Ancora Parchi di carta?

Foto di repertorio Qdpnews.it

Il 24 maggio si celebra la Giornata europea dei parchi, ricorrenza istituita nel 1999 dalla federazione Europarc per commemorare la nascita dei primi nove parchi nazionali svedesi nel 1909. Quest’anno lo slogan è “Uniti dalla natura”, con un richiamo esplicito alle connessioni ecologiche, ai corridoi faunistici, alle reti di habitat che rendono le aree protette qualcosa di più di una somma di perimetri. È un’ambizione giusta, e vale la pena ricordare perché nel mondo si istituiscono i parchi: per conservare e ripristinare la biodiversità, applicando strumenti scientifici a questo scopo e verificandone di nuovi. Non per altro. È questo l’obiettivo con cui nascono le aree protette, da Yellowstone in poi, ed è rispetto a questo obiettivo che andrebbero misurate. Peccato che in Italia il problema principale non siano i corridoi tra un parco e l’altro, ma la confusione di fondo su cosa un parco debba fare.

Le aree protette italiane coprono quasi il 20% del territorio nazionale, tra parchi nazionali, riserve regionali e la rete Natura 2000. Numeri imponenti sulla carta, che richiedono un impegno tecnico, economico e politico considerevole. Eppure sarebbe lecito domandarsi quanta parte di questo sforzo si traduca in conservazione reale della biodiversità, e quanta invece si esaurisca nella soddisfazione di aver tracciato una linea su una mappa.

Il nodo è concettuale prima che gestionale. Un’area protetta è uno strumento, non un obiettivo: istituirne cento non equivale ad aver protetto la natura, così come possedere una sega non equivale ad aver costruito un mobile. Lo strumento diventa utile solo quando chi lo usa ha chiaro cosa vuole ottenere e come, con obiettivi precisi, misurabili, verificabili nel tempo. In assenza di questo, qualunque risultato può essere spacciato per successo.

Il problema è che le aree protette italiane sono diventate sistemi complessi governati da obiettivi molteplici e spesso contraddittori, dove la conservazione della biodiversità compete con il marketing territoriale, la promozione turistica, la valorizzazione dei prodotti locali e la rappresentanza politica, in un ecosistema istituzionale che raramente dispone del personale tecnico necessario per distinguere un obiettivo dall’altro, e in cui la parola “biodiversità” compare nei documenti ufficiali con la stessa precisione con cui compare sulle etichette dei formaggi DOP. È proprio questa deriva che rende il problema di scala ancora più acuto.

Una vera strategia nazionale per la conservazione della biodiversità dovrebbe affrontare domande scomode: servono davvero tutte le aree protette esistenti nella loro forma attuale? Dove andrebbero spostate le priorità? Con quali tempi e risorse? Esiste una disciplina scientifica, la systematic conservation planning, che si occupa esattamente di rispondere a questo tipo di domande con metodo rigoroso. Non è una formula astratta: è una disciplina che applica strumenti di teoria della decisione per stabilire dove intervenire, su quali specie o habitat prioritizzare, con quali risorse e in quale sequenza temporale. Il suo punto di partenza è esattamente l’opposto della logica che governa le aree protette italiane, invece di partire da un confine tracciato per ragioni politiche e chiedersi dopo cosa farne, parte dagli obiettivi di conservazione e risale a ritroso verso le scelte spaziali e gestionali più efficaci per raggiungerli.

In Europa, e in Italia in particolare, questa disciplina rimane confinata nelle riviste scientifiche mentre le decisioni reali vengono prese altrove. Gli obiettivi di superficie, come il traguardo europeo del 30% di territorio protetto entro il 2030, vengono stabiliti politicamente e poi perseguiti contando ettari, indipendentemente da ciò che quegli ettari contengono e da come vengono gestiti. Il risultato è un sistema che può dichiarare di aver raggiunto i propri obiettivi senza aver conservato quasi nulla, perché la metrica del successo è la superficie sulla carta, non lo stato della biodiversità sul campo.

Festeggiare i parchi è giusto. Ma celebrare uno strumento senza interrogarsi sulla sua efficacia rischia di diventare un rito consolatorio, che consuma le energie necessarie per cambiare davvero qualcosa. Un parco senza biologi della conservazione è come un ospedale senza medici: un edificio, una targa, un perimetro. A che serve?

(Autore: Paola Peresin)
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