Pronto soccorso di Montebelluna, i protagonisti della “linea del fronte” nella guerra contro il Covid-19



Siamo entrati all’interno del pronto soccorso dell’ospedale San Valentino di Montebelluna, laddove i pazienti sospetti di aver contratto il coronavirus facevano il loro ingresso nella struttura sanitaria.

Una prima linea, una “linea del fronte” in sostanza, dove soccorritori del Suem, medici, infermieri e operatori sanitari hanno conosciuto primi fra tutti le conseguenze di quella che sarebbe poi diventata una pandemia mondiale. Nonostante tutto, all’ospedale di Montebelluna sono stati pochi gli operatori contagiati dal virus e tutti nelle primissime fasi della manifestazione del virus.

Una macchina che ha funzionato alla perfezione, guidata dal primario il dottor Maurizio Sacher, montebellunese, coadiuvato dalla viceprimario Catia Morellato. Ad accompagnarci in questo viaggio all’interno del reparto Covid del pronto soccorso, anche la facente funzioni Marta Favaro della capo sala Monica Bronca, l’infermiere professionale Claudio Quagliotto e l’autista soccorritore e Oss, Dino Gazzola.

Nelle video interviste (realizzate grazie alla preziosa collaborazione di un altro autista Suem, Remo Brugnera) vediamo il percorso che i pazienti sospetti Covid percorrevano all’interno del pronto soccorso prima di essere destinati all’apposita area realizzata nel reparto di Medicina.

Nella prima fase il paziente Covid veniva accolto nella tenda allestita esternamente dalla Protezione civile, successivamente nell’area di pre-triage del pronto soccorso, dove veniva rilevata la temperatura corporea.

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Nel caso di sospetto Covid il paziente veniva indirizzato nelle aree di isolamento, le cosiddette aree rosse. Qui erano e sono presenti i dispositivi per le varie procedure sui pazienti, quindi prelievi, elettrocardiogrammi, monitoraggio e dispositivi di protezione, come visiere, camici e maschere filtranti e tutto il necessario per la sanificazione delle attrezzature quando si terminava la visita del paziente.

L’esperienza di questi tre mesi - commenta il primario, dottor Maurizio Sacher - ci ha insegnato che al nostro lavoro, per sua natura adattabile, doveva essere espansa la nostra capacità di isolare i pazienti, osservandone più contemporaneamente in attesa del chiarimento se fossero infetti o meno, o se avessero problematiche di qualche tipo che necessitavano di successivi trattamenti. In realtà questo è stato previsto in parte nella progettazione del pronto soccorso. Al suo interno esiste una porta metallica che finora non abbiamo mai avuto bisogno di aprire e di utilizzare. I programmi di sviluppo del pronto soccorso, per i prossimi mesi, sono quelli di aumentare la capacità recettiva, adattando alla gestione dei pazienti anche l’area aldilà di questa porta metallica, spostando addirittura anche alcuni magazzini al di fuori del pronto soccorso per avere ancora ambulatori oltre quelli che sono già operativi comunemente”.

E’ stato un lavoro importante - spiega la dottoressa Catia Morellato, viceprimaria -, un lavoro di team. Il nostro è normalmente un lavoro di squadra e sono convinta, e lo dico anche a nome degli infermieri, che è uno dei lavori più belli del mondo. Abbiamo la possibilità di aiutare le persone e in questo periodo è stato importante saperlo fare non solo dal punto di vista pratico, cioè utilizzando in maniera adeguata le varie indicazioni che ci venivano fornite dalla direzione, dal nostro primario, ma anche sotto il profilo della valutazione della persona. Perché chi era ricoverato non poteva comunicare con i suoi cari, quindi eravamo anche un trait-d’union tra i pazienti che stavano male e temevano anche di morire e i famigliari che erano fuori e non sapevano più niente delle condizioni dei propri congiunti”.

Nella seconda parte del videoservizio le testimonianze degli operatori sanitari che in questi mesi hanno lavorato spesso senza sosta per far fronte all’emergenza sanitaria.


(Fonte: Flavio Giuliano © Qdpnews.it).
(Video: Qdpnews.it © Riproduzione riservata).
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