Dalle piantagioni veronesi di tabacco Kentucky, di padre in figlio, l’ingrediente segreto del sigaro orsaghese

  • Orsago
  • - 20 Settembre 2020

Chi fuma lo sa, dietro al tabacco si apre un mondo, e chi apprezza i sigari ne riconosce uno di qualità a colpo d’occhio: è su questo target di clientela che si basa l’impegno di Andrea Casagrande e Philip Pietrella, amministratore delegato e direttore marketing del Moderno Opificio del Sigaro Italiano.

Seguendo la curiosità suscitata dal primo approccio al sigaro Ambasciatore Italico (qui l'articolo), Qdpnews.it è stato invitato a testare con mano cosa significa gestire una piantagione di tabacco.

Il sigarificio di Orsago coltiva da cinque anni il proprio tabacco a Verona, più precisamente a Pilastro di Bonavigo, dove le condizioni climatiche e ambientali sono tra le favorite dell’intero stivale, seconde soltanto alla fascia tiberina.

È qui, che tra grandi essiccatoi in pietra e infinite distese di coltivazione ci avviciniamo alla cultura del tabacco Kentucky, un tabacco particolare, unico nel suo genere, che si distingue da quello caraibico per la sua lavorazione.

La varietà Kentucky infatti risulta essere l’unica a venire essiccata con la modalità a fuoco, ci racconta Giancarlo Guzzo, produttore e coltivatore della tenuta: “È il fuoco che gli dà quel profumo caratteristico”, dice.

Il processo per arrivare a fumare un sigaro fatto e finito però è molto più articolato di quel che sembra e Giancarlo, insieme ad Andrea e Philip del sigarificio orsaghese, sotto il sole veronese ci svelano il perché, partendo dalle origini: “Il seme di tabacco è impercettibile al tatto quindi viene incapsulato e trapiantato in vassoi come succede per le coltivazioni di fragole: viene seminato a fine febbraio ed essendo una pianta molto sensibile va protetta dalle gelate con delle coperture di nylon”.

Quando poi viene trapiantato a terra si aspetta la prima fioritura, che per quanto bella andrà tagliata perché comprometterebbe la qualità delle foglie. Da lì si procede con la prima selezione delle foglie ormai diventate grandi e carnose: si raccolgono le prime 8 dall’alto, quelle che hanno preso più sole, dopo una quindicina di giorni si potrà procedere con le successive.

Qui inizia la fase più delicata, ovvero l’essiccazione e l’amarronamento: il procedimento a fuoco deve essere meticoloso alternando caldo e umidità, altrimenti potrebbe marcire o bruciare un’intera partita.

Le foglie si appendono negli essiccatoi dove grazie al calore, da verdi diventeranno marroni in 4-5 giorni.

La seconda fase consiste in un gioco di umidità: là si asciuga del tutto e poi si restituisce, per mantenere le foglie integre e maneggiabili.

Ora si possono trasportare in laboratorio e analizzare sotto una luce apposita per trovarvi eventuali difetti, facendo così una selezione di 6-7 tipologie di tabacco: dalla fascia più chiara alla più scura, compresi ripieno e fascia.

L’ultimo step prevede la preparazione delle foglie di tabacco nella sede di Benevento, dove si darà forma al sigaro così come lo conosciamo.

II sigaro Ambasciatore Italico è facile da riconoscere perchè ha 3 caratteristiche particolari: è un tabacco scuro curato a fuoco, ha una forma bitroncoconica, che permette di fumarlo anche a metà e per finire ha una sola fascia.

La filiera poi viene seguita a 360 gradi: dalla piantumazione al prodotto finito, l’Italico viene monitorato in ogni suo aspetto con dedizione, parallelamente ai progetti di ricerca e sviluppo: “È una fatica che ripaga: non c’è una vera e propria scuola e non ci si può improvvisare esperti del mestiere: ci si tramanda la tradizione di padre in figlio quindi è la passione il vero motore”.

“Ogni tanto prende fuoco un intero capannone e ci tocca ripartire da zero - confessa Giancarlo - rifare il tetto e buttare parte del lavoro, ma quest’annata pare buona e siamo fiduciosi, cerchiamo di seguire un metodo antico che caratterizza il prodotto in modo eccellente, quindi a fine giornata ogni sforzo è valso la pena”.


