"Veneto Texas d'Italia": l'analista politico Giovanni Collot di Conegliano in redazione

Coneglianese classe 1988, Giovanni Collot (nella foto sopra) vive e lavora a Bruxelles ormai da qualche anno. Analista politico e giornalista, è tra i co-fondatori di iMerica, un progetto editoriale multimediale dedicato alla geopolitica che collabora con l’Istituto per gli studi di politica internazionale (Ispi), l’Enciclopedia Treccani, l’edizione italiana di Wired e la rivista di geopolitica Limes, per la quale, inoltre, lo stesso Collot scrive anche in veste di esperto di politica internazionale.


Proprio sulle pagine di Limes, nel numero dello scorso maggio dal titolo “A chi serve l’Italia”, è apparsa l’analisi del 30enne di Conegliano dedicata al fenomeno del venetismo, “Benvenuti nel Veneto, Texas d’Italia” (qui è possibile leggerne un estratto), che ha ricevuto, tra gli altri, anche i complimenti del presidente della Regione Veneto Luca Zaia.


Nell’intervista che segue, ospite nella redazione di Qdpnews.it, Giovanni Collot racconta la genesi di questa sua analisi, che mette nero su bianco in termini rigorosi e scientifici la questione del venetismo, con un occhio rivolto all’attualità e soprattutto al referendum sull’autonomia del prossimo 22 ottobre 2017.

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Partiamo dall’inizio: cosa ti ha spinto a scrivere sul venetismo?


In realtà questa articolo è nato un po’ per caso. Io sono di Conegliano, ma vivo e lavoro a Bruxelles; di formazione sono un giornalista di politica internazionale e mi occupo soprattutto di Stati Uniti. Per Limes, ad esempio, ho seguito le ultime elezioni americane e in particolare la candidatura di Donald Trump. Era da anni, però, che mi confrontavo e discutevo con la redazione di Limes sulla questione del Veneto, un argomento che a dire il vero non capivano bene. Poi a gennaio mi è stato detto: “Guarda, a maggio usciamo con un numero sull’Italia e scrivi qualcosa sul Veneto”. E così è nato l’articolo, che è stato poi un modo di mettere per iscritto delle riflessioni che portavo avanti da anni.


Quando ti sei accorto dell’esistenza di una “questione veneta”?


A vedere le cose dalla distanza me ne sono interessato. Quando abitavo qui non mi interessava e la vedevo quasi con un certo fastidio, come quando nel resto d’Italia senti parlare dei veneti, queste bestie strane che sono contro le tasse, e un po’ me ne tenevo a distanza. Poi, quando ho cominciato a vivere fuori, maturando anche grazie ai miei studi, ho cominciato a vedere questo fenomeno un po’ da entomologo e mi sono domandato quale fosse il significato di quello che sta succedendo. Io non sono un venetista, ma ho cercato di capire il fenomeno: perché un veneto si sente molto di più veneto di quanto non si possano sentire, rispettivamente, un emiliano, un laziale o un campano?


Il paragone con l’America e con il Texas da dove nasce?

Ho un fatto un giro strano e lungo. Studiando gli Stati Uniti - in particolare la mia tesi specialistica l’ho fatta sul Tea party e sulla destra - ho visto che tante cose potevano dirsi anche per una parte del Veneto. Penso alle storie come quella di Stacchio, all’idea di portare le armi liberamente e al senso della proprietà privata, tutte cose che una certa parte degli Stati Uniti, che è rappresentata dal Texas, sente molto.

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Sembra che il tema del venetismo viva in una sorta di dicotomia: da una parte viene snobbato, mentre dall’altra se ne parla in toni molto accesi e politici, se non folcloristici. Il tuo articolo, invece, rappresenta una novità, dato che presenta il fenomeno sotto la lente scientifica degli studi geopolitici.


Questa cosa è vera, ed è ciò che mi ha spinto a scrivere. Nel 2016 ho scritto sul Texas per il numero di Limes dedicato all’America e già allora volevo scrivere questo articolo sul Veneto come Texas d’Italia. Ho notato questa distonia, tipica del fatto che in Italia, in generale, nei grandi media non si parla mai di Veneto e di venetismo e quando se ne parla tutte le vacche sono verdi: è sempre Lega Nord o Padania, cambia poco da Bergamo o Treviso. Qui, dall’altro lato, è sempre visto in modo molto politico, infatti tante critiche ricevute dall’articolo sono arrivate da parte di indipendentisti o da varie altre sfumature di autonomismo. Ho scritto quello che sentivo e la mia intenzione era spiegare il venetismo agli italiani, o meglio ad un lettore di Limes che queste cose non le conosce.


Nel tuo articolo si affronta anche la questione di Venezia e di come l’entroterra veneto non si sia mai integrato veramente con la Repubblica Serenissima; in tal senso, nell’immaginario comune, Venezia e il vessillo di San Marco in particolare hanno assunto un senso e una valenza quasi mitici, senza che però vi sia un concreto riscontro storico che giustifichi questo legame.


Non c’è nessun riscontro storico, ma al di là della “moda” di Venezia c’è un senso di diversità che però rimane, dovuto un po’ alla geografia e alla storia. Manca però una visione di lungo periodo e una capacità di riflettere su se stessi, è questa l’impressione che mi sono fatto. O trovi persone che non vogliono saperne niente e si definiscono italiani oppure chi te ne parla lo fa da un punto di vista politico e del breve periodo, come certe rivendicazioni sull’autonomia o episodi come quello del Tanko, quando poi si tratta di una collana di perle d’eventi che spiega qualcos’altro, secondo me.

