Nei giorni, nelle ore in cui le vicende e i temi delle controversie internazionali si fanno cronaca drammatica di trattative incerte e di accordi sperati, la parola “diplomazia” fa sentire tutto il suo peso, il suo valore, la sua urgenza, la sua necessità. E’ la parola che contiene la speranza sincera coltivata da tutti gli uomini e le donne di buona volontà. E’ la parola che racchiude il peso inestimabile della fiducia, del dialogo, del possibile accordo per a una risoluzione pacifica dei conflitti. E’ la parola che boicotta l’uso della forza e della violenza, la esclude, la detesta, la “ripudia”, come recita il famoso articolo della nostra Carta Costituzionale.
Dare spazio, vigore e incoraggiamento agli sforzi della diplomazia significa coltivare nel profondo della ragione e dei sentimenti l’amore alla vita e alla concordia fra le persone, gli Stati e le Nazioni, alimentando con pazienza e tenacia percorsi di pace alternativi agli strumenti odiosi della guerra. La diplomazia esprime pertanto il conoscersi e il riconoscersi tra soggetti, interessi e stili diversi, dimostra l’intelligenza di chiamare per nome, non di negare, le posizioni differenti che possono sussistere rispetto alle questioni della vita, e traduce in fatti concreti la preferenza sicura per le vie dell’ascolto reciproco e dell’alto compromesso che inibiscono l’uso della forza e possono risolvere i conflitti, possibili o già in atto.
Certo, la storia dell’umanità è storia di guerre sanguinose e di ostilità terribili, ma è anche storia di una diplomazia capace di porre fine a contrasti duri e pesanti, abile nel risolvere questioni lunghe e complesse, senza ulteriori contrapposizioni e conseguenze negative, impegnata a evitare per il futuro l’insorgenza di nuovi motivi di dissidio e di lacerazioni tra le parti. Si potrebbe dire: ecco la funzione nobile della politica e dei percorsi istituzionali che vi sono collegati, alla ricerca del bene comune, adottando uno stile di pace e di composizione dei valori e degli interessi in gioco.
Infatti, con il termine “diplomazia”, secondo Treccani, s’intende di norma “l’arte di trattare, per conto dello stato, affari di politica internazionale”, e pertanto il campo di azione potrebbe essere in qualche modo delimitato ai piani alti delle relazioni interstatuali, collocato in una posizione dominante rispetto alla quotidianità delle pratiche esistenziali, economiche e sociali, considerato di rango superiore rispetto all’ordinarietà delle vicende riguardanti la vita delle persone e delle comunità. Eppure, possiamo dire di avvertire costantemente il bisogno di autentica “diplomazia” nei gesti normali dei nostri percorsi di ogni giorno, in linea con l’ulteriore definizione che sempre Treccani indica: “tatto, finezza, abilità nella trattazione di affari delicati e che richiedono prudenza, o anche nelle relazioni tra persona e persona”.
Ecco, siamo arrivati al punto dolente: sentiamo il fascino di questa squisita attitudine, di questa importante sensibilità, tutte le volte in cui sperimentiamo al contrario quali pericoli e quali danni possano intervenire in sua assenza. Tradotto: quanta nostalgia abbiamo di persone sinceramente “diplomatiche” tutte le volte – e non sono poche, possiamo dire – in cui paghiamo le conseguenze perché qualcuno agisce senza essere minimamente accorto, moderato, temperato nelle parole e nello stile, semplicemente a suo dire per conformarsi alla verità e alla franchezza di quello che lui pensa e, quindi, esprime, in privato e in pubblico.
Parliamo di tatto, di finezza, di attenzione concreta per tutto quello che viene raccontato a parole e che la persona in questione dovrebbe utilizzare sempre, proprio per evitare toni bruschi, tratti offensivi, dinamiche poco rispettose dello stato d’animo e del modo di essere dell’interlocutore.
Intendiamoci: non si tratta di raccontare mezze verità, o addirittura bugie, o di nascondere la sostanza di quello che dovrebbe essere comunicato, anche se di contenuto non particolarmente piacevole. Si tratta di adottare uno stile che eviti assolutamente l’affronto, o anche solo il confronto troppo vivace; che sappia narrare il dovuto senza eccedere in valutazioni o commenti inappropriati, severi o antipatici; che si faccia carico nel complesso della situazione rappresentata, soprattutto quando essa possa essere contraddistinta da una certa delicatezza di fatti e di opinioni in merito.
In pratica, il senso diplomatico risulterebbe utilissimo per comunicare al meglio, per risolvere malintesi o possibili fraintendimenti, e soprattutto per evitare la nascita di situazioni poco edificanti o l’emergere, anche se non voluto, di asperità e conflitti. Vuol dire pure mantenere un profilo basso, non alzare i toni di voce, non arrabbiarsi per questioni che magari valgono davvero poco. Con diplomazia, si possono dire parole e compiere gesti importanti, senza scadere e senza eccedere, avendo sempre ben presente il punto di arrivo finale, il raggiungimento dell’obiettivo, la conciliazione dei conflitti in atto, o anche solo eventuali.
Le stesse cose, proposte e dette bene, non fanno venir meno la sincerità e la franchezza, ma aiutano tutti a raggiungere traguardi favorevoli e a generare relazioni interpersonali migliori. Alta diplomazia politica, e diplomazia normale di ogni giorno, si aiutano a vicenda e concorrono alla stessa finalità di pace e di bene, per tutti.
(Autore: Redazione di Qdpnews.it)
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