino e Vienna attraverso un nuovo giornale. Nel suo diario, il 2 dicembre 1917, Arrigoni scrive: “La Gazzetta del Veneto scrive in questi giorni che l’invasore è accolto nel Veneto con sentimenti amichevoli, che i vecchi vanno loro incontro con grandi recipienti di vino ed amano ricordare che sono nati sotto l’Austria. Che offrano il vino lo credo ma lo fanno con la speranza di non avere invase e saccheggiate, almeno momentaneamente, la casa e la cantina. L’affermazione che gli invasori siano stati accolti amichevolmente supera ogni immaginazione. Sono stati accolti supinamente, rassegnatamente come un flagello da cui donne, bambini e vecchi non possono salvarsi, così come di accoglie amichevolmente la gragnola delle bombe, la peste ed il terremoto”.

Nel dicembre 1917 avviene lo sgombero forzato dei paesi rivieraschi del Piave. I residenti in quella zona, costretti a diventare profughi tra la Vallata del Soligo, il Vittoriese ed il Friuli, subirono l’ultima offesa poco prima della dolorosa partenza: tutti i campanili furono privati delle campane. Servivano per realizzare nuovi pezzi d’artiglieria. La sottomissione di un popolo può avvenire vari modi. Fermare il tempo è il più efficace: si elimina ogni riferimento con il felice passato, si distruggere ogni speranza futura, si causa disorientamento. L’incubo todesco era tornato con una prepotenza ed un desiderio di vendetta mai visti prima d’ora.

Occupazione a Valdobbiadene

Ecco perché, come racconta sempre Caterina Arrigoni: “I popolani si lasciarono spogliare del bestiame, del grano, della biancheria ma ebbero delle crisi di lacrime nel veder levare le loro campane e si ribellarono quando li obbligarono a spezzarle. Gli austriaci, infatti, ricevettero più imprecazioni e maledizioni per questo delitto che per tutti gli altri consumati in queste province”.

Era l’inizio di una lunga resistenza passiva da cui i nostri antenati uscirono perdenti: troppi i morti per fame (484 solo a Valdobbiadene), troppo grandi le umiliazioni inferte alla gente del Piave, indicibili le sofferenze nel terribile “anno della fame” 1917-1918.

 

 

(Fonte: Luca Nardi © Qdpnews.it).
(Foto: per gentile concessione di Giuliano Adami)
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