Comunicare bene

Al tempo dell’informazione formato overdose, della narrazione h24 di tutto quello che proviamo, sperimentiamo e ci circonda, su ogni tipo di piattaforma telefonica e digitale, non farebbe male una pausa, un pensiero, una verifica.

Infatti, non sembra sia bastato come esempio e monito la Torre di Babele di biblica memoria per dare a tutti e a ciascuno il senso autentico della comunicazione da fare in maniera chiara, diretta, precisa, tra le persone, nei luoghi di lavoro, a livello di relazioni sociali, nei passaggi importanti anche di livello istituzionale.

Chiariamoci subito: potremmo fare tranquillamente l’elogio della stagione che stiamo vivendo: essa ci offre un quadro straordinario, mai visto prima, di opportunità per sapere di più, per conoscere meglio, per dialogare benissimo in tempo reale sulle questione più importanti, ma anche su quelle più minute e quotidiane. In pratica, la comunicazione è diventata regina per quanto riguarda il nostro tempo, al punto da influenzare in maniera decisiva il panorama delle attività umane dell’età moderna.

In modo particolare, le generazioni dei “Millennials” e “Z” convivono naturalmente con gli strumenti innovativi di questa comunicazione, li sperimentano in ogni momento come fattore identitario a tutto tondo, li usano come fattori espressivi dei propri sentimenti e della propria immagine.

Grandi opportunità, dicevamo, assolutamente inedite, ma anche possibili rischi, che notiamo in formato ridotto anche quando ci fermiamo a riflettere sulla qualità dei nostri dialoghi normali, sulla nostra capacità di rapportarsi con gli altri, sul tipo di messaggi ai quali diamo vita per raggiungere gli altri da noi stessi. Insomma, sarebbe auspicabile ogni tanto andare a controllare lo “stato di salute” della nostra comunicazione interpersonale, e prendere atto di come spesso non siamo in grado di essere sufficientemente lucidi, chiari e persuasivi nei confronti di coloro che ci stanno accanto.

Qualche esempio? Pensiamo soltanto a quante volte nascono dubbi, perplessità, domande, criticità, ma anche veri e proprio equivoci e rischi di serie incomprensioni e di gravi dissidi fra le persone, a causa di parole scritte male, di messaggi inviati non chiari, di contraddizioni nelle cose che dovrebbero essere  portate all’attenzione di altri soggetti in maniera univoca, senza dubbi e incertezze, senza errori e omissioni.

Infatti, la nostra comunicazione minuta, spesso, difetta di elementi portanti e decisivi, non rappresenta quel contributo necessario e qualificante che sarebbe utile alla causa delle nostre relazioni ordinarie, non riesce ad attivare processi, a suscitare le giuste iniziative, a compiere con efficacia le azioni che sarebbero dovute.

Diamo per scontata la comprensione altrui dei nostri pensieri, che magari non sono neanche messi nero su bianco e rimangono nella nostra mente; non riusciamo ad essere precisi con una serie di indicazioni puntuali su date e orari di incontri e scadenze, che sarebbero invece decisive per dare il segno della nostra informazione corretta; diamo per acquisita la sostanza di fatti, pensieri e impressioni che i nostri interlocutori neanche posseggono e non hanno avuto nemmeno la possibilità di apprendere compiutamente.

E poi, la serie dei nostri “pensavo “, “credevo”, “avevo capito”, “immaginavo” in risposta alle stupite domande di chi non capisce a causa nostra, a testimoniare una certa autoreferenzialità, una qualche superficialità, sicuramente una forma concreta di leggerezza e distrazione rispetto alle questioni che andrebbero invece comunicate per bene.

Alla fine, questa sequenza di trascuratezze e di errori veri e propri rischia di compromettere sul serio la possibilità di trasmettere al meglio agli altri quello che pensiamo e dobbiamo fare: dove manca la cura, dove non vige la precisione, vincono l’approssimazione e la trascuratezza, si affermano i malintesi e gli equivoci, prendono piede la confusione e le arrabbiature per le occasioni perdute, per i ritardi imprevisti, per le difficoltà non considerate.

Che cosa succede, poi? La tendenza a sfuggire spesso dalle nostre responsabilità, chiamando  in causa sempre quelle degli altri, rischia poi di complicare e completare l’opera, in negativo: non si ammettono le proprie colpe, le si attribuiscono in tutte le altre direzioni possibili, non si chiarisce e non si chiama per nome quanto avvenuto, si evita il confronto diretto, a viva voce, con i diretti interessati, provocando così alla fine mugugni e incomprensioni destinati a durare, invece che a risolversi.

Strano, si potrebbe dire: al tempo della comunicazione protagonista indiscussa delle nostre esistenze, rischiamo di perderci nel classico “bicchier d’acqua” stimando ancora l’informazione puntuale agli altri come un fattore secondario, laddove essa invece rappresenta un elemento assolutamente primario, basilare, fondamentale per la qualità delle nostre relazioni.

Abituiamoci pertanto a ridurre la fretta, a concentrarci di più, a stare sul pezzo, a non dare nulla per scontato, a non fare confusione: anche da qui passa l’idea concreta, fattiva, quotidiana della vita buona e di un nuovo umanesimo, alla portata di tutti.

(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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