Negli ultimi anni, tra la fine dell’estate e l’autunno, capita sempre più spesso di imbattersi in giardini, parchi e persino sui balconi di casa in mantidi verdi insolitamente grandi e robuste, ben diverse dalla nostrana Mantis religiosa. Molti le fotografano con entusiasmo, convinti di aver incrociato un segno di salute ecologica: più insetti, più biodiversità. È l’errore di prospettiva che un nuovo studio pubblicato sul Journal of Orthoptera Research, coordinato da Roberto Battiston del Museo di Archeologia e Scienze Naturali “G. Zannato” di Montecchio Maggiore, contribuisce a correggere.
Le protagoniste sono due specie del genere Hierodula, originarie dell’Asia: la mantide gigante asiatica (Hierodula tenuidentata) e la mantide gigante indocinese (Hierodula patellifera). Arrivarono in Europa nascoste tra le radici delle piante ornamentali, sotto forma di ooteche (le capsule rigide in cui la femmina racchiude le uova) indistinguibili da un vaso qualunque. Comparvero in Provenza nel 2013, raggiunsero l’Italia nel 2015 e trovarono nella Pianura Padana, dal 2016, l’habitat ideale per l’espansione. Oggi lo studio le classifica formalmente come specie aliene invasive (IAS), un cambio di status che non è terminologico ma normativo: comporta soglie di monitoraggio e obblighi di gestione diversi da quelli riservati a un insetto esotico semplicemente presente.
Il vantaggio riproduttivo delle due Hierodula rispetto alla mantide autoctona è netto: schiudono in media circa duecento ninfe per ooteca, quasi il doppio della Mantis religiosa, e il basso tasso di cannibalismo tra le giovani ninfe consente loro una crescita rapida e sincronizzata. La competizione con la specie nativa non si limita alle risorse trofiche, tra cui impollinatori, piccoli anfibi e rettili: le femmine delle specie aliene attirano e divorano anche i maschi della mantide religiosa europea, sottraendo riproduttori a una popolazione già sotto pressione.
L’areale, un tempo confinato alla bassa Pianura Padana, ha ormai raggiunto i fondivalle alpini e superato l’arco alpino: le segnalazioni arrivano da Svizzera, Austria, Germania e Spagna. Il dato più interessante dello studio, però, riguarda il metodo: gran parte delle osservazioni proviene da piattaforme di citizen science come iNaturalist e dai social, un caso in cui l’osservazione diffusa e non professionale ha funzionato da rete di sorveglianza ecologica reale, anticipando il riconoscimento istituzionale della minaccia invece di inseguirlo. È un’eccezione che merita di essere notata, in un paese dove il confine tra monitoraggio scientifico e osservazione aneddotica resta troppo spesso un terreno di ambiguità volontaria.
Un ultimo dato smentisce anche l’idea di un argine naturale: i gatti domestici sono responsabili di circa il 45% degli eventi di predazione registrati sulle mantidi aliene, la quota più alta tra i predatori vertebrati. Ma i gatti non fanno distinzioni tassonomiche: predano nella stessa misura anche la mantide autoctona, già in affanno per la concorrenza diretta. Il predatore che dovrebbe contenere l’invasione finisce così per gravare soprattutto su chi l’invasione la subisce.
Quello che sembrava un’abbondanza fotografabile è, letto correttamente, il sintomo opposto: una specie nativa che scompare più in fretta di quanto la sua sostituta si lasci notare.
(Autrice: Paola Peresin)
(Foto: Ab. Unsplash.com)
(Articolo di proprietà di Dplay Srl)
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