Un mondo bellissimo, quando impariamo a guardare

La storia di Grande Panda e Piccolo Drago, raccontata da James Norbury, parte da un viaggio e arriva a una domanda che riguarda tutti: siamo davvero certi che la felicità si trovi sempre altrove?

Ci sono viaggi che nascono dal desiderio di conoscere un luogo e altri che, strada facendo, finiscono per cambiare il modo in cui guardiamo quello da cui siamo partiti.

È ciò che accade a Grande Panda e Piccolo Drago in “Un mondo bellissimo”, la nuova opera di James Norbury. I due amici sono diretti verso quello che immaginano essere il posto più bello del mondo e attraversano foreste, pianure, montagne, paludi e caverne. Le difficoltà che incontrano diventano occasioni per confrontarsi con paure, dubbi e altre inquietudini che appartengono alla vita di ciascuno. (Rizzoli Libri⁠)

Il viaggio, però, non sembra avere come unico obiettivo una destinazione. Diventa soprattutto un modo per interrogarsi su ciò che cerchiamo quando pensiamo di voler trovare “un posto migliore”.Ed è qui che la storia acquista un significato che va oltre le sue pagine.

La vita rimandata

C’è un’abitudine che accomuna molte persone, soprattutto nel nostro tempo: rimandare la possibilità di stare bene. Lo facciamo quasi senza rendercene conto. Pensiamo che ci sarà un momento più favorevole, un periodo con meno problemi, un lavoro diverso, una situazione economica migliore. Ci diciamo che dopo quella scadenza, quella decisione o quella difficoltà avremo finalmente il tempo di fermarci. Intanto i giorni passano.

Non è sbagliato desiderare un cambiamento. Al contrario, spesso è proprio il desiderio di cambiare che ci permette di crescere. Il rischio nasce quando tutto ciò che viviamo oggi viene considerato soltanto una fase provvisoria. In quel momento il presente perde valore. E la vita finisce per essere vissuta soprattutto in funzione di ciò che ancora non c’è.

Anche la strada difficile fa parte del viaggio

Norbury non costruisce un mondo nel quale le difficoltà vengono semplicemente cancellate. I protagonisti incontrano luoghi e situazioni che possono essere letti come immagini di ciò che accade dentro di noi.

È una metafora semplice, ma efficace.

Tutti conosciamo una nostra “montagna”: qualcosa che sembra troppo difficile da affrontare. Abbiamo avuto, o avremo, una “caverna”, un momento nel quale la paura ci porta a chiuderci. E ci sono periodi simili a un deserto, quando si procede senza avere una risposta chiara alle proprie domande.

Pensare che una vita felice debba essere libera da questi passaggi significa forse avere un’idea troppo fragile della felicità. La difficoltà non rende automaticamente sbagliato un percorso. A volte ci costringe a rallentare, a cambiare prospettiva, a capire cosa conta davvero.

Guardare è diverso dal vedere

È probabilmente questo il punto più attuale della metafora di Norbury. Vediamo continuamente.

Schermi, fotografie, notizie, persone, luoghi. Siamo esposti a una quantità di immagini che nessuna generazione precedente ha conosciuto.

Ma vedere non significa necessariamente guardare. Guardare richiede attenzione. E l’attenzione richiede tempo.

Una passeggiata senza una destinazione precisa, una conversazione senza la necessità di arrivare subito a una conclusione, un paesaggio osservato senza pensare a fotografarlo: sono esperienze semplici, quasi banali. Proprio per questo rischiano di essere sacrificate.

Forse il punto non è avere davanti qualcosa di straordinario. È accorgersi di ciò che abbiamo davanti.

Il mondo che abbiamo davanti

Il titolo “Un mondo bellissimo” può essere letto allora non come la promessa di trovare un luogo perfetto, ma come un invito a cambiare prospettiva.

Un mondo bello non è necessariamente un mondo nel quale tutto funziona. È un mondo nel quale, anche quando qualcosa non funziona, rimane la possibilità di accorgersi di ciò che vale.

Una giornata difficile non cancella una buona notizia. Una preoccupazione non cancella una persona cara. Un periodo complicato non rende insignificante tutto ciò che lo circonda.

La bellezza non risolve i problemi. Può però impedire che i problemi diventino l’unica cosa che vediamo.

È una distinzione importante, soprattutto in un’epoca nella quale siamo abituati a misurare quasi tutto: risultati, tempo, produttività, obiettivi.

Ci sono invece esperienze che non producono nulla di misurabile e che, proprio per questo, possono essere tra le più preziose.

La domanda che rimane

Forse Grande Panda e Piccolo Drago non ci stanno davvero chiedendo di trovare il posto più bello del mondo.

Ci stanno mettendo davanti a una domanda più scomoda: quanto del mondo che abbiamo già davanti riusciamo ancora a vedere?

Non è un invito alla rinuncia, né alla soddisfazione facile. È un invito a distinguere tra il bisogno legittimo di cambiare ciò che non va e l’abitudine di pensare che la nostra felicità debba sempre trovarsi un po’ più avanti.

Il viaggio può continuare. Le mete possono cambiare. Alcune strade devono persino essere abbandonate. Ma forse, mentre camminiamo, vale la pena alzare gli occhi. Perché il mondo bellissimo che cerchiamo potrebbe non essere quello che ci aspetta alla fine del viaggio. Potrebbe essere quello che attraversiamo ogni giorno, senza più accorgercene.

E allora la domanda non è soltanto dove andare. È anche, e forse soprattutto, come imparare a guardare.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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