Il foglio di carta sul Monte Bondone che rappresenta la svolta

Sul bancone della reception dell’Hotel Montana, a Vason, sul Monte Bondone, è appoggiato un avviso. Un foglio plastificato dentro una cornicetta di legno, come quelli che si usano per i menù. Ci sono scritte poche righe, in caratteri chiari: oggi, 3 agosto 2026, sul sentiero che dall’hotel porta alla piana delle Viote è stata segnalata la presenza di un orso bruno

Seguono due informazioni pratiche: che l’animale si muove velocemente e che probabilmente, leggendo queste parole, si trova già altrove. E che in reception sono disponibili le linee guida provinciali per chi volesse qualche consiglio.

Quello che c’è scritto su quel foglio, scritto da un privato, è esattamente quello che andrebbe detto. Non di più, non di meno.

Sembra una cosa banale. Non lo è. In Italia, quando si parla di grandi carnivori, la distanza tra ciò che la scienza sa e ciò che viene comunicato al pubblico è spesso abissale. La cronaca nevrotica che accompagna ogni avvistamento, ogni traccia, ogni presunta incursione trasforma un fatto biologico ordinario in un evento eccezionale, carico di urgenza e di paura. Orsi descritti come “assetati di sangue umano”, movimenti di pochi individui raccontati come invasioni, dati pseudoscientifici riversati da chiunque su qualsiasi piattaforma disponibile. Il risultato è che dopo vent’anni di Piani e Protocolli scientifici dedicati alla gestione dei grandi carnivori sul territorio trentino, la comprensione pubblica del fenomeno non è migliorata in modo proporzionale.

L’avviso dell’Hotel Montana va esattamente nella direzione opposta. Comunica un fatto: c’è stato un avvistamento. Fornisce un’informazione biologicamente corretta: l’orso si muove, è elusivo, con ogni probabilità non è più lì. Indica dove trovare approfondimenti affidabili. E non alimenta nulla che non sia necessario alimentare.

Questo è il modello che funziona in tutto il mondo dove la coesistenza con i grandi carnivori è una realtà consolidata. Negli Stati Uniti, in Canada, in Scandinavia, nei parchi dell’Europa centrale, cartelli, opuscoli e comunicazioni in ambienti frequentati da turisti trasmettono da decenni lo stesso messaggio: sei in un habitat condiviso da altre specie selvatiche, ecco come comportarti, ecco cosa è normale aspettarsi. Non c’è allarmismo, non c’è minimizzazione. C’è informazione. E quella distinzione, apparentemente sottile, cambia radicalmente la qualità della relazione tra chi fruisce di un territorio e le specie selvatiche che lo abitano.

(Autore: Paola Peresin)
(Foto: 
Paola Peresin)
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