Un fenomeno in costante crescita che merita attenzione a tutti i livelli
In un’epoca in cui la sostenibilità del sistema pensionistico è a forte rischio, per quasi tutti i governi occidentali, in particolare il nostro, sta diventando una sfida sempre più urgente e indifferibile la ricerca di soluzioni valide ed efficaci per la messa in sicurezza del welfare.
Alcune di queste soluzioni sono di carattere generale e macroeconomico, come ad esempio l’aumento della produttività e della crescita economica, lo sviluppo demografico, gli incentivi all’immigrazione regolare, l’incremento alla partecipazione al lavoro.
Altre, invece, sono a livello individuale ed aziendale: incentivi al prolungamento della carriera, versamenti volontari, agevolazioni fiscali e contributive, il ricorso alla previdenza integrativa.
Tra i correttivi individuali, c’è un fenomeno in crescita e che merita attenzione: coloro che scelgono di continuare a svolgere attività lavorativa anche dopo la pensione.
È un’opzione interessante perché comporta il versamento di altri contributi previdenziali, sebbene ciò non dia automaticamente diritto ad una nuova pensione ma, semmai, al riconoscimento di un’integrazione rispetto al trattamento pensionistico già percepito.
Posto che i redditi da pensione vanno a cumularsi con quelli da lavoro, è necessario fare attenzione alla tassazione applicata e, soprattutto, al tipo di pensione di cui si fruisce.
Mentre, infatti, per quella di vecchiaia non ci sono particolari limiti o restrizioni, per Quota 100, 102 e 103 il lavoro è vietato fino al raggiungimento dell’età per la pensione di vecchiaia, eccezion fatta per le prestazioni autonome occasionali fino a 5.000 euro annui.
Ma chi sono e dove si annidano i pensionati che scelgono di restare attivi sul mercato del lavoro?
Secondo l’ultimo rapporto annuale dell’Inps, i settori maggiormente interessati dal fenomeno sono l’agricoltura, l’artigianato, il commercio e le libere professioni, mentre il pubblico impiego è lambito solo marginalmente.
Da ciò si evince che a proseguire l’attività lavorativa sono essenzialmente gli autonomi grazie ad una maggiore facilità nel prolungare il proprio percorso professionale e anche una contribuzione mediamente più ridotta rispetto ai lavoratori dipendenti. Non va neppure trascurata la L. 449/1997 che prevede per artigiani, commercianti e lavoratori agricoli uno sgravio contributivo fino al 50%.
Per quanto riguarda le motivazioni, quelle economiche sembrano perlopiù passare in secondo piano rispetto a quelle di natura personale come la volontà di raccogliere nuove sfide intellettuali, mettere a frutto l’esperienza acquisita, compensare la perdita di status sociale, contrastare lo stigma e la percezione comune che si ha dei pensionati.
Tuttavia, sul punto è necessario fare una distinzione di tipo anagrafico: mentre per i pensionati più giovani (meno di 64 anni) il lavoro successivo al collocamento a riposo è spesso una risposta a pensioni modeste, per quelli che si pensionano dopo i 70 anni e che beneficiano di trattamenti più favorevoli, la prosecuzione è legata a migliori condizioni socio-economiche e a ruoli professionali sicuramente più flessibili e meno faticosi, tipici del lavoro autonomo o della consulenza.
Insomma, il lavoro dopo la pensione si sta configurando come una realtà strutturale del nostro sistema, non solo a livello previdenziale ma anche in chiave sociale, economica e occupazionale.
È necessaria, pertanto, una riflessione dell’azione politica sull’intero fenomeno, in termini di regole, incentivi e tutela.
(Autore: Giovanni Pugliese – Sistema Ratio)
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