(Fonte: Alice Zaccaron © Qdpnews.it).
(Foto e video: Qdpnews.it © riproduzione riservata).
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Orsago, va a fuoco il gazebo nel giardino di casa. I vigili del fuoco circoscrivono in breve l'incendio

  • Orsago
  • - 15 Settembre 2020

A fuoco il gazebo nel giardino di casa, i vigili del fuoco impediscono all'incendio di propagarsi alle abitazioni della borgata di via Montanin.

Le fiamme sono divampate oggi nel primo pomeriggio, poco dopo le 13 nel gazebo, in una vecchia baracca in legno di una abitazione di via Montanin, adibita a ricovero attrezzi, tra cui un trattorino rasaerba e altre suppellettili che sono andate distrutte.

Ad accorgersi gli stessi proprietari che hanno dato l'allarme e chiamato il 115 dei vigili del fuoco. Fortunatamente la casa era a distanza di sicurezza per cui i danni sono stati solo materiali. Tuttavia la densa colonna di fumo che si è levata ha fatto pensare davvero in un primo momento ad un incendio di maggiori proporzioni.

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Sulle cause ovviamente ci sono solo ipotesi, probabilmente un corto circuito, ma lo stabiliranno gli accertamenti che faranno i vigili del fuoco una volta completato il lavoro di spegnimento e smassamento del materiale all'interno.

Sul posto i pompieri sono arrivati con due autopompe, e in pochi minuti hanno circoscritto l'incendio, mentre in via Montanin sono giunti per rendersi conto della situazione anche il sindaco Fabio Collot con l'assessore alla Protezione civile Luigi Michelon, mentre il responsabile della Protezione Civile Achille Andreetta ha provveduto a regolare la viabilità lungo la via Montanin per l'opera di spegnimento in piena sicurezza.


(Fonte: Redazione Qdpnews.it).
(Foto: Facebook).
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Orsago, solidarietà e collaborazione: parole chiave dell'Associazione anziani. "Un grazie ai nostri volontari"

  • Orsago
  • - 27 Agosto 2020

L'Associazione anziani di Orsago, anche durante il periodo di lockdown, ha garantito il trasporto di malati e di disabili ai centri di cura e alle strutture sanitarie. “Se non ce la fai da solo … ti accompagno io” è il nome dell’iniziativa che vede all’attivo una quindicina di volontari. 

Solidarietà e collaborazione, sono le due parole chiave dell’Associazione anziani di Orsago. Solidarietà perché, anche nei momenti più critici del blocco totale, la realtà guidata da presidente Mario Zanchetta non è mai andata in vacanza. Anche se il circolo è rimasto chiuso, sempre attivo è stato il servizio di accompagnamento; collaborazione perché per il futuro ci saranno dei progetti portati avanti insieme all’Associazione anziani di Cordignano, iniziando dalla realizzazione di un calendario comune per il 2021.

Ogni anno i volontari del gruppo orsaghese percorrono 33 mila chilometri ed effettuato 900 viaggi per portare le persone bisognose ad effettuare delle visite mediche o delle terapie.

“Il nostro grande grazie - afferma il presidente Mario Zanchetta - va ai nostri volontari, che non si sono mai fermati, neanche nel periodo più critico dell’emergenza sanitaria. Con i due mezzi dell’associazione, dotati anche di pedana per il sollevamento delle carrozzine, hanno continuato a trasportare le persone bisognose di Orsago e anche di altri paesi come Cordignano, Godega, Sacile, Caneva. Le destinazioni sono le più diverse, fino ad Aviano, Treviso, Padova. Ci sono gli autisti e le signore allo sportello che due giorni alla settimana raccolgono telefonicamente le prenotazioni. A coordinare il tutto è Michele Bonaldo, che si occupa anche delle telefonate urgenti”. 

Ma le attività dell’Associazione non si limitano a questo. In prospettiva futura è in cantiere la realizzazione di un calendario insieme agli amici di Cordignano. “Per il 2021 - continua Zanchetta - faremo insieme il calendario da dare a tutti i soci, sia di Orsago che di Cordignano. Al suo interno saranno scritte le varie attività e feste dei due circoli, così non ci saranno sovrapposizioni. La cosa fondamentale è collaborare insieme”.

Attualmente sono circa 500 i soci dell’Associazione orsaghese e 35 i volontari che operano nei vari ambiti. L’auspicio del presidente e del direttivo è che anche altre attività possano pian piano essere reintrodotte, emergenza sanitaria permettendo.

Tra le novità che si sono tenute prima del diffondersi della pandemia e che hanno riscosso grande successo, c’è stata, ad esempio, la prima festa di fine anno con la presenza di 250 persone.