La stessa cosa, inoltre, succede anche con la “lingua veneta”.

 

Non sono un linguista, c’è chi dice che esiste come lingua e chi dice che è un dialetto: non lo so e non posso esprimermi; Zanzotto parla ad esempio di aura linguistica. Secondo me importa poco che esista o no a livello linguistico, importa come viene vissuta e percepita. Sempre di più viene utilizzata come ente di unione, come ritorno alle radici, e, paradossalmente, meno la gente parla veneto in casa e più viene insegnato nelle scuole. Sta diventano un simbolo “nazionale”.


Rimanendo sul tema, il referendum sull’autonomia può essere un punto di svolta oppure sarà l’ennesimo “spasmo” del venetismo, comunque incapace di prendere e di darsi una direzione?

Può essere un importante punto di svolta, ma che va al di là delle intenzioni, una eterogenesi dei fini. Zaia l’ha indetto adesso perché è molto forte politicamente e per intestarsi il discorso dell’autonomismo, ma penso che lo veda più che altro come un modo per imporre il discorso al dibattito italiano. Ciò detto, ora il momento è propizio: l’Italia è un paese che sta vivendo un momento di passaggio importante politicamente, l’economia sta tornando ad andare bene, ma la gente ancora non lo vede e non lo sa. Perciò il referendum potrebbe dare la stura a qualcos’altro, potrebbe esser un modo per cominciare a ridiscutere gli assetti istituzionali dell’Italia. Se Lombardia e Veneto votano Si in maniera forte, vaglielo a dire che poi non cambia nulla. Siamo in un momento di generale debolezza e il potere non accetta mai il vuoto, come insegna la stessa geopolitica. Ora c’è il governo Gentiloni, ma c’è anche qualcosa che si sta muovendo nel sottobosco dell’Italia e si vede. Ad esempio, io che mi informo e che seguo l’attualità italiana soprattutto online, negli ultimi mesi ho notato un emergere di contenuti e pagine sul Veneto che era un pezzo che non vedevo, un vero cambiamento da prima a dopo sul tema dell’esser veneti.

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Spostandoci fuori dai confini dell’Italia, come vengono visti dall’Europa il Veneto e il venetismo (se viene visto)?

A Bruxelles ora il dibattito è fagocitato dalla Brexit. Secondo me se ne parlerà tantissimo dopo il referendum, perché entrerà all’interno di tutta una serie di istanze generali, come quelle della Catalogna e della Scozia, che rientrano tutte nell’idea di maggiore autonomia. Per ora a Bruxelles non si stanno muovendo particolarmente, ma si muoveranno dopo, come i gruppi che fanno parte della European Free Alliance, l’alleanza politica europea che mette insieme i partiti indipendentisti, come lo Scottish national party, l’Esquerra republicana de Catalunya e il Party of Wales. La cosa particolare, poi, è che sono tutti partiti di sinistra e ne fa parte anche il gruppo Sanca Veneta, nato per non lasciare l’autonomia solo in mano alla Lega. Quindi non sono tanto il Veneto e la Lega di per sé, ma alcuni movimenti che si esprimono a livello europeo ci sono. E dopo il referendum ritengo emergeranno di più.


Tutti questi movimenti, inoltre, sembrano averci guadagnato dall’entrata dei rispettivi stati nell’Unione Europea.


La teoria di questi movimenti è: “Noi vogliamo stare nell’Unione europea e nell’Europa dei popoli, perché riduce il potere degli stati nazionali e ci permette di esprimerci come stati regionali”. “Io, Scozia - ad esempio - non voglio far parte del Regno Unito ma dell’Unione Europea”. Del resto lo stesso Zaia la vede così, lo dice chiaramente che vuole un Veneto che resti all’interno dell’Unione Europea e sia più autonomo.


Torniamo al tuo articolo: come mai il Veneto è il Texas d’Italia?


Secondo me ci sono tanti paragoni tra Texas e Veneto: l’ideologia del self made man, il concetto di ognuno padrone a casa propria, il fatto che il Texas non sia solo petrolio ma anche uno degli stati più innovativi e economicamente avanzati d’America, come il Veneto che rappresenta la locomotiva d’Italia non solo dal punto di vista economico, ma anche sociale. Qui in Veneto c’è un senso molto americano della frontiera, l’idea di farsi da solo, l’uomo che crea il paese a propria immagine e somiglianza e meno lo Stato ha da dire meglio è, perché “so che se lavoro da solo son bravo”. Il paragone regge anche a livello politico: si parla sempre di Veneto laboratorio, vedi il caso del Movimento 5 stelle che prima ha preso il potere in alcuni Comuni del Veneto e poi nel resto d’italia. Come in Texas, siamo una regione dove comunque c’è un forte senso di appartenenza, malgrado il Veneto sia pienamente italiano alla fin fine; poi il conservatorismo di base, che rende il Texas uno stato del tutto repubblicano.

(Intervista a cura di Edoardo Munari © Qdpnews.it).
(Foto: Qdpnews.it ® riproduzione riservata).
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