Dicembre 1917, gli austriaci fanno sgomberare i paesi lungo il Piave: "Partirete solo per tre giorni"

Profughi

“Chi non ha provato non può immaginare il freddo che si prova in quei momenti: gelare dallo spavento, agghiacciare dalla paura”.

Con queste parole, il 5 dicembre 1917, la valdobbiadenese Caterina Arrigoni descriveva la terribile notizia dello sgombero del suo Comune e, quindi, di tutti gli abitanti per ragioni militari e di sicurezza. Un’improvvisa novità, visto che i comandi tedesco ed austro-ungarico, giunti nella Sinistra Piave un mese prima, avevano sempre rincuorato i residenti che questo territorio non destava il loro interesse e che non sarebbe stata necessario un allontanamento forzato dei civili.

Non era affatto così. Infatti, non solo gli Italiani resistettero al nemico sul Piave ed arrestarono la sua rapida avanzata, ma soprattutto gli austro-ungarici erano molto interessati al controllo di questo territorio, perché decisiva “via di fuga” verso il Bellunese e, quindi, l’Austria. Non a caso, nel febbraio 1918 iniziarono i rapidissimi lavori al Passo San Boldo e, contemporaneamente, le Prealpi e le colline a valle di esse furono protette da innumerevoli pezzi d’artiglieria.

“Partire per tre giorni, poi tutti tornare a casa,  portare solo piccolo fagotto”, dissero i soldati invasori il 5 dicembre 1917 ai profughi valdobbiadenesi in partenza. “Corre voce in paese che non si possa portar con sé più di un chilogrammo per persona – scrive ancora nel suo diario l’Arrigoni - perché al vitto penserà il Comando e tutto ciò che è in più sarà sequestrato”..

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Iniziava con questa falsa promessa, una bugia mai perdonata, l’anno della fame nelle terre invase di Veneto e Friuli. Una fuga in apparenza momentanea che, di li a breve, si trasformerà in un’odissea per tanti civili dell’Alto Trevigiano.

 “Durante il tragitto la nostra tristezza è aumentata. Prima nel vedere quasi tutte le case sventrate (una incolume su 10), un incendio nei pressi di San Gregorio e l’esodo dei nostri cari compaesani che, carichi di masserizie a mano e trascinanti un innumerevole stuolo di bambini, procedono ansanti, trafelati e piangenti. Rarissimi coloro che usano un asinello o una mucca per trascinare tutto il loro avere”.

Tra le righe di questo dettagliato e prezioso diario di profugato c’è spazio anche per il già forte odio verso l’invasore, il Todesco ritornato dopo solo cinquant’anni di libertà: “Durante la fermata a Follina è distribuito un rancio ai profughi e, nel momento culminante, alcuni ufficiali si avvicinano al gruppo dove ci sono i bambini. Gentilmente offrono loro il brodo, reggendo le tazze; altri, con delle carezze, si portano in braccio i più piccini mentre un altro ufficiale li fotografa. Scattata la fotografia, li restituiscono bruscamente ai rispettivi parenti e se ne vanno ridendo. Mi sembra già di sentire il commento dei giornali tedeschi, in cui si parlerà della gentilezza squisita e della generosità degna dei nobili ufficiali”.

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Nelle ore seguenti i profughi di Segusino, Valdobbiadene e del basso Bellunese sono destinati alla Vallata del Soligo e al Vittoriese: paesi agricoli, poveri, impreparati ad ospitate migliaia di profughi del Piave.  Le conseguenze di questi imprevedibili eventi furono drammatiche. A narrarcele, ancora una volta, è la testimone oculare Caterina Arrigoni, che li descrive nei primi quindici giorni del 1917: “Mi si riferisce che, presso Cison, i poveri sanvitesi fossero da più di 24 ore in un prato, senza fuoco e senza cibo, e parecchi piccini soccombettero nel corso della prima nottata. Anche chi fu mandato a verificare le condizioni dei profughi di Vas e Segusino ritornò impressionato dalla loro spaventevole condizione, dalla fame che soffrono, perché nessuno si cura di alimentarli, e dall’incuria assoluta nella quale si trovano”.

“Quasi non bastasse il viaggio disastroso sotto il tiro delle granate – racconta ancora Arrigoni il 17 dicembre 1917 - i valdobbiadenesi da Follina furono mandati a Revine, da Revine a Serravalle, da Serravalle nuovamente a Revine e, finalmente, a Cappella Maggiore; in mezzo al fango, sotto la pioggia, intizziti dal freddo. In tutti questi giorni molte famigliole si accasarono qua e là, dove era loro offerta benevola ospitalità, per cui moltissimi sono sparpagliati in diversi villaggi”.

Un’odissea causata dall’immediato cambio di strategia dei comandi occupanti dopo Caporetto: dalla guerra di movimento e di rapida conquista alla guerra della fame e del logoramento nelle trincee del Piave. Un presuntuoso, quanto imprevisto, errore militare che segnò inesorabilmente il destino di migliaia di profughi ma anche degli stessi soldati, condannati a morire tra malattie infettive ed assalti all’ultimo colpo di baionetta, in assenza di beni di prima necessità.

(Fonte: Luca Nardi © Qdpnews.it).
(Foto: per gentile concessione di Luca Nardi e Giuliano Adami)
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