I problemi ricorrenti non si risolvono restando sempre immersi nell’operatività. Solo pause regolari e autentiche permettono di recuperare lucidità, prendere decisioni migliori e trovare soluzioni durature, evitando che le criticità diventino abitudine.
Prendiamo come esempio uno studio professionale dove la stessa criticità si ripresenta a ogni chiusura di bilancio: un collaboratore che rifà 2 volte lo stesso lavoro, un passaggio di consegne che salta, un cliente che si lamenta della stessa lentezza. Il titolare ne parla ogni tanto con il socio, lamentandosi. Non ha ancora risolto e la ragione è che non si trova mai il tempo per fermarsi a trovare una soluzione una volta per tutte. Così, quel problema continua a ripresentarsi: il bello è che invece di trovare una soluzione al problema, ci si è abituati a conviverci e ad affrontare le conseguenze, diventando solo più bravi a gestirlo, invece di eliminarlo del tutto. Ciò che accade nello studio che abbiamo preso come esempio è più comune di quanto si pensi: semplicemente, si è assuefatti all’idea che non ci sia tempo per fermarsi, perché ci sono scadenze e cose più importanti che incombono.
Sappiamo che nella cultura professionale italiana vige ancora la convinzione che più ore si lavora, più si è efficienti, più e-mail si controllano, più si è performanti. Psicologicamente è rassicurante, ma clamorosamente sbagliata.
L’American Psychological Association ha più volte dimostrato come i blocchi mentali generati dal passaggio continuo da un’attività all’altra – il multitasking – possono costare fino al 40% del tempo produttivo di una persona. Il cervello non lavora mai su 2 compiti insieme: salta dall’uno all’altro e ogni salto ha un prezzo. Il problema, tuttavia, non è solo di efficienza, è di qualità delle decisioni.
In una ricerca condotta da Shai Danziger, Jonathan Levav e Liora Avnaim-Pesso, pubblicata nel 2011 sui Proceedings of the National Academy of Sciences, gli Autori dimostrarono come in oltre 1.000 decisioni di libertà condizionata prese da 8 giudici israeliani in 10 mesi, le decisioni favorevoli toccavano il 65% subito dopo una pausa, poi scendevano (in alcuni casi fino quasi a zero) man mano che la sessione proseguiva senza interruzioni. Quei giudici non erano diventati più severi, avevano perso la distanza per valutare con lucidità. Se la lucidità di un giudice si consuma in poche ore senza pausa, immaginate un professionista che resta dentro la stessa criticità di studio per mesi, senza mai allontanarsene davvero. Il problema non si risolve: si cronicizza e diventa abitudine, poi rassegnazione. La fotografia del mondo del lavoro italiano presentata a maggio 2026 dalla Fondazione Studi Consulenti del Lavoro lo conferma: 9 lavoratori su 10 tornano a casa esausti, oltre 8 su 10 si dichiarano stressati. Numeri di chi ha smesso di fermarsi abbastanza a lungo per mantenere consapevolezza.
La soluzione va acquisita come un’abitudine comportamentale vera. Certo, c’è chi obietta di non potersi permettere nemmeno un weekend di silenzio, con una clientela che non chiude mai. Vero, in parte. Ma chi si sente indispensabile 24 ore su 24 ha bisogno di una regola scritta più degli altri, non di una scusa che la rimandi. L’unico atto che funziona è pratico, non psicologico: si scrive in agenda, con lo stesso rispetto riservato all’appuntamento con un cliente importante.
Tre cadenze, non una sola. Una pausa settimanale, poche ore vere senza telefono acceso, in cui la mente possa allontanarsi da un fascicolo complicato senza doverlo risolvere subito. Una pausa mensile per guardare l’insieme e non il singolo incarico. Una pausa annuale, le ferie vere. Sistema, non eccezione: se salta 1 delle 3 cadenze, le altre due reggono molto meno di quanto pensiate.
La differenza tra uno stacco vero e uno a metà non è una sfumatura psicologica. Una meta-analisi del 2009 su Psychological Bulletin, che ha passato in rassegna decine di studi sperimentali sull’effetto di incubazione, mostra che allontanarsi davvero da un problema, senza continuare a rimuginarci sopra, aumenta la probabilità di trovare soluzioni originali, soprattutto nei compiti che richiedono pensiero divergente. Esattamente quelli che un titolare di studio affronta quando deve decidere una strategia, non solo applicare una procedura. Il nostro studio di esempio vedrà i problemi che affliggono la quotidianità solo il giorno in cui ci si allontanerà abbastanza a lungo da guardarlo dall’esterno. Non prima.
Vale anche per voi: il problema che vi trascinate da mesi non aspetta che troviate il tempo, aspetta solo che smettiate di restarci sempre dentro.
(Autore: Mario Alberto Catarozzo – Sistema Ratio)
(Foto: archivio Qdpnews.it)
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