 

(Fonte: Loris Robassa © Qdpnews.it).
(Foto: Associazione anziani Orsago). 
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Orsago, albero caduto per il maltempo. Michelon ai cittadini: "Più responsabilità, curate il verde"

  • Orsago
  • - 01 Settembre 2020

Erano le 18.30 circa di domenica 30 agosto quando è arrivata all’amministrazione comunale la segnalazione della caduta di un grande albero con conseguente invasione della sede stradale e della pista ciclabile in via Molino ad Orsago.

La strada, per fortuna deserta in quel momento, è rimasta bloccata per quasi un'ora. L’assessore alla Protezione Civile e all’ambiente Luigi Michelon, a seguito di questo episodio, fa appello ai cittadini tutti affinché effettuino la necessaria manutenzione degli arbusti.

“Siamo intervenuti immediatamente - racconta Michelon - La Protezione Civile è stata subito allertata. Il suo presidente Achille Andreetta e un altro volontario con le motoseghe hanno tagliato l’albero e sgomberato la strada. In circa un’ora la viabilità è stata ripristinata. Cadendo, l’albero ha piegato un palo della pubblica illuminazione. Per fortuna i fili del telefono non sono stati toccati, ma solo sfiorati, altrimenti l’intervento sarebbe risultato più complesso e avremmo dovuto chiamare anche i Vigili del Fuoco. Si chiede a tutti una maggior responsabilità, in quanto la sicurezza è sopra ogni cosa. Soprattutto dal momento che i fenomeni temporaleschi, troppo carichi di bombe di calore e di acqua, sono sempre più frequenti. Il verde è bello, ma va effettuata regolare la manutenzione, soprattutto se si trova in prossimità delle arterie stradali”.


(Fonte: Loris Robassa © Qdpnews.it).
(Foto: comune di Orsago).
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Orsago, l'esule giuliano Antonio Bottan si racconta: "Fare memoria per non ricadere negli stessi terribili errori"

  • Orsago
  • - 16 Agosto 2020

Fare memoria per non fare gli stessi errori: è questo l’insegnamento che ci trasmette Antonio Bottan (nella foto) e che riassume la vicenda vissuta con la sua famiglia.

Esule giuliano, nacque a Fiume il 28 ottobre del 1936 da papà Gioacchino, di Orsago, e da mamma Giovanna Delost, natia di Fiume, entrambi lavoratori presso i cantieri navali. Antonio Bottan compirà ad ottobre 84 anni, risiede ad Orsago ed è sposato da 57 anni con Elsa. Dalla loro unione sono nate Cristina e Stefania, entrambe oggi sposate e che gli hanno dato la gioia di essere nonno di tre nipoti maschi.

Per quarant’anni ha lavorato nella scuola, dapprima nel ruolo di insegnante e poi ha ricoperto il ruolo di direttore della scuola professionale di Tezze-Codognè e Cordignano-Codognè. È stato consigliere comunale e vice sindaco. Ha ricoperto il ruolo di consigliere nella Cassa Rurale, oggi Banca della Marca. Circa 22 anni fa ha accettato di presiedere l’università della terza età, che poi è stata trasformata nel Circolo Culturale don Giuseppe Zago. Nel 2000 ha fondato e da allora continua a presiedere il Circolo Artistico Francesco Pollesel. Ama dipingere, legge molto ed è appassionato di film.

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Antonio racconta quelle pagine di vita personale, che racchiudono la storia di tante persone italiane, costrette a lasciare tutto e a scappare.

“Fiume era una città bellissima, allegra, piena di vita, ricca di attività, di industrie, con edilizia e aspetto curato. Lì vissi bene la prima infanzia, fino alla prima elementare. Poi scoppiò la guerra e i miei genitori mi portarono a Orsago, dai nonni paterni. Dopo diversi mesi vennero a trovarmi e si convinsero di riportarmi con loro a Fiume, che in quel momento era sotto l’occupazione tedesca. Passavo il mio tempo prevalentemente nei rifugi antiaerei scavati nelle vicine rocce carsiche.

Alla fine della guerra i tedeschi si ritirarono e la città fu conquistata dai partigiani di Tito. Non dimenticherò mai le prime luci dell’alba del 3 maggio 1945: un’orda selvaggia scese dalle montagne. Ogni famiglia si chiuse in casa, con i balconi chiusi, per manifestare disagio, disapprovazione e, soprattutto, paura. Affinché possiate capire la situazione di allora, cosa è successo in Istria alla fine della Seconda guerra mondiale, vi chiedo di richiamare alla memoria la guerra in Jugoslavia, dopo la morte di Tito, attorno al 1990, tra kossovari, serbi, montenegrini e croati e moltiplicate per un numero indefinito ciò che avete sentito. Le brutalità superarono di gran lunga quelle dei nazisti: uccisioni, violenza, stupri e deportazioni si moltiplicarono. La paura aumentava, specialmente di fronte al fatto che molte persone sparivano.

I miei genitori, come tutti, cercarono di capire, di informarsi, ma la risposta era sempre la stessa: “Sono venuti degli slavi, quelli con il berretto con la stella rossa, hanno caricato sul camion una, due persone o una intera famiglia e li hanno portati fuori città. E poi non si seppe più nulla”.

Dopo l’esecuzione sommaria, anche direttamente per le strade, di coloro che erano considerati in odore di fascismo o di collaborazionismo, incominciavano a sparire gli italiani: le loro case e i loro beni depredati, le case poi occupate da dirigenti del partito o semplicemente da slavi che Tito faceva confluire in massa in città per diluire, cancellare la italianità.

Molti anni dopo si incominciò a parlare di foibe e allora capii dove erano finiti molti italiani. La paura nel frattempo cresceva, soprattutto di fronte alle frequenti sparizioni di italiani. Cresceva anche la convinzione che per gli italiani, a Fiume come in Istria, non c’era futuro. Molti incominciavano a scappare, prima furtivamente, poi in massa, dando luogo a quell’esodo forzato da Tito stesso, con le tremende sue disposizioni per cui prima dovevi lasciare tutto ciò che possedevi, compresi i beni personali (denaro, oro, gioielli).

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I miei genitori furono tra i primi a partire da Fiume e qui prende avvio l’avventura, per un ragazzo di nove anni, che non dimenticherò mai.

Una sera di fine maggio mamma mi mise addosso due vestiti, e così fece lei, prese una sporta, vi mise dentro una coperta e qualcosa da mangiare e ci incamminammo verso nord. Uscimmo da Fiume e ci dirigemmo verso Trieste. Camminammo tutta la notte, alle prime luci dell’alba approfittammo di qualche carro agricolo che faceva la stessa strada e poi per fortuna ottenemmo un passaggio su un camion che portava materiale a Trieste. Trieste era un autentico caos di jeep, camion, cingolati di diversi militari, americani, inglesi, slavi, eccetera.

Trovammo riparo nella sala d’aspetto della stazione dove dormii finalmente sulle panche finché prendemmo il primo treno merci diretto a Udine. Qui finalmente si respirava un’aria diversa, e il senso di paura si affievolì. La stazione era piena di americani con gli altoparlanti. Invitavano i profughi a prendere del cibo. Ne approfittai. Ricordo sempre quel piatto stracolmo di “subiotti” un po’ grigi, lessati, senza sale né condimento, ma che costituirono il primo pasto dopo giorni. Feci replica.

Poi un treno ci portò fino a Sacile e da qui a piedi fino ad Orsago, dove ci accolse un senso di liberazione. Papà ci raggiunse dopo una settimana, scappato da Fiume in bicicletta percorrendo strade secondarie. Mentre gli esuli furono, ripeto, malvisti e peggio sopportati sparsi nei campi di raccolta in tutta Italia, noi fummo più fortunati in quanto avemmo un punto di riferimento nella casetta che mio padre aveva acquistato per i suoi vecchi con i primi risparmi guadagnati in miniera in Francia prima di trasferirsi a Fiume.

Partimmo logicamente da zero e lentamente con molti sacrifici rifacemmo la nostra vita.

Concludendo, il Giorno del Ricordo che si celebra il 10 di febbraio, come quello della Memoria che si celebra il 27 di gennaio, è bene siano celebrati ogni anno e in ogni occasione propizia, senza spirito vendicativo, ma come memoria di quei momenti dolorosi sofferti in nome dell’italianità in Istria, come nei campi di raccolta in Italia. Lo dobbiamo fare tutti, in nome di quel silenzio e di quell’indifferenza durate cinquant’anni, e, nel contempo, dobbiamo maturare uno spirito di conciliazione e di convivenza, oltre che di ferma convinzione di non ricadere più negli stessi terribili errori”.

 

(Fonte: Loris Robassa © Qdpnews.it).
(Foto: per concessione di Antonio Bottan).
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